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Una storia di Violino

40 euro.

Due cugini disoccupati discutono su una panchina in parco Sempronio di tematiche attuali quali il lavoro e la figa.

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6 minuti

Pubblicato il 20 novembre 2019 in Humor

Tags: #estinzione #lavoro #surrealismo #umorismo #uova

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Due cugini disoccupati discutono su una panchina in parco Sempronio di tematiche attuali quali il lavoro e la figa. Una proposta lavorativa spezza la monotonia dei pomeriggi di Franco e Gino, entrambi speranzosi di poter offrire da bere alla cameriera del bar Sport.

Cugini.


Quel cazzaro di mio cugino Gino.


Diec'anni senza un lavoro sono passati ormai, o meglio senza un posto fisso. Mi accontenterei anche di un contratto a progetto, non sto certo chiedendo un contratto a tempo indeterminato presso la Tamburo&Co. Mi accontenterei di poco se almeno lo avessi quel poco.

Come ogni pomeriggio, domenica esclusa dato che c'è il campionato ed io la Internazionale Metano prorpio non me la posso perdere, mi ritrovo qui a Parco Sempronio su questa panchina verde persiano a disquisire con mio cugino Gino su quanto la cameriera del bar Sport di via Meloncelli sia figa. Sono discorsi di una certa caratura intellettuale.

- Franco ma ti rendi conto che armamentario ha quella li, ci vorrà il porta d'armi per portarle in giro.

Il livello culturale della conversione mi mette un po a disagio considerando il trittico di panchine difronte a noi. Una signora sulla quarantina con passeggino sulla prima, una coppia di dolci anziani che si tengono la mano sulla seconda, ed un prete immerso nella lettura dell'ultimo capolavoro di Daniele Pennacchio sulla terza.

- Hai proprio ragione Gino.

Rispondo con lo sguardo indifferente di chi non ha proprio voglia di parlare di figa davanti ad un prete.

- Vabbe ma tu cosa ne capisci di donne Franco, sei sempre quì seduto ad acoltare quella musica deprimente che piace a te, di quei cantautori italiani da quattro soldi che non conosce nessuno.

In realtà spero mi renda più interessante, più sofisticato, ma purtroppo di interessante ho solo una cicatrice che parte dall'occhio destro, una crepa che mi taglia a metà la fronte. Non che mio cugino sia più interessante, se non per il cognome, Coque, gentilmente concessogli dal padre, francese della Bretagna.

- Sto seguendo un corso on-line di produzione musicale, nel giro di tre mesi dovrei essere in grado di pordurre da zero una base musicale.

- Un altra stupidaggine delle tue, da radical chic ostentato quale sei. Io ho trovato impiego in un ristorante, inizio domani, la mansione non è ben specificata ma pagano bene, sicuramente più della miseria che prendo adesso al bar da zia Simona. Se vuoi posso chiedere se cercano altro personale, almeno metti da parte qualcosa prima di diventare il nuovo produttore di Alicia Door.

- Ah, molto simpatico Gino. Quanto pagano?

- Quaranta euro ad evento.

- Ad evento?

- Si, non è uno di quei ristoranti aperti tutti i giorni, lavorano ad eventi, matrimoni, compleanni, battesimi. Pagano in voucher.

- Oh i voucher, mi puzza di inculata Gino.

- Franco smettila di fare lo schizzinoso, finchè mi pagano io non mi lamento. Accetto di essere pagato anche in nero purchè possa permettermi una birra al bar Sport.

E così mi ritrovo ad accettare la proposta di mio cugino Gino, non mi farà certo male mettere da parte qualche soldo. A trent'anni si vive ancora bene da mamma e papà, ma se voglio avere qualche spearanza con la barista con il porto d'armi devo smetterla di svegliarmi con il cappucino di mamma.




Il viaggio.


La fermata del tram.


All'indomani mi contattarono dal ristorante, cercavano forza lavoro per un evento del fine settimana. Incredibilmente quello scansafatiche di Gino era riuscito a farmi assumere, per quanto un voucher possa valere come assunzione. Strano che non mi abbia nemmeno chiamato per vantarsi del potere decisionale della sua parola sulla mia vita.

Sono le sei di mattina e c'è un freddo tale da fare irrigidere ogni singola parte del mio corpo, duro e inflessibile come l'erezione che ho avuto questa mattina dopo una serata passata al bar Sport. Sono alla fermata del tram due che dovrebbe portarmi al ristorante. Il turno inizia presto. Credo bisogni preparare la sala e parlare con il cuoco e il cameriere caposala per avere tutte le direttive necessarie. Una signora mi osserva, con sguardo emblematico come se avesse un grosso punto interrogativo sulla fronte corrucciata dalla vecchiaia e dallo stupore. Sono abituato ormai a questo tipo di attenzioni. Non mi meraviglio. Salgo sul tram. Timbro il biglietto con un po di fatica. Quanto sono alte queste obliteratrici. Mi siedo e faccio partire l'ultimo singolo del Lo stato asociale. Chiudo gli occhi, pregando di non perdere la fermata giusta.


Ristorante "da Giovanni".


Un arco fiorito di tulipani viola che si sposano con i crisantemi, pittoresco come accostamento. Entro, lo chef e il caposala mi guardano leccandosi i baffi. La gente mi guarda sempre incuriosita, come le anziane di via Tesla guardano i ragazzi di colore del palazzo al crocevia con via Edison. Non mi introducono alla sala, probabilmente dovrò aiutare in cucina, non sono mai stato bravo tra i fornelli. Non vedo nemmeno quel cazzaro di mio cugino Gino, starà sicuramente in bagno a fumare come facevamo a quindici anni al liceo. Gino ha trent'anni ormai ma ha mantenuto le stesse abitudini che aveva in adolescenza, fuma in bagno, fai il dito medio alla folla in strada quando siamo sul tram e si masturba con le inserzioni di intimo di Pamonara.

Finalmente si comincia, non faccio in tempo a cambiarmi che mi conducono in cucina, pragmatici oltremodo.




La cena.


Crostini alle uova con bacon.


Morto, dipartito, trapassato, deceduto, defunto, estino. C'era da sospettarlo, chi poteva dare un lavoro a due buoni a nulla come me e Gino. La triste fine di Franco Bue e Gino Coque. E quei quaranta euro io non li ho nemmeno visti, non che possa spenderli oramai. In fin dei conti non è andata poi cosi male, è stata una morte rapida, molti la invidierebbero. Oggigiorno la gente muore di cancro dopo battaglie che durano una vita, le persone passano a miglior vita in guerra, dissanguate dopo che un proiettile errante decide che è arrivato il momento di concludere la sua corsa nel loro intestino. Potevo morire per infarto o vecchiaia, oppure strapazzato mentre quel bastardo del boia giocava con le mie interiora. Potevo morire come mio cugino Gino, a lui si che è andata male. Cucinato alla coque, ironico. Ha sofferto per interminabili minuti in quel mare vulcanico che ribolliva come lava. Aveva ustioni di terzo grado su tutto il corpo, lui che odiava anche bere la zuppa calda di nonna Iole. La mia morte invece è stata veloce. Tac, un colpo netto come se mi avessero spezzato il collo. Una mossa di ninjutsu mi ha aperto in due parti perfettamente uguali. Il boia ha fatto bene il suo lavoro.

In questo mondo infame dove le galline non chiocciano più noi uova siamo una specie in via di estinzione.

In questo mondo ignobile dove gli orsi polari sono estinti, dove il lupo non ulula più, dove il dodo ha imparato a volare e il panda rosso non ruba più i frutti di bosco che piacciono tanto alla cameriera del bar Sport io vi dico addio e vaffanculo.



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