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Una storia di MirianaKuntz

Il sacco delle dimenticanze

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6 minuti

Pubblicato il 11 giugno 2020 in Storie d’amore

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Gli aveva voltato le spalle, non come quando dici -a più tardi- né quando in preda ad un odio cieco ci si allontana veloci. Lo aveva fatto con la morte nel cuore, con la paura addosso, con le gambe tremanti. Tutto di lei tremava, perché la faccenda che le si stagliava dinanzi era dura e tortuosa, a tratti quasi impossibile da compiere. Le sue gambe tremavano perché il suo corpo stava prendendo le distanze da lui. Era stato il primo, il fisico, inumano e tutto d’un pezzo, ad accorgersi che tutto quell’amore sbagliato gli stava facendo la guerra. Si era ristretto ed era riuscito ad entrare in taglie che non aveva mai potuto riempire, si era allargato quando l’ansia sembrava soffiargli da dentro come succede ai palloncini. Si era riempito di lividi e tagli, quando il suo proprietario non ne poteva più. Il fisico si era ammaccato nei punti più sensibili, raggrinzito in quelli dove non si sospetta. Gli occhi si erano fatti prima piccoli, come due fessure, e poi grandi come limoni, con l’interno rossastro di chi ha pianto troppo. Le dita si erano intorpidite perché per giorni interi avevano scritto messaggi infiniti, e in alcuni si erano addormentate dalla troppa immobilità. Il corpo aveva poi tirato le somme e aveva spedito al cervello un biglietto di partenza. Nemmeno la testa aveva più collaborato, la mente non dava più segnali: il corpo voleva dormire quando c’era da stare svegli, e restava in allerta quando il mondo intero si era già addormentato. I fili della testa si erano ingarbugliati gli uni sugli altri, e si erano spezzati in alcuni punti, eventi impossibili in altre teste. Quando il cervello aveva fatto il suo ritorno, il corpo, ormai, era nient’altro che un ammasso di carne e nervi. Dopo di lui toccò al cuore la parte più difficile. Lei aveva da imparare due cose e doveva invece scordarsene un’altra. Doveva imparare ad amare sé stessa più degli altri, e poi doveva capire come inventarsi una nuova vita. Se imparare qualcosa è difficile, ancora più impervia risulta -la dimenticanza- Le toccava dimenticare com’era amare quell’uomo. Cosa provasse il suo animo quando tutto di lei, toccava tutto di lui.

Si chiedeva se avesse ancora quel sorriso, se i suoi denti ridessero allo stesso modo in mezzo agli altri. E se usasse ancora lo stesso dentifricio a pasta delicata e menta forte. Se avesse ancora timore degli sconosciuti sotto le fermate del bus, e se fosse ancora bravo ad attaccare bottone con le vecchiette coi cani ai giardinetti pubblici. Si chiedeva se avesse ancora quel maglione scuro, con il collo a giro, con le collane in vista e il profumo estenuante. Se fosse ancora la stessa cosa rigiragli l’anello tra le dita, scegliendo ogni volta un posto diverso, per timore di indossarlo, e pensare di essere sua anche davanti agli altri. Se mangiasse ancora con gusto le cose che gli altri trovano banali, se impastasse ancora bene con le sue grandi nocche gli impasti più difficili. Le domande più complesse, però, erano quelle che li riguardavano.

Quando gli sbalzi di tensione le permettevano di vivere la notte come si vive il giorno, lei appuntava su un foglio le sue dimenticanze. Le cose che avrebbe dovuto cancellare dalla testa. E allora mentre fissava il foglio bianco, si chiedeva se avesse ancora le stesse labbra, lui, le stesse che messe sulle sue sembravano fatte su misura da uno sculture bravo. Se avesse ancora il collo morbido, e l’incavo della giugulare della stessa altezza della sua testa stanca. Se lui avesse ancora in mente il modo in cui il letto sembrava volare quando lei gli era addosso, e lui sospirava. Se avesse ancora in mente i suoi consigli, se avesse preso poco freddo e poco caldo, come lei gli diceva ogni volta. Se fosse prudente in sella ai suoi mezzi di fortuna, se tra un pensiero e l’altro, tra la folla vedesse ancora due con le loro facce, che si tengono per mano, con una paura cieca di camminare senza l’altro. A lei, succedeva tutte le volte che era per strada. Si chiedeva se avesse ancora in mente il modo in cui la guardava, i gesti da ragazzina che nascondevano troppe paure. Il rumore del silenzio dall’altra parte del telefono, quello delle risate che non puoi trattenere, e il tonfo delle grida, di chi è stanco di aspettare ancora troppo una felicità meritata e voluta. Si chiedeva perché non avesse mai fumato in sua presenza, come ad aver timore di sembrare -sporco- al cospetto di chi è troppo pulito, e sembra paradossalmente sciatto. Aveva una voglia matta di chiedergli il perché, ma si limitò ad aggiungerla alla lista delle cose da dimenticare.

Nella busta nera della sua testa, lanciò anche tutte le domande che non aveva fatto, e quelle che invece avevano trovato risoluzioni stupide o cattive. Non voleva più sentirle, né voleva ripetersele, quelle risposte. Le mise via, lasciando buchi neri in antri zeppi di cose utili. Ci finirono anche le loro carezze, di seta e lino, e i baci, fatti da una tempra di desiderio mai vista uguale su nessuno. Su di loro, ammassati, i momenti felici di chi pensava non potesse mai finire, i giri a gambe stanche, in mezzo agli altri. E gli spintoni di chi si grida -non ti voglio più- e di chi teme invece la fine. Le volte in cui uno aveva puntato la pistola alla tempia dell’altro, sentendosi sbagliato solo poco dopo. Ridendo di quell’adrenalina insana che non possedeva nessuno. E i loro discorsi così diversi, ma che finivano per congiungersi sotto la cupola dell’amore, e ogni cosa che insieme si era fatta o vista. La busta nera tremava per il peso e la grandezza delle cose da buttare via.

Con una ruspa invisibile lei aveva raso al suolo tutto, perché anche le cose belle erano feroci come quelle brutte. Non potevano più ripetersi.

Si era voltata, con le spalle disegnate ad arte, mentre lui, immobile, come sempre, era fermo al muro dei suoi intenti. Aveva fatto dieci passi, sentendosi morire, poi undici, e aveva dimenticato il suo nome, quindici e aveva addosso solo il suo odore, al ventesimo passo non c’era mai stato un noi, quando arrivò al trenta, era stata tanto coraggiosa da farsi più male del dovuto.

Nel sacco delle dimenticanze, ci era saltata anche lei, per raggiungerlo, e stare insieme per sempre.

Si era dimenticata tutto, persino sé stessa, il mondo lì fuori non le apparteneva più.

Rimase in piedi, immobile, con lo sguardo vitreo e la bocca chiusa.


Nel sacco delle dimenticanze, lui e lei non smettevano di amarsi.


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