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Una storia di Giorgio51589046

FIORI DI PELLE

SUCCO DI GAMBI INCISI

307 visualizzazioni

10 minuti

Pubblicato il 09 marzo 2021 in Horror

Tags: #cortile #culla #fiori #innocenza #coppia

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Feliks aveva una passione per Lora ma i tempi non erano maturi, o comunque pre/maturi.
Lui, assistente sociale a Tomsk, era abituato a regolare il suo tempo su uno stipendio regolare, schegge di strade percorse sulla sua jeep compass nei sobborghi della città siberiana presso famiglie non particolarmente problematiche, ma nemmeno psicologicamente asintomatiche...
Insomma, un tira e molla, come quando mastichi una gomma americana e non comprendi
se sia il caso di sputare o lasciarsi turbinare dalle mascelle che macerano e accompagnano
i pensieri più astrusi. E mentre si avvicinava al quartiere di Zavarzino nulla si discostava da quell'ibernazione dei concetti che fa parte della psiche metodica di chi è abituato a definire

e a definirsi all'interno di categorie e casi tipici. Senza variabili, senza improvvisazioni o intuizioni pregnanti; senza cuore... Si può decisamente affermare.
Ma Lora stava scompigliando i fattori in gioco e le conseguenze possibili, e addirittura
pericolose. Forse un aggettivo hardcore ma non così lontano da postulato=deduzione
che le sorprese dell'essere umano possono riservare.

Lo accolse alla porta e le disse subito, senza mutare particolarmente espressione del viso,
che Valentin si era sequestrato di nuovo, la piccola Nadezdha e l'aveva condotta con sé chissà dove, di sicuro non alla sua provvisoria bicocca a Sibirskaya lungo il corso del Tom'...
Valentin aveva la caratteristica di non possedere una bussola interiore affidabile o semplice
da decifrare anche per chi lo avesse conosciuto: ed erano molto pochi; nemmeno sua moglie
Lora. Soprattutto sua moglie Lora.
Lei lo accolse in casa facendolo sedere, e mettendogli sotto il naso non il samovar ma un
bicchiere cristallino di samogon. "è da stamattina che bevo". Gli avevo detto, senza che lui
se ne fosse minimamente accorto (una caratteristica che non condivideva con il suo bizzarro marito).
Feliks, pur non essendo un forte bevitore, aveva preso e svuotato in due sorsate, piuttosto vicine. Voleva rompere subito il ghiaccio e smettere i panni grotteschi del crocerossino burocratico con tutte le sue cartelle elettroniche, le proposte, i "SE E I MA", le illusioni, le ipotesi e i calcoli sul possibile comportamento di Valentin, già di suo irrazionale e incomprensibile.


Lo aveva conosciuto due mesi prima quando si era appena spostato nella casa in disfacimento in Ulitsa Lermontova, ex proprietà di uno zio finito in manicomio.
Non aveva da pagare affitti o manutenzioni particolari: attendeva l'evolversi delle cose, esattamente come puntualmente arrivavano.
Questa era la sua caratteristica: Valentin Kozlov, ex volontario nelle milizie filorusse durante la guerra bassa intensità nel Donbass, 29 anni, medagliato, richiamato in patria e stabilizzato con una pensioncina e l'iscrizione alla facoltà di filosofia presso l'università locale: mai sostanzialmente frequentata, del resto, tranne rari atti di testimonianza in presenza e fughe altrettanto rapide.
Valentin Kozlov, diversamente dalla moglie e dalla maggior parte dei russi, era astemio
da qualsiasi angolazione si potesse tentare di coglierlo in fallo.
Quella sera si era fatto da parte lasciandolo accedere, e Feliks non poté confidare a sé stesso di trovarsi in un un loculo malsano e asfittico. Malgrado fosse ancora febbraio inoltrato le finestre e gli scuri del remoto palazzo erano spalancate, e non v'era luce elettrica ma solo candele e stoppini di candela sparpagliati per le diverse stanze.
"Mi hanno sospeso l'elettricità". Si scusò l'ex miliziano: "Sono piuttosto arretrato col
saldo dei conti".
"Succede". Aveva tentato di sbrogliarsi l'assistente sociale.
Era lì con un'incursione a sorpresa per constatare se Valentin Kozlov fosse in grado di
provvedere alla sua sorte, e SOPRATTUTTO a quella della piccola figlia di quattro anni:
Nadezhda, appunto.

Lora Matveev intendeva divorziare da quel gioviale ma spettrale giovanotto dopo appena
cinque anni di convivenza prima e matrimonio, poi. Affermava di essersi finalmente reso
conto che suo marito fosse "ambiguo" verso il grazioso e bellissimo frutto della loro
breve passione, e di averlo trovato più volte intento ad anodini e incomprensibili
comportamenti nei riguardi di Nadezdha.
"L'ha mai...?"
"Scusi?"
"è una domanda difficile e stupida, me lo conceda. Ma a volte ad agire grossolanamente
si ottiene più che a blandire o ad assediare i soggetti. Lei capisce, vero? Magari ha voglia
di togliersi un peso dalla coscienza, e la piantiamo lì... Sennò, è evidente, cerchiamo
un altro terreno dove potersi confrontare. Sua moglie mi è parsa molto decisa... Anzi, assolutamente determinata riguardo questa accusa piuttosto pesante".
Valentin aveva fatto scattare brevemente la fronte dall'alto verso il basso, poi si era grattato
il padiglione sinistro emettendo una sorta di sibilo brutalizzato attraverso i denti.
Quindi aveva spento la candela che illuminava i loro due volti; uno di fronte all'altro.
Feliks aveva intuito, pur con la sua breve esperienza, che le cose non si mettevano bene.
Aveva sollevato la sua magra figura, lasciando cadere la sedia alle sue spalle e aveva preso

a tentoni la direzione della porta, ma era stato subito arrestato da un braccio robusto intorno alla sua gola: "Non azzardarti più a mettermi in dubbio riguardo la piccola... Posso avere tutte troie che desidero. Posso togliermi, e mi sto togliendo ogni sfizio. Se tu, ma soprattutto lei, riuscite anche solo a immaginare una cosa simile da parte mia, avete bisogno di una drastica cura".


Adesso lui stava davanti a Lora e si ubriacava rapidamente. Lora, in tutta evidenza, lo stava portando dalla sua sponda e tra poco si sarebbe offerta... Non necessitava un illuminato per afferrare il concetto. E a Feliks non dispiaceva.
Quando si sentì al punto giusto per essere efficace, avendo comunque perso le inibizioni, la afferrò per i fianchi e la condusse nella piccola camera della figlioletta assente. Poi la prese senza troppo sforzo e alcuna indecisione sul pavimento.
Qualcosa di rapido, efficiente, secco, duro, deciso e non insozzato da romanticismo o sentimento... La voleva: semplicemente.
Mentre si alzava e si sollevava i pantaloni notò la culla che aveva accolto Nadezdha da cucciolo. Era segnata da tre colori predominanti: il rosso, il giallo e il verde. Colori da infante, sfumature forti che bordeggiavano indubbiamente il carattere implacabile di Lora Matveev. Dentro la culla, con le copertine bianche rimboccate, stava il braccino leggermente scurito
di una bambola; le dita della manina tese verso la testiera.
"Che significa?"
"Ah." Rispose lei, senza indulgere troppo: "una vecchia storia delle campagne qui intorno...
Se si smarrisce una bambina si mettono le sue cose più care nella culla dei suoi primi anni... Una sorta di... Buon auspicio".
"Superstiziosa? E per fortuna che hai studiato antropologia..." Sorrise Feliks, prendendo le sue
cose, mentre si allontanava; ma mettendo le basi per una relazione fruttuosa.

La seconda volta che vide Valentin Kozlov vi era stata la riabilitazione delle componenti elettriche e lui si sentì più rassicurato. L'ex miliziano stesso parve di ottimo umore, malgrado la bambina fosse ormai irrintracciabile da due settimane.
Era stato messo sotto torchio per tutto il tempo, ore e ore di fila al fuoco inesausto dei terrificanti gorilla ex pansovietici. Gente che avrebbe indotto Cristo a proclamarsi Satana.
Ma con Valentin Kozlov i risultati si erano rivelati infruttuosi. E i gorilla avevano gettato la banana.
A volte Feliks si domandava se premesse veramente ai due procreatori riguardo la sorte di Nadezdha... Le squadre speciali setacciavano inutilmente il territorio circostante e i fondali del Tom', grosse pattuglie di volontari li affiancavano ovunque nell'arco di verste e verste,
ma della piccola non si aveva traccia.
Nel frattempo l'assistente sociale continuava la sua tresca con la madre e blandiva il giovane
padre puttaniere; portandolo in giro, cercando di insinuarsi negli anfratti reconditi del lobo parietale, tentandolo addirittura sulla strada dell'alcol per sciogliergli la lingua.
Gli investigatori facevano più o meno lo stesso ma senza il minimo risultato effettivo.
E ogni volta che l'assistente sociale prendeva il suo piacere nella stanza della scomparsa
con la madre trovava dentro la culla sempre una parte differente della struttura della bambola preferita. Un giorno poteva essere la gambetta, un altro il torso, un alto il piedino destro.
Lui era talmente su di giri dall'inondazione sessuale che una volta le aveva domandato:
"A quando la testa? Così vinci una bambola parlante!"
Coglione. E sbronzo.
Aveva immediatamente realizzato l'idiozia, bofonchiata e allestita dal samogon che ormai
consumavano a litri, ma Lora non aveva accennato nessun fastidio, dispetto o rabbia.
Si era limitata a rispondere laconicamente: "La testa sarà quella di Nadezdha. Quando ritornerà. Questi sono solo palliativi per riassicurarmi... Anche se a volte... a volte mi sembra che prendano vita e facciano un corpo; una bocca che mi annuncia il ritorno. Il ritorno di lei". E per la prima volta da quando Feliks la conosceva era esplosa a piangere.
Lui, in colpa, aveva cercato di mettere una pezza: "Una volta arrivo e vedo la sua testolina alla finestra, scommettiamo?"
Ma lei non aveva riso; tutt'altro: si era rabbuiata.


Era successo il 20 aprile, a 2 mesi e mezzo dalla scomparsa di Nadezdha.
Quel giorno, inaspettatamente, Feliks aveva avuto successo nel fare ubriacare per la prima volta nella vita Valentin Kozlov. Inebriati si erano avviati insieme verso l'abitazione Di Lora Matveev.
Improvvisamente, mentre parlava con un soliloquio epilettico, l'assistente sociale si era
accorto di avere smarrito dal fianco il giovane veterano del Donbass. Aveva freneticamente tentato di rintracciarlo nelle viuzze intorno, ma era come fosse stato rapito da angeli evidentemente incazzati.
Così... dopo un'ora di incertezza, aveva fatto spallucce e si era deciso a puntare la direzione
isolata verso la sua amante. L'ebbrezza lo faceva ascendere e discendere, la realtà non era più rintracciabile (esattamente come Kozlov) ma la foia gli imponeva tutte strade giuste da imboccare.
Arrivato sotto casa della donna fece fatica a trattenere un urlo, un divampare di gioia: Nadezdha! Sì, era proprio lei affacciata alla finestra principale con la sua testolina dai capelli rossi e ricciuti, gli occhioni spalancati e la boccuccia semiaperta in un'espressione di meraviglia.
Fece le scale a perdifiato lasciando perdere l'ascensore e si trovò immediatamente Lora innanzi, con uno sguardo d'incantamento perduto.
Appariva bellissima mentre lo faceva entrare nel salottino. Non era più la donna gagliarda
e insaziabile che aveva conosciuto sino a quel momento; trasfigurata ed eterea stava scivolando in una dimensione preraffaellita mentre Feliks, con in cuore che gli martellava le tempie, scavalcava il separé, e quindi approdare sino all'abbraccio con la minuscola fatina che per due mesi e mezzo si era perduta in un brutto incantesimo.
Dentro il piccolo ma decorosissimo stambugio Nadezdha stava effettivamente affacciata all'ampia finestra sul cortile interno, ma...
Lui si sentì mancare e cadde in ginocchio.
Arrovesciò gli occhi e perse il senso degli oggetti che lo osservavano dalle mura opprimenti.
La testa della piccola si affacciava a guardare il mondo fuori; quello che mancava, però, era
il resto del corpo.


Quando si riebbe un agente dei corpi speciali gli stava facendo aria con un vecchio giornale e un medico gli si affannava intorno, ma senza particolare preoccupazione. La sbronza continua che aveva marchiato le sue ultime settimane era evaporata... E per sempre.
Ora era il momento della lucidità, mentre più tardi il Responsabile Capo gli esponeva nella Caserma Filonov i dettagli della vicenda...
Ma non era necessario.
Come se un demone, solingo ma sobrio, gli stesse sussurrando la verità vedeva svolgersi tutta la vicenda anticipando ogni parola del dimesso e dignitoso funzionario investigativo: Valentin Kozlov che piglia la bambina fuori da scuola, la porta nella sua dimora stregata,
la fa giocare, l'accarezza stranamente, la strangola, la trasporta in cantina, ne smembra
con una sega elettrica portatile, pazientemente, inesorabilmente, le parti.
Poi, con dei pacchi delivery, ogni quattro giorni, fa giungere all'abitazione di sua moglie la propria dichiarazione di amore distorto, allucinato, impazzito. Un modo per riallacciare, ricucire.
La bambina, amatissima da entrambi, si era trovata come di fronte al giudizio di Re Salomone, che aveva suggerito l'esatta divisione in due parti per soddisfare entrambe
le madri. Finché una, per AUTENTICO SENTIMENTO, aveva ceduto; e a lei era sta affidata la piccola. Ma qui, Nessuno aveva fatto un passo indietro.
Valentin aveva mandato le sue rose avvizzite di carne, Lora non si era indignata... Sconvolta. Le aveva banalmente disposte nella culla in stato di torpore.
Poi, al culmine del momento, non aveva resistito alla tentazione di farle vedere il mondo dalla finestra; il mondo che stato tutto suo per soli quattro anni.
A come Amore, rifletteva l'assistente sociale prestando un orecchio distratto al rosario di
parole, che scaturivano come grani dalla militante bocca burocratica del Responsabile Indagini.
Le viscere gli andavano al pavimento della donna, al suo membro dentro di lei, al suo seme
sparso come sacrilegio, mentre dentro la culla del Mondo non sarebbero più nati innocenti.
Pensò che la Morte gli stava sulle spalle dopo averlo illuso con la Vita.
Il suo sperma era sangue: la sua notte si preparava eterna.


(Fine)


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