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Una storia di GioMa46

Questa storia è presente nel magazine PICCOLI OMICIDI QUOTIDIANI

A Mysteries Collector / 5

Mavruz in Me : Di sotto di sopra per le antiche Scale.

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14 minuti

Pubblicato il 11 ottobre 2020 in Horror

Tags: #Esorcismo #Esoterismo #Mystery #Nero #Parapsicologia

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A Mysteries Collector / 5

Mavruz in Me : Di sotto di sopra per le antiche Scale.



Il tratto, dapprima libero della mano scaltra, si sovrappone qua e là ricalcando linee già tracciate di quella che in principio era una costruzione grandiosa e che, adesso, sembra perdere la maestosità della magione, a favore di una ridimensionata abitazione rurale, bassa e col tetto spiovente, dopo la cancellatura del precedente impianto architettonico, che il carboncino nero a fatica delinea sul bristol bianco recuperato. Un’immagine onirica realizzata, seppure a livello inconscio, dal ‘pensiero visuale’ (Arnheim) del mio Signore, che s’instaura su una percezione visiva del ‘male’, libero da barriere culturali formative e disconosce i confini di applicazione o di fruizione del ‘bene’ e tuttavia possibili.

Ovviamente ciò nulla ha a che vedere con la resistenza passiva messa in atto nei confronti del mio Signore, né altro di diverso dalle questioni derivanti dallo scontro tra individuo e comunità, nei contrasti sociali esponenziali come il testamento biologico, l’eutanasia, la liberta di stampa, il diritto dei cittadini a essere informati o il necessario scorporo della cultura dalle imposte. Tantomeno, con le ragioni della coscienza liberale se confrontata con la società organizzata, omologata, convenzionale, per quanto entrambe, difendano la propria ragione d’essere, pur oltremodo limitando il libero arbitrio alla base dello status primario della mia esistenza e quella del mio Signore.

Nonostante io innalzi baluardi di ribellione e di riscatto a favore della libertà individuale, non posso continuare ad assistere muto a uno stato di fatto senza senso e senza ragione che pure mi costringo a governare all’interno di questo spazio angusto dove sono segregato, al servizio di quell’arcigno aguzzino che è il mio Signore, la cui ossessiva attitudine è di opporre comunque una qualche obiezione al ‘principio di verità’ che pur ne attesta l’esistenza all’interno della costruzione. Quand’ecco, si palesa di nuovo quell’unica nota di colore, la stessa macchia rosso sangue che improvvisa s’impone allo sguardo, frutto dell’‘occhio immaginario’ che la utilizza come repertorio d’immagini vagheggiate dal mio Signore che interpreta la materia umana solo attraverso il ‘male’ personificato, contro i molti che, invece, come spesso capita, cercano di capirne i fenomeni studiandone l’evoluzione, a favore d’una più ampia visione d’insieme.

Ciò che rende possibile l’andare incontro a quella libertà che di fatto esclude la tirannia dalla dittatura d’una maggioranza fittizia, e che poco si accorda con lo stereotipo del liberalismo senza regole o, al contrario, con la globalizzazione che tutto appiana e schiaccia sotto il peso del qualunquismo più bieco. Mentre il solo scopo cui anela il mio Signore è di sospingere l’immaginario umano nel profondo della nebbia che più lo avvolge, e che diventa così, uno spazio vuoto da riempire di malvagità ...

«Maaaavruzz, ti spellerò vivo per questo!»

Non prima ch’io trovi la forza della ribellione, mi dico, sostenendo per una volta, quelle che sono le dinamiche interattive di un percorso evolutivo che finora non mi appartiene. Se non è sufficiente proteggere il singolo dal dispotismo delle istituzioni e dalla tirannide dell’opinione dominante per conciliare la difesa dei diritti individuali, allora la ribellione diventa necessaria, a favore di quella Disobbedienza Civile, messa in atto da Gandhi a Luther King, e teorizzata da H. David Thoreau, a conferma del dovere di ribellarsi, seppure in modo civile e non violento, a tutto ciò che si ritiene fondamentalmente ingiusto.

«Maaaavruz, smettila di brontolare come una pentola d’acqua sul fuoco?»

«Mi taccio mio Signore, prometto!», davvero non posso fare a meno di assecondarlo, prima o poi, altrimenti … ma non riesco a frenare il mio speculare su ciò che sono, o quello che questa società, da cui pur rifuggo, mi ha lasciato diventare. Ben a ragione Marguerite Yourcenar in Memorie di Adriano, allorché concede ad Antino, non potendo egli negare nulla al suo Imperatore, il diritto di togliersi la vita, che lascerà il divino Adriano ormai anziano, interdetto sul significato dell' 'esistenza' e la sua responsabilità di custode della ‘bellezza del mondo’, giungendo finanche a contemplare una fine degna di un imperatore suo pari: “Un istante ancora, guardiamo insieme le rive familiari, le cose che certamente non vedremo mai più.. Cerchiamo d’entrare nella morte a occhi aperti.”

Come del resto anche oggi accade, che un semplice ragazzo del popolo vada incontro ai carri armati in Piazza Tien An Men, o i bonzi si diano fuoco in Tibet, in nome di una libertà incondizionata.

«Maaaavruzzzz!, non intendo tollerare oltre il continuum di questa messa bassa, smettila immediatamente di bofonchiare.»

Ma non è quello che farò. Di fatto la libertà va comunque difesa, se non con le armi, almeno con le parole, a costo di andare incontro al proprio disagio esistenziale, alla solitudine intellettuale, che pure libera dall’ingombro della tirannide del Tempo, del passato come del presente, e consente di riacquisire fiducia negli ideali, nelle proprie illusioni, con l’inventarne di nuovi, di abbandonarsi al piacere dell’immaginazione e della creatività che abbiamo fatto nostre. Per il resto, “È necessario e doveroso un testo cui conformarsi, che non è solo politica, ma contrappone alla prospettiva di un grigio egualitarismo pervaso di finta moralità, l’esaltazione dell’individualità umana e delle sue imprevedibili risorse che soltanto la libertà è capace di alimentare”. (J. Stuart Mill)

«Mavruz, so già che finirò per strangolarti!»

Lascio che egli dica ma, se l’individualità supera infine ogni ragionevole ambizione e non la si può costringere entro un sistema di regole e limitazioni, per ostacolare la macchinazione del mio Signore, il vuoto immenso che si apre nella sua mente, che nient’altro può contenere se non il suo diniego contro ogni forma di ‘bene’, non basterà farlo suicidare né che qualcuno, ovviamente non io, lo uccida. Necessita la simultaneità d'una moltitudine in rivolta, che abbatta e cancelli definitivamente, la magione/cattedrale/castello del suo essere immorale, o almeno quello che, di volta in volta, il mio Signore stabilisce di essere, maschera e volto della scelleratezza, strenuo difensore della sua malvagità.

E, poiché tutto ha inizio da questo suo stato d’essere, e da ciò che egli ricrea a immagine del tempo in cui si conduce, alveo oscuro del suo solitario ego, lo si dovrà cogliere nell’adempimento dei suoi misfatti e dei suoi orrori, nel temporaneo frangente del suo delirio estremo, allorquando il mio Signore violenta se stesso masturbandosi a sangue, esercitando l’auto-stupro con empie riproduzioni di divinità che si infila nell’ano, mentre sperpera il suo seme nell’incontro con la perversa blasfemia del piacere che lo rende pregno dell’androgino primordiale che è in sé.

«Mavruz, hai appena tre secondi di tempo per riattizzare il fuoco, c’è freddo qui dentro ..?»

«Solo tre secondi mio Signore?», domando, sono meno di quanti ne venivano concessi a un qualunque schiavo ... “Siamo tutti pionieri della globalità, ma prigionieri di castelli feudali” (Eco). Tuttavia, tre secondi potrebbero essere sufficienti per ravvisare la sua possibile fine. Ne approfitto, ché il concetto di tempo non esiste nella memoria del mio Signore, è per lo più una condizione naturale, legata a ciò che egli da sempre rielabora come forma della ‘realtà irreale’ nella sua immaginazione presente, in cui costruire, decostruire e ricostruire se stesso. Un po’ come nel labirinto di Escher, in cui le scale salgono e scendono secondo il guardare, senza soluzione di continuità e, senza che la mente possa districarsi liberamente, rimanendo nello stesso posto, alla mercé dei propri costrutti.

«Maaaavruzzzz!!!»

«Arrivo mio Signore, sentirà il calduccio che le procurerà … la biancheria sporca delle sue schifezze!», ma non finisco la frase, che altrimenti …

Qui, in cui tutto si dissolve e si contorna al di dentro di un grafico dalle linee rarefatte, l’immaginazione modifica l’ordine equanime del reale con l’irrealtà delle linee appena schizzate, onde il mio Signore è in uso sconvolgere e dissolvere il vecchio per dare forma al nuovo, ciò che gli permette una capacità di prevedere, comprendere e interpretare gli accadimenti futuri. Poiché ogni impedimento egli rende possibile, contribuendo al proprio disordine interiore, tale da raggiungere il paradosso, l’esagerazione, fino a infrangere gli schemi illimitati della logica ragionevolezza. Non di meno favorendo una comunicazione spersonalizzata, che insegna conoscenze interconnesse tra passato e presente, dove finanche il fuggevole tempo non è più oggettivo (come del resto non lo è), bensì è trasformato in un ‘immaginario decontestualizzato’, qualcosa che non è mai stato e che pure è qui, presente a se stesso, fuori da me stesso.

Secondo qualcuno “..più è radicato in noi il presente, più si acquista la capacità di previsione, […] è la ininterrotta comunicazione tra passato e futuro che dà senso al presente, la ricostruzione del passato è essenziale ad ogni presente per proiettarsi in un futuro liberato” (Dewey), dalle paure della modernità. Opinione che il mio Signore condivide in pieno, alimentato dalla carenza di fiducia nell’individuo sociale, per cui considera la paura un potente destabilizzatore della vita personale e collettiva, sopravvalutata come “..una forma di legittimazione del potere, leva potente nelle mani di chi lo amministra, onde ottenere coesione e consenso” (Hobbes). Anche la rete, a sua detta, contribuisce ad accrescere paure e apprensioni legate alla possibilità di contrarre virus pandemici, ai siti la trappola infernale di restarne invischiati e l’inevitabile defacements.

«Shhhhh!, d’ora in poi vi parlerò sommesso, con voce fievole nel silenzio che mi distingue, che il mio Signore si è appena addormentato

Che il sonno gli permette di appropriarsi dell’intero suo ‘spazio notturno’, entro il quale, paradossalmente, si spinge fino a incontrare la propria morte, quasi fosse l’unico modo per esorcizzare l’angoscia del caos finale. Altresì affrontare l’insano effluvio della parola, intimistica, subliminale, che annulla le distanze ‘tempo/spazio’, onde inserire l’organico fantastico e alienante dell’orrore, fonte di visionaria, profonda e durevole interazione, tra regno del possibile e dell’impossibile. Impadronendosi, in certo qual modo, del pensiero di Michele Maffesoli sul ‘declino dell’individualismo’ che, nel ricercare le cause della precipitazione e dei drammi della modernità, punta il dito sulla velocità, considerandola fonte di incertezza e di precarietà. Onde tutto, intorno al mio Signore, accresce un bisogno di lentezza, un elogio dell’ozio che si caratterizza dove s’annida il male, nei vizi come nei videogiochi, nei videoclip, nella pubblicità, e in tutto quanto concerne la capacità di far esplodere la rinnovata esigenza di un ‘incantamento del mondo’, quel certo vitalismo estremo che gli occorre, e che egli non sa, d'essere ormai in dissoluzione.

Nondimeno il mio Signore si avvale dell’operato di certe donne che più amano rivelare la propria nudità, mostrando la propria vulnerabilità e le imprevedibili violazioni del proprio equilibrio sessuale. Naturalmente esiste una certa complicità nell’esibizione naturista che esse fanno del proprio corpo e che per il mio Signore è l’area su cui può facilmente esercitare un certo controllo e scatenare violazioni d’ogni genere. Come pure sanno, che la richiesta di un comportamento esibizionistico che nessuno gli impone, è implicita nella volgarità delle loro azioni inconsulte, appresa dall’espressione volgare e dal linguaggio corporale degli uomini che, al di là di qualsiasi stupido mascheramento, dettano le condizioni per una sottomissione totale al loro potere lascivo e disinibito, e alla mostruosità del proprio orgasmo sessuale.

Per quanto gli uomini, i più intelligenti tra tutti gli animali, avendo creato gli déi a loro immagine e somiglianza, nutrono sentimenti di ossequio nei confronti del femminino ma che subito sviano quando si accertano delle disposizioni imperiture che stabiliscono i limiti, oltre i quali, concedono loro di fare quel che devono fare, tutto quello che il mio Signore insegna loro di fare, per l’autorità che gli è consentita dal potere divino di cui si è auto-investito (come del resto fa ogni uomo), e si avvale di questa autorità, come quella che l’Adamo di Milton esercitava su Eva: “Lui per Dio, e lei per il Dio che è in lui”.

Il che non dimostra affatto che le donne appartengano a un genere inferiore da quella degli uomini che altresì vantano una somiglianza fatta a immagine di Dio. Semmai, riflettono di un’ingiustizia fatta da Dio nel momento della creazione che il ‘mito della bellezza’ ricusa … in quanto, inseparabile dall’amore e dall’intimità sessuale, percepito attraverso la forza stessa della natura che si esplicita nel movimento e nel calore genitale; così come nella bellezza dei corpi che si uniscono nel fulgore dell’orgasmo, per cui farsi partecipi del ‘mito’ non può che significare dare senso di compiutezza all’atto creativo. Sebbene …

Non si addice qui parlare di atti sessuali che non professo, o per la ‘cultura del narcisismo’ che m’impongo, con il risultato di ritrovarmi in solitudine, nella mancanza totale di quell’amore, che talvolta riferisco al mio Signore, soggetto alla nevrosi costante di ‘paura del proprio corpo e della propria vita’ è per chiunque come non vivere affatto. Quand’anche considerare il mio corpo da un punto di vista sessuale in certo qual modo ‘diverso’, distaccato dagli altri e da tutto ciò che concerne, è la dimostrazione palese che si può guardare un corpo senza necessariamente farlo a pezzi. Anche se ciò che provo per il mio Signore è di amore e rabbia nel vederlo annientato dalla sua sfrontata smania di sesso.

Com’egli dedito alla masturbazione, anch’io cerco il piacere epicureo che mi porta ad abbandonare il percettibile ideale di bellezza che il sesso esercita, attuando la sua azione nell’arco di tempo/spazio che passa tra il desiderio e la gratificazione, la ripetizione appagata e appagante che solo la mente, distaccata dal resto del corpo assicura, passando attraverso la rappresentazione olistica, la sublime sensazione della vittima sacrificale. Sorta di disumanizzazione del volere esclusivo, individualistico e privilegiato che da essa si sprigiona e si effonde ovunque sul proprio corpo come un potere tattile sensibilizzante, che inizia e che potrebbe non avere fine: “Ho visto le migliori menti della mia generazione distrutte dalla follia, ridotte alla fame …” (Ginsberg).

«Maaavruz, dove sei …?», sbraita, di nuovo sveglio il mio Signore.

Son qui, Mavruz, chiuso in me stesso, metronomo della parola sul leggio del Tempo, che sempre più tende andare oltre la semplice trasformazione che mi compete e attribuire un altro significato alla dimensione della vita … che già la materia ch’era appena in gestazione improvvisamente si assottiglia nell’impercettibile, ed esclude l’unica possibilità di rinascita che mi rimane.

«Maaavruz, dove sei putrida carogna?»

«Sì, mio Signore», rispondo, poiché egli dispone di un apparato di coercizione tale da ricondurmi ogni volta a sé.

«Che c’è, perché mi chiama, cos’è che vuole ancora da me?»

«Ciò che finora non mi hai dato.»

Intima l’infame despota delle mie notti, l’autoritario oppressore dei miei giorni, l’autocrate accentratore dei miei pensieri, il dispensatore indefinibile dei miei mille orrori, delle infinite paure, degli eterni ricatti e ritorsioni.

«Fino a che punto mi si costringerà a questa obbedienza, mi si spingerà nella sofferenza, alle grida di agonia, alla supplica per la liberazione?» – mi chiedo, senza tuttavia arrivare a vedere l’ombra di un possibile riscatto.

Tutto ciò non fa che spingere il mio Signore a continuare nell’esercizio ricattatorio sulla mia coscienza, ciò che gli consente, secondo la ‘strategia del potere’, un ostinato mettermi in gioco e infliggermi punizioni sempre più severe, all’interno di un processo psicologico auto-distruttivo che mi fa esigere dal mio stesso carnefice, torture maggiori e, come se non bastasse, caricare della piena responsabilità di tutto quanto accade. Di fatto nello scontro volano urla, insulti, attacchi personali, denigrazioni, pubbliche denunce, minacce di morte, alle quali è inutile rispondere, o ribellarsi, soltanto piegare la schiena e subire. Ma ho deciso che tutto questo finirà, deve finire …

«Ah se finirà! , e “Se Caron di te si lagna, ben puoi saper ormai che ‘il suo dir suona” (Dante).

Ciò che reclamo è un unanime verdetto di chi mi ascolta, per le stesse ragioni per cui chiedo il consenso a riguardo di chi farà che cosa, dove e quando, a fronte di soluzioni apparentemente inconciliabili, che tuttavia servono a ribadire un punto essenziale dell’inizio dell’azione di coercizione, affinché si induca il mio Signore a cambiare atteggiamento nelle sue sollecitazioni di comando intimidatorio.

«Mavruz ho freddo, che aspetti a mettere dell’altra legna nel fuoco?», ordina, come per un conflitto intenso ed estremamente reale, che presto lo vedrà cadere dal suo trono infernale.

«Solo allora forse … “gli uomini che si dimenano fra le unghie dei demoni e il groviglio delle ali che battono sulla Terra come nel Cielo, la smetteranno di fare della vita (altrui) un incubo di palpitazioni alate”» (Le Goff).


«Finis nusquam …»




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