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Una storia di Chiarawhite

Vi presento Mr. White

Capitolo I - l'Hotel

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8 minuti

Pubblicato il 20 novembre 2019 in Erotici

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Sono Chiara. Non sapete niente di me, potete immaginarmi nuda, in punta di piedi che allungo una mano dalle dita affusolate verso di voi che state per leggere i miei racconti: vi prenderò per mano e vi condurrò nel mio mondo, vi presenterò Mr. White. Mantenete i nervi saldi, un incontro con lui può essere devastante per voi quanto lo è stato per me. Non provate a capirlo, è un uomo enigmatico, carismatico, controverso. È l'uomo che mi ha aperto gli occhi bendandomi, un dannato che cura le mie ferite infliggendomi morsi voraci sulla carne.

Ho deciso di chiamarlo Mr. White per tante ragioni: scordatevi Christian Grey, il mio uomo se vuole sa fare male veramente, ma sa anche scopare la testa meglio ancora di quanto faccia con il corpo. Mind-blowing, è così che lo definisco: alla lettera, ti fotte il cervello. White come la camicia bianca che indossa ad ogni incontro, White perché gli effetti che provoca sono quelli della cocaina: dà dipendenza, assuefazione, eccitazione. Eppure per me è tenebra, inquietudine. Non ho mai conosciuto qualcuno così simile e così diverso da me: io sono Chiara, sono luce, lui al contrario è oscurità, caos, tormento.
Non vi parlerò adesso di come ci siamo conosciuti, lo incontrerete così, di fianco a me alla reception di un hotel. È mattina, stanno controllando la mia prenotazione, mi fisso sbadatamente il tacco degli stivali e intanto penso che farò colazione con il suo corpo. Mi ciberò delle sue attenzioni e sfamerò le sue richieste.


Due passi verso l'ascensore: la cabina è stretta, sono claustrofobica ma stavolta non mi dispiace affatto essere costretta a dividere quello spazio angusto.

I nostri corpi sono vicini, sento la tensione che sta salendo, ho le mani fredde, ma il mio sguardo è fermo, sto pregustando il piacere che mi aspetta da lì a poco.

Ho le movenze languide di una gatta che si finge disinteressata ma tiene d'occhio la sua preda mentre agita la coda lentamente. I fianchi tesi, i muscoli pronti a sostenerla nel balzo.

Mi sposto leggermente e lascio scivolare gli occhi azzurri sul suo corpo. Mi soffermo sulla bocca: quelle labbra piene, che si aprono per dare piacere... quelle labbra che nascondono la fila di denti che imprimono dolore e lasciano il marchio. Chissà se oggi ne riceverò uno... i miei preferiti sono quelli che mi lascia sull'inguine: il dolore della carne offesa che si mescola al piacere di vedere la sua testa affondare tra le mie cosce, i capelli neri che si appoggiano sulla mia pelle bianca. Il tempo di un morso, un brivido che corre veloce e risale la spina dorsale vertebra dopo vertebra, arriva al collo, si smorza alla base della nuca.

È passata solo una frazione di secondo ma i pensieri si sono già persi in rivoli, le porte dell'ascensore si chiudono, il suo corpo si sposta prepotentemente contro il mio e mi appoggia contro la parete: mi bacia il collo, una mano si insinua sotto la gonna.

Mi abbandono alle sue mani, porto le mie verso i suoi pantaloni, voglio sentire la sua eccitazione addosso a me. Non posso non guardare il borsone da palestra che porta sulla spalla.

Lo conosco quel borsone, dalla seconda volta che l'ho incontrato... al suo interno, dentro una busta di plastica gialla ci sono gli strumenti del suo dominio: cravatte, lacci di seta, pinzette da ufficio che non saranno mai più le stesse ai miei occhi. Improvvisamente mi chiedo se Poseidone portasse in giro allo stesso modo il suo tridente quando non voleva dare nell'occhio... sono costretta a sorridere della mia fantasia. La mia mente è sempre in fermento: spesso un gesto qualsiasi risveglia un riferimento ad un libro, una nozione scientifica, un'opera letteraria... oggi tocca alla mitologia greca.

Mi chiedo perché abbia scomodato proprio il dio del mare, la risposta è nelle linee forti e scolpite delle sue spalle che si intravedono dal tessuto teso della camicia bianca. Non si dimentica facilmente quel corpo, non ci si può confondere quando chi lo abita non perde l'abitudine di inviare foto a petto nudo, scattate allo specchio, con il pantaloncino leggermente troppo basso... quanta maledetta confidenza che ha, ma lo rende ancora più irresistibile.


Come la divinità greca comanda le acque, così lui riesce a far sgorgare dal mo corpo un piacere irrefrenabile. Non avevo mai provato orgasmi tanto intensi e prepotenti prima di conoscerlo: un fiume che si riversa sulle sue mani, sulle sue labbra, sul suo cazzo.
Un suo messaggio riesce a farmi salire l'acquolina in bocca, rimango in attesa, assuefatta e vogliosa, so già che mi bagnerò. È un riflesso condizionato come quello dei cani di Pavlov: la notifica di Whatsapp il mio campanello, lui lo scienziato che rileva la mia salivazione.

Mente e corpo viaggiano a velocità opposte, le rotelline in testa girano, corrono eppure sono solo pochi attimi che siamo in quell'ascensore. Le sue labbra si schiudono, i suoi denti si serrano sul mio orecchio destro, chiudo gli occhi e mi lascio assaporare. Il suo profumo mi entra nella testa. I sensi non rispettano più le regole: da ora so che gusto, tatto, olfatto, vista e udito si fondono tra loro senza più una logica. Siamo arrivati al nostro piano.


Un giro di chiave, siamo nella camera, una di quelle che hanno visto tempi migliori ma quasi non lo noto. Vedo invece una piccola crepa che corre lungo il muro, mi ricorda qualcosa di familiare: una piccola crepa che sento aprirsi dentro di me incerta tra il leggero senso di colpa di essere in quella stanza di hotel con un uomo che non è mio marito e la voglia impetuosa di concedermi a lui, di conquistarlo, di arrendermi e di cadere sfiniti sulle lenzuola.
No, non è una crepa, è una voragine la mia. Si è aperta qualche tempo fa e ormai è ben evidente: ho deciso da quale parte stare, sono saltata fuori giusto in tempo per non cadere nell'abisso, a volte sento ancora che mi manca la terra sotto i piedi ma non è questo il momento di pensarci. So bene il motivo per cui sono qui: lo voglio.

Ogni incontro è diverso, ogni volta siamo persone diverse, con ruoli diversi. Una lotta continua per prendere l'altro o per farsi prendere. È questa la parte più eccitante: è come essere sempre su un campo di battaglia, un giorno leggo i bollettini di guerra, conquisto una posizione, avanzo strisciando, mi sento ad un soffio dalle linee nemiche e improvvisamente scopro che era una falsa pista, sono completamente fuori strada, in una trappola esposta ai suoi attacchi, già nel suo mirino. Con il tempo ho imparato a riconoscere le sue armi e le ho fatte mie, ho imparato a costruirmi il mio piccolo arsenale... ma ogni volta che mi sento pronta ad affrontarlo scopro che mi ha già accerchiata. Non mi arrendo, sono orgogliosa, cerco di tener testa ma mi piace quando riesce a sorprendermi e a far cadere i miei muri difensivi. Quelli crollano sempre, sono fatti di sabbia, non sono ancora mai riuscita a trovare un materiale migliore.


Ci togliamo i giacchetti, sempre vicini, sono attratta verso il suo corpo come una farfalla testarda dalla luce del lampadario. Apre l'anta dell'armadio e vede lo specchio: in un attimo e senza bisogno di dire niente fa una leggera pressione sui miei fianchi e sono già inginocchiata a lui, gli sbottono i pantaloni mentre le sue dita regolari fanno saltare uno dopo l'altro i bottoni dalle asole della camicia. Le dita avanzano verso il basso, inesorabili, a ritmo regolare. Mentre prendo in mano il suo cazzo sollevo il mento verso l'alto: trovo così eccitante guardarlo da questa posizione, con la camicia aperta, accarezzo mentalmente i suoi pettorali, risalgo il collo e lascio cadere lo sguardo un ultima volta su quella bocca prima di fissarlo negli occhi. Il suo portamento severo mi fa morire. È ancora presto, ma tra poco sulla fronte si gonfierà una vena a conferma di quanto gli sta piacendo quello che faccio. Non aspetto altro. In quei momenti lo vedo inclinare la testa di lato, lo sguardo duro vagamente increspato da un piacere che sta salendo dentro di lui e si sta facendo strada verso la mia bocca.


Adoro succhiare la sua energia, la sua vita. La mia lingua accarezza ogni centimetro della sua pelle, non trascuro nessuna terminazione nervosa, il nostro deve essere un piacere totale, avvolgente. Quando non sarà più così non ci vedremo più, siamo fatti entrambi per spingere al massimo, bruceremo finché non saremo cenere.


Non è un tipo di molte parole, forse è per questo che mi bagno quando riesco a strappargli un gemito. Mentre succhio diligentemente la sua cappella e scendo lungo l'asta del suo cazzo ad accarezzare le palle sento una mano ferma che mi afferra per i capelli: so già cosa mi aspetta. Adoro e odio questo momento al di là di ogni immaginazione. Vuole spingermi il suo cazzo in gola, farmelo sentire tutto fino a farmi scendere le lacrime. Cerco di accoglierlo in bocca come meglio posso, ma non è abbastanza per lui. Sento il suo corpo entrare nel mio, la mano che forza la mia testa ad assumere una posizione che gli permetta di spingerlo più a fondo, cerco di spostarmi, sento i conati di vomito e la salivazione aumenta improvvisamente ma non riesco a liberarmi dalla sua stretta: mi ha in pugno, sono sua. Lotto per liberarmi di nuovo, con più convinzione, ogni volta mi trattiene un secondo più a lungo, mi sta addestrando... stavolta mi lascia andare e gode a vedere la mia saliva che scende dalle labbra e cola fino a posarsi sui miei vestiti, i miei occhi chiari sono bagnati di lacrime, ho lo sguardo smarrito e incazzato che lo rimprovera di avermi stuprata. I suoi occhi scuri adesso brillano completamente neri e vittoriosi.

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