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Una storia di

Killing Romeo and Juliet

Capitolo 1

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Pubblicato il 06 dicembre 2019 in Thriller/Noir

Tags: #amore #italia #passato #romantico #storico

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Gli sembrava di vagare in un sogno: l’atmosfera surreale, i movimenti che parevano richiedere una fatica immane quasi si ritrovasse immerso in qualcosa di vischioso, i sensi ovattati e il cervello che fluttuava in un torpore che solo con un grande sforzo di volontà si impediva di definire dolce, rassicurante.

Eppure quella era pura realtà: il ticchettio dell’acqua era imperturbabile, costante, così monotono, da far credere a Claudio che, se fosse rimasto lì un altro minuto, sarebbe impazzito; anche la penombra era reale, come pure le tenebre subito al di fuori dell’alone di luce tremolante gettato dalla torcia. E reale era, soprattutto, il peso freddo della rivoltella contro la pelle del fianco.

Un brivido di nervosismo gli si arrampicò lungo la schiena, sgradevole e più gelido del metallo; di riflesso, Claudio si sistemò il cappotto per evitare che Giovanni si accorgesse dell’arma: sapeva di averla nascosta per bene, ma l’ansia iniziava a montare.

No, cazzo, non ora.

Inspirò l’aria ghiacciata della notte, e fu un balsamo per i polmoni che sembravano prossimi a collassare su se stessi. Si sforzò di registrare le parole dell’amico, sebbene le sue orecchie continuassero ostinate a percepirle come un ronzio ininterrotto.

Basta, smetti di parlare, smettila.

Fu tentato di stritolargli la gola per chiudergli la bocca, invece simulò un sorrisetto: uno dei suoi, convincente, rassicurante, da ti sto ascoltando, tranquillo, non farti problemi con me.

Dio, ma quello aveva sempre parlato così tanto?

- Gli spacco la testa a sprangate, a quel pezzo di merda -, stava blaterando Giovanni, il tono allegro che strideva con il contesto.

- Ma a chi, a Gianluigi? –

- Proprio a lui. Così impara a scoparsi la donna degli altri. –

Ma ringrazia che qualcuno voglia scoparselo, quello scherzo della natura della tua donna, gli venne da ribattere.

- Dovresti. Se serve una mano, sono a disposizione. –

Altro sorriso, una risata cordiale di circostanza: si stupì della facilità con cui stava riuscendo a reprimere l’inquietudine, nonostante la gola riarsa e i nervi a fior di pelle.

Lo stridio di un gufo lo fece sussultare.

Le chiome folte degli alberi fremevano; la brezza fredda si insinuava fra le fronde e si traduceva in uno stormire diffuso e allucinante. L’acqua, ultima traccia del recente temporale, ancora non accennava a smettere di gocciolare sul terreno umido, e quei colpi monotoni diventavano sempre più insopportabili. La luna e il cielo erano completamente oscurati; le tenebre che si accanivano contro la flebile resistenza della torcia si facevano più opprimenti di secondo in secondo. Una sensazione di claustrofobia attanagliò Claudio: dov’era quel cazzo di luogo che gli era stato indicato, dove?! Si accorse con terrore di respirare a fatica. Qualcosa sfrecciò a pochi centimetri dai suoi stivali e si infilò fra gli arbusti che costeggiavano il sentiero, con un fruscio secco e assordante in quel silenzio di tomba che premeva contro i timpani.

Deglutì e si sforzò di ridere: un risolino nervoso, ma che dovette risultare comunque credibile, perché Giovanni vi si unì subito. – Che idiota, prima dici di vederci in un bosco a notte fonda e poi te la fai addosso per ogni cazzo di rumore. –

- Lo sai che non sono buono a prendere decisioni sagge e ponderate -, replicò Claudio con una strizzatina d’occhio.

Cazzo, cazzo, cazzo. Non reggeva più.

Il cuore gli martellava impazzito nel petto, in gola, nello stomaco, a momenti gli avrebbe sfondato le costole e sarebbe schizzato via.

Poi davanti a sé scorse la fossa scavata di fresco, e gli sembrò un miraggio. Giovanni, che lo precedeva di qualche passo, l’aveva già vista ed era impietrito sul posto. Si voltò a guardare l’amico, che stava disperatamente tentando di articolare qualche parola nonostante le labbra che tremavano. Lo vide sollevare una mano, indietreggiare…

Claudio estrasse la rivoltella, tolse la sicura e gliela puntò contro. Gli parve che la scena si svolgesse al rallentatore: il grilletto abbassato, il colpo secco che gli martoriò i timpani, il viso dell’altro che un secondo prima era rigato di lacrime e quello dopo era un’esplosione rivoltante di sangue, frammenti ossei e pezzi di cervello, il corpo che si afflosciava inerte sull’erba con un fruscio macabro, la macchia rossa che vi si spandeva inesorabile.

Non perse tempo: ripose l’arma e iniziò a calciare il cadavere verso la fossa, gli stivali che producevano tonfi sordi al contatto con la carne morta.

Non si aspettava una simile lucidità, almeno non nell’immediato; eppure, gli venne anche in mente di prendere la scatola di fiammiferi che Giovanni aveva portato con sé, tanto per assicurarsi di non restare senza luce. Si chinò, gli frugò nelle tasche della giacca e tirò fuori ciò che cercava, poi riprese a far rotolare il corpo verso la buca. Udì lo schiocco secco di una costola che si spezzava sotto un calcio più violento dei precedenti, che risuonò come un secondo sparo nella quiete piatta del bosco.

Il cadavere scivolò oltre il bordo della fossa e si schiantò sul terreno sottostante, accompagnato da una grottesca sinfonia di ossa che scricchiolavano. Claudio si affacciò a guardare: Giovanni giaceva scompostamente sul terriccio umido, reclinato su un fianco. Sebbene fosse difficile distinguere qualcosa nell’ombra, notò che l’impatto della caduta gli aveva spezzato il collo: la testa se ne stava abbandonata in un’angolazione innaturale, e ciò che restava del viso era sepolto nella terra.

Si guardò alle spalle e si accorse con orrore della scia di sangue e materia cerebrale che si snodava dal punto in cui l’uomo era crollato fino al bordo della fossa. SI maledisse per essersi fatto cogliere dall’ansia che quel bastardo fuggisse, e per avergli quindi sparato senza badare a dove sarebbe piombato.

Lo stomaco gli si contrasse in una morsa improvvisa che gli mozzò il respiro e, prima di rendersene conto, si ritrovò ginocchioni sul ciglio della buca, a vomitare – così gli pareva – qualsiasi cosa avesse ingurgitato in tutta la sua vita.

Alle sue spalle, uno scricchiolio secco di rami calpestati lo fece trasalire. Scattò in piedi, la mano destra già sul cane della rivoltella, chi cazzo era, chi cazzo era



La pioggia continuava a scrosciare, a picchiettare sul mondo con quel suo ticchettio monotono, intollerabile; e il cuore pompava selvaggiamente, sentiva che gli sarebbe schizzato fuori dal petto da un momento all’altro. Vampate di calore si alternavano a brividi gelidi lungo la schiena, il sangue pulsava nella gola e roboava nelle orecchie; doveva andarsene, allontanarsi, l’avrebbero beccato…

Spalancò gli occhi, e il soffitto bianco della camera da letto ricambiò il suo sguardo.

Non si rese conto di star trattenendo il respiro finché una fitta lancinante non gli attraversò il torace; sudore freddo gli colava lungo le tempie, che pulsavano dolorosamente.

Eppure pioveva ancora, cazzo, perché quel maledetto rumore persisteva.

D’istinto guardò alla sua destra: Anna dormiva tranquilla, il seno che si sollevava e si abbassava a ritmo regolare. Se ne stava insolitamente supina, un braccio sul ventre e il capo reclinato su una spalla: osservando l’espressione distesa sul suo volto, Claudio avvertì placarsi appena la foga del battito cardiaco. Gettò un’occhiata alla finestra: non lo sorprese constatare che fuori diluviava.

Allungò alla moglie una carezza leggerissima – nulla più che un impercettibile sfiorarsi delle dita sulla guancia di lei -, e si obbligò ad alzarsi, sebbene la sua voglia di iniziare quella giornata rasentasse lo zero: e come avrebbe potuto essere altrimenti, dopo un risveglio così idilliaco?

Stralci del sogno continuavano ad affastellarglisi nella mente: come in trance, afferrò i vestiti del giorno prima dalla sedia dove li aveva gettati e li indossò meccanicamente, senza prestare la minima attenzione ai propri gesti.

Non riusciva a liberarsi dall’immagine di Russo.

Rivedeva i suoi occhi umidi di lacrime, rivedeva quel corpo esile che si accasciava sul terreno umido senza un lamento; e poteva udire distintamente, senza sforzo alcuno, lo scricchiolio della costola che gli aveva spezzato a calci, e il tonfo sordo del cadavere che piombava in quella fossa già in parte invasa dall’acqua.

Ventenni, poco più che ragazzini: eppure, uno aveva visto la propria esistenza prematuramente troncata, l’altro aveva innescato la perversa dinamica della morte di un uomo. L’innocenza l’avevano smarrita già tempo addietro, ma quel momento aveva rappresentato la svolta più radicale delle loro vite: una si era conclusa, l’altra ne era riemersa irrimediabilmente corrotta.

Un tocco esitante sulla spalla lo fece trasalire. Si voltò di scatto, il respiro gli si mozzò in gola; ma tutto ciò che vide fu il viso morbido di sua moglie, dall’espressione incerta e piuttosto titubante.

Le sorrise, sentendosi un idiota, e le scostò piano una ciocca ribelle dalla fronte. La sua pelle era liscia e piacevolmente fresca: l’ansia che non cessava di attanagliarlo fu in parte placata da quel contatto.

- Cos’hai? – domandò Anna, stringendogli delicatamente la mano, la voce sommessa e venata di intenerita preoccupazione.

Claudio la guardò a lungo. Si soffermò sugli occhi color ebano, profondi e velati da una perenne e irriducibile malinconia: erano pura poesia, pure per lui che di poesia non s’intendeva affatto; pozzi neri in cui gli era dolce l’andare alla deriva, in cui ogni volta annegava al pari della prima. Lo squadravano fiduciosi, impazienti di ricevere risposta.

- Nulla, nulla di importante. –

Anna inarcò impercettibilmente un sopracciglio, ma non aggiunse altro: non sembrava convinta, ma evitò di insistere. Si limitò a un caldo sorriso assonnato e lasciò andare piano la mano del marito. – Come preferisci.-

Indietreggiò poi di un passo e rimase ferma, attendendo che lasciasse la stanza: doveva vestirsi. Claudio afferrò all’istante e si affrettò oltre la soglia, premurandosi di chiudersi la porta alle spalle.

Passi frettolosi in corridoio preannunciarono l’arrivo di Rosalia, che socchiuse delicatamente l’uscio e s’insinuò all’interno della camera, flessuosa e svelta. Sorrise alla padrona: una curva forzata delle labbra che si estese allo sguardo, imbarazzato e incerto. Era stata assunta soltanto da un paio di mesi, ma per Anna quel lasso di tempo era stato più che sufficiente per approdare a una granitica conclusione: quella donna la irritava oltre ogni dire.

Si sforzò comunque di non lasciar trapelare alcunché: non sarebbe stato educato da parte sua. Sfoggiò invece un caloroso sorriso e chinò appena il capo in cenno di saluto.

– Buongiorno, Rosalia. Mi auguro che tutto proceda per il meglio, alla casa e soprattutto a te. –

La vide rilassarsi all’istante, e fu travolta da un disgusto bruciante: un paio di paroline gentili erano bastate a farla capitolare.

- Cosa desiderate indossare, signora? – Rosalia si muoveva frenetica per la stanza, affaccendandosi attorno alla toeletta di Anna per assicurarsi che tutto fosse in ordine.

- Gradirei innanzitutto che tu ti dessi pace, cara -, ridacchiò lei in risposta, a dispetto del fastidio che continuava a montare inesorabile. – Non è necessario che ti affanni a tal modo, gestisci tutto in modo impeccabile. –

Rosalia si arrestò subito, un nuovo sorrisetto tremolante le arricciò le labbra. Parve in procinto di dire qualcosa, ma Anna non glielo permise: non avrebbe retto la sua frivola presenza un secondo di più.

- Credo opterò per il vestito azzurro pallido – la interruppe, in tono gentile ma fermo, troncando così la conversazione.


E poco dopo eccola in salotto, libro alla mano, nel suo vestito azzurro pallido fresco di sartoria: regalo da parte del marito, per festeggiare un qualche successo professionale. O almeno così aveva detto: dopo due anni di matrimonio, a Anna non era ancora chiaro quale mestiere egli svolgesse. Non che non avesse mai tentato di approfondire la questione, naturalmente; ma, dopo qualche esperimento infruttuoso fatto di risposte elusive e sguardi imbarazzati, aveva preferito desistere e non forzare il marito: con ogni probabilità era in balia di eccessive preoccupazioni, e lei non intendeva aggiungere se stessa all’elenco. Meglio attendere che si sentisse pronto e sollevasse spontaneamente l’argomento. Eppure non aveva davvero idea di dove fosse in quel momento.

- Rosalia -, chiamò, in un tono che giudicò all’istante un po’ troppo imperioso ma che era diretta conseguenza della sua impazienza. Non si preoccupò neppure di attendere il suo arrivo.

- Mio marito ti ha per caso riferito dove stesse andando? –

La domestica non rispose subito: probabilmente la domanda l’aveva insospettita, perché parve raccogliere accuratamente le parole prima di replicare, con fare guardingo: - No, signora, non mi ha detto nulla.-

Anna colse la sfumatura sospettosa nella voce della ragazza, e ne fu disgustata. Pensava forse che quella domanda fosse stata dettata dalla gelosia, che fosse un mero tranello per indurla a confessare una fantomatica tresca con suo marito? La sola idea che quella scialba biondina scheletrica ritenesse di potersi mettere in reale competizione con lei la divertiva e la oltraggiava al tempo stesso.

- Grazie, cara -, le sorrise, la voce di velluto. – Ma proprio non comprendo il perché di quell’espressione così allarmata. Ricomponiti, sarebbe un tale peccato se un viso grazioso come il tuo dovesse risentirne! –

Vide le gote dell’interlocutrice sbiancare e poi accendersi di vergogna, e percepì un lampo di gioia crudele attraversarle il petto, fulmineo e indescrivibilmente soddisfacente.

- Sono grata della vostra preoccupazione, signora, e anche del complimento. Non sono in molti a dire che ho un bel volto. –

Forse perché non ce l’hai, le sovvenne spontaneo alla mente. La detestava: umiliata, con lo sguardo basso e la voce ridotta a un soffio appena udibile, eppure persisteva ostinata in quell’atteggiamento di volgare asservimento, di fastidiosa umiltà. L’impulso di schiaffeggiarla la tentò, e quasi prevalse sul buonsenso; ma no, non poteva concedersi di passare dalla parte del torto con una cameriera, e soprattutto in modo così villano!

Preferì quindi tornare alla lettura del suo libro – un romanzo di Jane Austen di cui non ricordava neppure più il titolo, nonostante l’avesse appena aperto -, obbligandosi a ignorare quella creatura senza dignità: quella continuava però ad affaccendarsi istericamente per il salotto, percorrendolo in lungo e in largo come un roditore esagitato.

Anna si arrese e ripose il volume ancora intatto, con un sospiro rassegnato: la lettura avrebbe dovuto attendere.

Rosalia notò subito quel cambio di programma, e dovette sentirsi legittimata – o forse costretta? – ad avviare una conversazione di cui Anna non avvertiva la minima necessità. – Cosa avete in programma per oggi, signora? Spero di non risultare invadente, ma spero che abbiate un’occasione per sfoggiare quell’abito magnifico, quello rosso che vi ha donato vostro marito e che non avete ancora indossato… -

-Però, che attenzione ai dettagli! – Anna proruppe in una risata cristallina, che mal si conciliava con i suoi reali sentimenti. – E comunque non credo di far nulla, oggi: temo di non essere dell’umore. –

-Ah, signora, ma io penso che voi dovreste uscire, ve ne state sempre rinchiusa in casa… -

- Sono perfettamente consapevole di ciò che faccio. – La voce le si indurì di colpo, quel tanto sufficiente a venare la cortesia di una sfumatura tagliente.

Rosalia dovette rendersi conto di essersi spinta troppo oltre, perché si zittì e iniziò a guardarsi attorno, l’ansia quasi palpabile. A sottrarla a quella situazione penosa fu il grattare della chiave nella porta d’ingresso: Anna si accorse del lampo di sollievo che le illuminò lo sguardo, ma ancor di più del rossore soffuso che le imporporò le guance quando Claudio entrò nella sala.

Esaminò la reazione del marito, animata solo da una viva curiosità: lui si limitò a indirizzare un cenno di saluto alla domestica, accompagnandolo con uno di quei sorrisi cordiali davanti ai quali Anna si sentiva sciogliere ogni volta.

Gli si avvicinò raggiante, un sorriso – stavolta sincero – a incurvarle le labbra. Fece per parlargli, salutarlo, chiedergli della giornata, ma lui abbassò lo sguardo con un’espressione così assente e turbata che le mise i brividi. Era raro vederlo così, pertanto dedusse che dovesse averne una ragione ben precisa. Si limitò a sfiorargli la mano con le dita: un tocco appena percettibile, delicato, carico di gentili sottintesi; e, dopo ormai due anni di matrimonio, lui sapeva bene che qualsiasi motivo di angoscia poteva essere tranquillamente discusso con lei.

La donna gli lanciò un ultimo sguardo apprensivo e lasciò il salotto, scivolando nella sua camera in un leggero fruscio di stoffe: se avesse voluto, avrebbe saputo dove trovarla.

Claudio, però, deluse le aspettative della moglie: questa lo udì sussurrare qualcosa a Rosalia – a voce troppo bassa perché potesse distinguere le parole -, quindi uscire di nuovo e chiudersi la porta d’ingresso alle spalle.

Aggrottò le sopracciglia, perplessa: la questione doveva essere più grave di quanto immaginasse, se suo marito si comportava in modo così inspiegabile.

Iniziò a camminare su e giù per la stanza, massaggiandosi distrattamente la fronte con una mano; arrivò all’altezza dello specchio della sua toeletta e degnò il suo riflesso di un’occhiata assente: si accorse del volto stranamente pallido e della bocca che, senza che lei se ne fosse resa conto, si era stretta in una linea tesa.

Batté le palpebre, si strinse nelle spalle e si sistemò un boccolo ribelle dietro l’orecchio; quindi si avvicinò a una delle giacche del marito, frugò nelle tasche ed estrasse un pacchetto di sigarette – uno dei tanti -, quasi pieno. Fumò in silenzio, godendosi ogni boccata come un balsamo per i suoi nervi e tenendosi lontana dalla finestra, onde evitare eventuali sguardi indiscreti. Si sentì subito meglio, più padrona di sé: corse a spalancare la finestra per liberare la stanza dall’odore acre del fumo e si sedette sulla sponda del letto, rimuginando sul da farsi: la frustrava il fatto che, dato che il carattere dell’uomo somigliava moltissimo al suo, insistendo non avrebbe ottenuto nulla, se non stizza e la conseguente erezione di una barriera invalicabile. Avrebbe dovuto adottare vie più sottili. Allungò la mano verso il comodino, prese un fazzoletto con ricamati i primi petali di una rosa e si preparò a riflettere.


Rosalia si stava affaccendando ai fornelli, frettolosamente e in modo piuttosto chiassoso: era già la quinta volta che faceva tintinnare le stoviglie, ed era un miracolo che la porcellana delicata dei piatti fosse ancora integra.

Ringraziò Dio fra sé per aver fatto sì che la padrona non fosse presente: l’avrebbe di certo rimproverata con quel suo fare aspro e gelido che tanto la umiliava.

- Sei disorganizzata, Rosalia, vuoi per caso costringermi a rinnovare la cristalleria? – borbottò fra i denti, stizzita. Per quanto si sforzasse, proprio non riusciva a piacerle, e ne era ormai ben consapevole: non le restava che incassare quelle offese così velate e inspiegabilmente raffinate e tenersi il lavoro. Ne aveva un disperato bisogno: i due coniugi erano stati i primi ad assumerla dopo un lungo periodo di ricerche infruttuose, e per di più le avevano anche offerto un compenso discreto, tale da suscitare la sincera invidia di alcune sue amiche impegnate presso altre famiglie. Dopo sole poche settimane di impiego era persino stata in grado di comprare un paio di vestiti nuovi, e abbandonare quella mansione era fuori discussione.

E poi il padrone era così gentile con lei, così… umano. Molte di quelle sue amiche, soprattutto quelle con più esperienza nel settore, le avevano spesso riferito di episodi spiacevoli, se non inquietanti, subiti per mano degli uomini presso i quali lavoravano: sebbene non fossero state particolarmente esplicite nei loro racconti, quanto detto era stato sufficiente perché la giovane ne intuisse i sottintesi e si preparasse al peggio.

Quando aveva iniziato a prestare servizio in quella casa, aveva trascorso i primi giorni in preda a un’angoscia indicibile, sempre all’erta, nell’ansia che il signore iniziasse a rivolgerle attenzioni indesiderate; invece, aveva scoperto ben presto che si trattava di un uomo cortese, affabile e garbato. I suoi timori erano venuti meno, e ormai era del tutto a proprio agio alla prospettiva di trovarsi sola con lui. A intimorirla era piuttosto la padrona, con quel suo sguardo glaciale e la voce perentoria e monocorde. Rosalia sapeva che questo atteggiamento non era riservato a chiunque: con il marito e con gli ospiti la signora era infatti sorridente e cordiale. Ciò che proprio non capiva, però, era il perché ce l’avesse così tanto con lei.

Il tintinnio di un piatto che si infrangeva sul pavimento la riportò bruscamente alla realtà. Osservò con un gemito strozzato le schegge di pregiatissima porcellana candida disperdersi sulle assi di legno, una mano tesa come a voler salvare l’irreparabile. Ma ormai il danno era fatto.

- Che succede? –

Il sangue le si gelò nelle vene all’udire la voce di Anna. Tentò di abbozzare una scusa credibile prima del suo arrivo, ma la donna si era già materializzata, silenziosa come un gatto, sulla soglia della cucina. La domestica deglutì: non l’aveva sentita avvicinarsi.

Anna abbassò rapidamente lo sguardo su quanto restava del piatto, senza che la sua espressione mutasse di una virgola. – Mi fingerò stupita di quanto accaduto -, disse semplicemente, col solito tono pacato e imperturbabile.

- M-mi dispiace, signora, davvero, non volevo… -

La donna interruppe con un cenno della mano quelle scuse maldestre. – Hai già parlato a sufficienza, basta così. –

Rosalia annuì, atterrita. Si preparò a vedere il valore di quel piatto – oh, non osava neppure immaginare a quanto ammontasse – detratto dai suoi futuri compensi fino all’ultimo quarto di lira.

Attese che la padrona pronunciasse il suo verdetto, ma quella continuava a tacere; divorata dall’ansia, non riuscì a trattenersi dal porre la fatidica domanda.

-Lo ripagherò, se desiderate… -, accennò, temendo il peggio. Con orrore, si accorse di aver intrecciato le dita in un umiliante gesto di preghiera.

E dovette averlo notato anche la signora, perché degnò le sue mani di una breve occhiata altezzosa – cosa che ferì l’orgoglio di Rosalia più di ogni altra cosa al mondo – e inarcò un sopracciglio, annoiata. – Non è necessario. È solo un piatto, dopotutto. –

- Siete così gentile, signora, così gentile… - La ragazza quasi non era in grado di parlare per il macigno che le era stato appena tolto dal petto. - Vi ringrazio, davvero, non so come avrei fatto sennò… -

All’udire le parole appena pronunciate, Rosalia fu invasa da un’ondata di disgusto verso se stessa: si sentiva servile, umiliata da un danno di cui lei, e soltanto lei, era responsabile. E adesso cosa farai, ti inginocchierai anche?, pensò con amarezza.

- Mi stai mettendo in imbarazzo -, giunse impietosa la risposta della padrona. Scoccò alla domestica uno sguardo di genuino ribrezzo e si ritirò nelle sue stanze, accompagnata dall’impercettibile fruscio del suo magnifico abito azzurro.

Rosalia, rimasta in piedi al centro della cucina, sentì lacrime bollenti scivolarle lungo le guance.

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