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Una storia di Jelena

Questa storia è presente nel magazine Pillole del giorno prima

Superman è Clark Kent

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7 minuti

Pubblicato il 15 gennaio 2019 in Altro

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Erano appena le sei del mattino, la sveglia del cellulare continuava a suonare insistentemente da almeno dieci minuti, Cassandra non riusciva ad uscire fuori da un sogno che le avera reso il sonno agitato. Un nome antico il suo, eriditato dalla nonna paterna che non aveva mai conosciuto, anacronistico e inusuale, lo aveva sempre pronunciato con arrendevolezza, ma non le piaceva nemmeno quando le affibbiavano stupidi diminutivi. Riuscì a liberarsi da quella ragnatela onirica con non poca fatica, guardò il cellulare ed ignorò volutamente tutte le notifiche dei vari social, ancora al buio cercò i vestiti per andare a correre, legò i capelli in una coda e si precipitò fuori dalla porta.

Il parco sotto casa circondava l'intero quartiere, una vera e propria isola verde in una città arredata da grattacieli e centri commerciali, le prime luci dell'alba si riversavano come oro liquido tra i fili d'erba facendo brillare le piccole gocce di rugiada, la gamma di colori offerta superava di gran lunga qualsiasi filtro di Instagram. Le cuffie riproducevano una playlist di tracce anni '70 che, senza alcun criterio, spaziava dai Black Sabbath a John Lennon, la musica attuale non le piaceva, la rendeva o troppo triste e troppo frenetica senza passare per le mezze misure.


Come lei altri corridori mattienieri si tenevano in allenamento in quella zona, alcuni li salutava con un cenno del capo, altri li superava senza prestare attenzione, preferiva la corsa alla palestra, certo le temperature rigide dell'inverno non erano d'aiuto, ma chiudersi in un ambiente frequentato da bestioni gonfi di proteine e di ego non la attraeva più di tanto. Fece il primo chilometro senza troppo impegno, i pensieri quella mattina correvano molto più veloci rendendola distratta quel poco che bastava a farla inciampare su una radice di un vecchio pino, per poco non perse l'equilibrio. Solo allora si rese conto di aver cambiato percorso, si guardò attorno come un cerbiatto spaesato, fece appello al suo scarso senso di orientamento e poi vide il palazzo alla sua destra. Istintivamente il suo sguardo salì fino alle finestre del quarto piano, le serrande ancora abbassate, le luci spente, la Ford parcheggiata sempre nello stesso posto.

Lì abitava suo padre, un uomo sulla sessantina, buono e gentile con ogni tipo di essere vivente, e proprio quell'immensa bontà lo aveva portato lontano da tutti. Cassandra lo aveva amato come ogni bambina ama suo padre, lo aveva preso ad esempio, aveva imparato ad usare il suo stesso calmo tono di voce, usava i pennarelli per disegnare tutte le cose che facevano insieme e quelle che avrebbero fatto. Lui l'aveva cresciuta da solo, le aveva insegnato ad essere paziente e a non disperare quando la vita sembrava regalare solo delusioni, le aveva posizionato con cura diciotto candeline sulla torta, augurandole di restare così e di sentirsi sempre bene con sè stessa mentre cercava di trattenere a fatica le lacrime. Le aveva messo sulla testa quella corona d'alloro tanto sudata e desiderata, aveva sentito il cuore esplodere mentre il nome di sua figlia era stato seguito da un centodieci e lode e da applausi scroscianti. Era rimasto fuori dalla porta della sua stanza ad origliare le lacrime verstae per quel primo amore sbagliato, poi per quello non corrisposto e poi per quello giusto, ma arrivato nel momento sbagliato. Era un padre presente senza mai essere indiscreto, sapeva impartire l'educazione senza mai essere aggressivo, e Cassandra era la sua parte migliore, il suo manufatto perfetto, l'amore più puro che si possa provare.


Gli occhi di lei restarono fissi su quelle finestre come a voler oltrepassare i vetri per vedere cosa succedeva all'interno - se avessi la vista di Superman - pensò, e subito si sentì in colpa per aver generato un pensiero tanto frivolo. Ma le tornò in mente quando suo padre le metteva una tovaglia rossa sulle spalle e la prendeva in braccio dicendole che l'avrebbe fatta volare come il vero Superman, le aveva regalato le copie dei suoi fumetti, quelli che consumava da ragazzo, avevano visto insieme tutti i film decretando che Henry Cavill fosse quello più adatto alla parte, ma Christopher Reeve restava unico ed insostituibile. Sentí il respiro corto, un po' per la corsa e un po' per la pesantezza di alcuni ricordi e di alcune scelte, si ricordò del gatto che le regalò sua zia e che senza esitazioni aveva chiamato Mr. Kent. Il felino si era volatilizzato qualche settimana dopo, e suo padre per calmare i singhiozzi, le aveva detto che con un nome del genere quel povero animaletto si era sentito in dovere di andare ad aiutare altri gattini in difficoltà.


Cassandra lo sapeva, suo padre era lì, barricato tra quelle quattro mura, al buio, la televisione accesa da giorni ma senza audio, il frigo vuoto, vestiti sparsi sul pavimento. Riusciva quasi a vederlo, la barba incolta e i capelli arruffati, era steso su quel letto da un numero incalcolabile di giorni, si alzava a malapena per lavarsi, nemmeno mangiare rientrava tra le sue priorità. Anzi, a dirla tutta, priorità non ce n'erano più, la clessidra del tempo si era rovesciata ed i granelli di sabbia avevano bruscamente arretato la loro corsa, per quell'uomo il tempo si era fermato. Lei aveva lottato per lui per anni, lo aveva portato da migliori specialisti della città, aveva ascoltato pazientemente ogni diagnosi, prima era solo un po' di stress, poi un esaurimento nervoso, infine una depressione cronica. Cassandra se lo era fatto ripetere più volte da quella dottoressa dal sorriso dolce, mentre suo padre aspettava nell'altra stanza con assoluta noncuranza, come se il paziente fosse una persona a lui lontanissima. La ragazza infine chiese di avere la stessa spiegazione che si darebbe ad un bambino di undici anni, di semplificare, di ridurre al minimo i termini medici, di trovare una soluzione per riportare indietro l'uomo che l'aveva cresciuta.

Uscì dallo studio della dottoressa con una sorta di ronzìo nella testa, le sembrava di non avere equilibrio e che il pavimento si stesse sbriciolando sotto i suoi piedi, ripensò alle parole del medico:

- Suo padre si sente come se fosse l'unico sopravvisuto ad una catastrofe che ha devastato l'intero pianeta, non c'è più nessuno, e lui sente il peso di non essere riuscito a fare abbastanza. -

Cassandra non ricordava eventi particolarmente tristi accaduti negli ultimi anni, sua madre se ne era andata venticinque anni prima lasciandoli soli, la nonna era stata portata via da una brutta malattia, suo padre non era mai riuscito a trovare una compagna, forse per non togliere del tempo a l'unica figlia che aveva. Ma i figli crescono e ad un certo punto spiccano il volo verso nuovi orizzonti, e le case ed i cuori dei loro genitori diventano stanze silenziose.

Fu in quel momento che capì, non era stato un solo episodio, non un solo e grande trauma, erano state le piccole difficoltà quotidiane, le sconfitte, la solitudine cementata giorno dopo giorno. Lo aveva visto fin da bambina come se fosse davvero Superman, ma cos'è Superman senza il suo mantello? E' Clark Kent. Un uomo insicuro e fragile che si nasconde dietro ad un'improbabile montatura di occhiali, e nonostante sia sotto gli occhi di tutti, nessuno riesce a vedere i sacrifici che fa per salvare il suo mondo e il modo degli altri.

Ma era troppo tardi, persino lei sembrava essere diventata kryptonite, più le si avvicinivava più lui si allontanava, così dopo un po' lei smise di provarci.


L'aria era ancora fredda ma tutto il parco adesso era illuminato da un timido sole invernale, la playlist era terminata e Cassandra non se ne era nemmeno resa conto. Sentiva freddo alle mani, un nodo le stringeva la gola mentre cercava di prendere una decisione su quale tragitto percorrere per tornare a casa. Le sembrò di sentire la voce di suo padre, tolse le cuffie ormai silenziose dalle orecchie, guardò di nuovo in direzione dell'appartamento, le sembrò che una finestra si stesse aprendo, strinse inconsapevolmente gli occhi per mettere meglio a fuoco, non riusciva a vedere nulla. Il telefono le stava vibrando nella tasca, un collega la informava che l'ufficio si era allagato e che il capo aveva dato disposizioni a tutti i dipendenti di restare a casa fino ad un eventuale contrordine. Rimise il telefono in tasca e gettò un' ultima volta lo sguardo sul palazzo, ora un' enorme S rossa era attaccata al vetro della finestra della camera da letto.


Prese a correre come mai prima verso il portone, le lacrime sembravano congelarsi a contatto con l'aria gelida, Cassandra sentiva il vento insinuarsi sotto i vestiti, immaginò di avere il mantello rosso, di poter sentire la richiesta di aiuto, di riuscire a salvare il vero ed unico supereroe della sua vita: il suo papà.

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