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Una storia di GeorgeDebilatis

MATERIALE UMANO SCADENTE

Yummi Marhoudi

41 visualizzazioni

4 minuti

Pubblicato il 02 dicembre 2019 in Fantascienza

Tags: #alla #luce #bara #dalla #vicendevolmente

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Aveva messo le cose nella sua ventiquattrore grigio fegato,

s'era asciugato un poco le brutte vibrazioni, stando davanti

al vetro, e s'era annodato quel laccio d'oro a forma di cravatta

preso da Folsom.
Fuori l'intero quartiere era venuto giù praticamente in un amen
ma lui nemmeno se n'era accorto, tappato com'era nella
ghost-room scavata a settanta metri sotto il livello delle macerie.


Grazie al suo impianto di ricognizione danni poteva vedere
tutta Rotherbaum, da Harvestehude fino a Alsterglacis...
Sbriciolata in polvere così sottile da sembrargli di penetrare
nelle narici, pure in quell'anfratto di talpe a prova di errori balistici,
o spezzoni incendiari alla cazzo.

Erano due anni che l'esercito di Tshal appiattiva senza senso

le principali comunicazioni di Amburgo: Hamm-Nord, Ulhenhorst,

Ottensen, Billsted.
Lui ignorava queste cose, poiché affiorava in superficie solo per
concludere gli affari con il CoNtRoRdInE, la setta anarchica
che da due anni manteneva il controllo lungo il perimetro urbano,
e faceva mordere merda agli israeliani, senza per questo

consolidarsi definitivamente.


Schiacciò il bottone per l'ascesa, dopo aver scelto un completo

cachi con i risvolti appena spruzzati d'argento. S'armonizzava

con la sua frangia grigia e la barbetta appuntita; poi le sue due
pupille colore antracite davano il tocco di grazia.

Si compiaceva, mentre indugiava sulle guance rigide e
sull'assenza di borse nella zona sottostante gli le cavità
oculari. Avrebbe sfidato chiunque a trovarsi a cinquant'anni
come si stava trovando lui.
Pieno di fiducia e passione, discreto eppure dedito:
era questo che lo teneva abbarbicato al lavoro:

la distanza, il disimpegno, l'innamoramento feroce,
ma dissimulato, per la sua arte nel commercio.

Uscito dal trasportatore si incuneò in Klostertieg, un vicolo cieco che
dava abbastanza garanzie, poi era preciso in una delle tre ore di tregua.
Staccò la piega dei pantaloni dal rivestimento della coscia e tentò di
respirare il meno possibile l'aria, composta nella maggior parte da donne
e uomini fritti.
Allontanò istintivamente con la mano il pulviscolo di rovine fresche e
decomposizione, poi sbocciò verso Mittelweg.
Meno lo notavano e meglio era.
Così come sempre aveva dato indicazioni al solito taxi scalcinato di tenersi
vicino alla porta della vecchia Dorothy, morta nei primi giorni dell'offensiva.

S'era piazzato velocemente sul sedile posteriore, rabbrividendo un

pochino.
Erano partiti in fretta; l'autista era un ciuvascio dall'accento libico,
una cadenza che probabilmente aveva imparato dopo 4 anni
impegnati a trafficare nei dintorni di El Homsa.
Ormai si conoscevano anche se parlavano in assoluto riguardo
al Nulla.
Il tipo era silenzioso e le poche chiacchiere che Yummi Marhoudi gli
aveva cavato con le pinze erano sui due figli morti e sulla moglie,
che aspettava un altro marmocchio per rimpolpare il team.
Già.


Dopo aver risalito Bogenstrasse, sbarcò come sempre alla Kaiser Friedrich

Ufer e s'infilò nella manciata di sotterranei con il soffitto in vetroresina.

Lì dentro, pensò per l'ennesima volta, avrebbero potuto resistere
per secoli: erano lombrichi armati di fiamme ossidriche, e rivestiti in titanio
con ustioni al tocco.
Nessuno, nemmeno l'altro Dio li avrebbe piegati.

Arrivò nella sala dei ricevimenti, così pomposa da meritarsi quel nome
anche se era fatta di broccati di scarsa fattura presi in prestito dal
vecchio museo, e arazzi saccheggiati all'antico collezionista, nonché
conservatore: Jean-Pierre Pilochy.


Seduto su una poltrona girevole stava Liston, abbioccato su un
bastone da passeggio col pomello in teschio rosso.

Alle sue spalle penzolava ineffabile l'emblema del CoNtRoRdInE:
una croce rovesciata con i bracci lavorati ad intreccio.

Peculiare.
Liston era girato con la testa sopra la spalla. Teneva sulla punta

delle dita della mano destra un giocattolino a molla per bambini,
di qualche decennio prima.
E sembrava osservasse il suo ospite con cura, mentre Yummi
diventava più nervoso, autoconvincendosi di non accorgersene.
Guardava la mimetica rovinata e lurida di Liston, i suoi occhiali
alla Wong Tu Wai, l'anello a spirale che gli appesantiva il medio.


"Così non riesce ad andare."

La voce di Liston gli piombò fra capo e collo, all'altezza
della trachea.

Praticamente gliele mozzò.

"In che senso?"

"Si può fare un lavoro migliore, le ultime forniture facevano
schifo. Tu ti ingozzi, Yummi, e noi ci facciamo chilometri
con il culo per terra, come se fossimo trascinati da un jet.
Il momento è più che buono per cambiare i termini."


Marhoudi non staccava gli occhi dal giocattolino del suo
migliore cliente, con la stessa dedizione di un maniaco verso
il culo di una donna.

"Sono due anni che..."

"Troppi".
Tagliò corto Liston e si sollevò dallo schienale, come se,

improvvisamente, una scossa di acqua gelida gli avesse

percorso il dorso fino ai coglioni.

"E comunque ho il piacere di presentarti il nostro nuovo socio in affari."

Yummi cominciava a subire una paralisi alle forze di volontà.
Avrebbe voluto almeno balbettare, ma riusciva solo a portare sulla
punta della lingua un pensiero compiuto, che non trovava il coraggio
per un salto definitivo attraverso i cancelli della comunicazione.


Da una porta appena accennata nel muro sbucò un viso conosciuto,

perchè era il suo.
Jason Marhoudi, barbetta sale e pepe, frangia coltivata ma non
eccessiva, corporatura magra, completo beige e cappello crema.

Il suo stesso buon gusto.
Proprio il suo gemello; che aveva lasciato per morto nell'esplosione
a Eppendorfer Baum, dodici anni prima.
Aveva fatto carriera, senza dubbio. Come lui.


Liston per la prima volta si concesse un sorriso.
"Jason c'ha proposto delle transizioni formidabili, non riusciamo

proprio ad ignorarlo. E poi... E poi... è uno che riesce, come dire,
ad imporsi."

A Yummi cominciò a girare tutto intorno la stanza, poi si ritrovò con

il capo aderente alla gettata di cemento che sostituiva l'impiantito,

il suo completo cachi sostituito da una bara di zinco, senza nemmeno

quasi un granello di polvere.


(FINE)


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