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Una storia di BrunoMagnolfi

Noia, soprattutto.

"Ho paura”, dice lui.

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3 minuti

Pubblicato il 13 maggio 2020 in Avventura

Tags: #disagio #raccontobreve #virus

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“Ho paura”, dice lui. “Non tanto della malattia, dell’ospedale, o delle cure; quanto delle conseguenze che può lasciare tutto questo”. Lei si muove nella stanza, e piegandosi sulle ginocchia apre con decisione uno sportello del mobile più grande, ne tira fuori qualcosa, una coppa di vetro brillante e colorato, ne osserva la trasparenza con una certa attenzione per qualche attimo, ed infine la rimette al proprio posto. “Siamo tutti immobili a cercare l’equilibrio giusto tra le cose”, fa lei quasi sbuffando; “l’incertezza, è il dato più evidente”. Lui resta in silenzio, poi si alza dalla poltrona e si avvicina ad una finestra, cercando di individuare là fuori qualcosa di diverso dall’ultima volta che si è fermato a guardare quello scorcio di strada sottostante. “Non si può proprio fare nulla”, dice lui sottovoce, quasi cercando una parola finale su cui appuntare ogni sua riflessione.

Suona il telefono, è un’amica di lei che adesso le chiede come vadano le cose. “Niente di speciale”, le risponde la donna; “come tutti stiamo nell’attesa che qualcosa si risolva”. Lui si muove nervosamente dentro la stanza, infine esce, come a mostrare che quel tipo di conversazioni non gli piacciono, tornando a farsi vedere in quel salone soltanto quando lei ha finalmente salutato la sua amica e riattaccato la cornetta. "Stiamo tutti quanti a chiamarci l’un l’altro sapendo comunque benissimo di dirci sempre le medesime cose", fa lui come se la telefonata avesse interrotto tra loro due qualcosa di importante. Lei si accende una sigaretta restando seduta presso il grande tavolo tondo di legno scuro, lo guarda per un attimo senza assumere alcuna espressione, infine si alza e va a controllare a sua volta se ci siano novità fuori dalla finestra.

"È tutto fermo", fa lui; "non ci sono variazioni, alcun cambiamento, niente; se non che questa attesa ci sta limando i nervi a tutti". "Solo pensare che è così anche in qualsiasi altro posto mi fa sentire impotente", fa lei tanto per dargli l'impressione di stare dalla sua stessa parte. Poi però si muove, apre una rivista che aveva lasciato sopra al tavolo, e ricomincia a leggere qualcosa mettendosi seduta con comodità. "Non so come fai ad essere così tranquilla", dice lui di scatto. "Difatti non lo sono", fa lei; "però non ho voglia di essere presa nel mezzo da qualcosa che neanche conosco". Lui la guarda, forse vorrebbe dirle che ci potrebbero essere anche altre maniere per dimenticarsi della situazione, magari meno individualistiche; però non dice niente, e cerca subito di occupare la mente con qualcosa che lo faccia sentire almeno utile.

“La mia paura è anche quella di non essere all’altezza della situazione”, torna a dire lui alla fine, forse per distrarre la donna da quella sua lettura silenziosa. Lei lascia trascorrere qualche secondo; “se ti ammalassi non credo ti verrebbe chiesto qualcosa al riguardo”, gli fa senza neanche osservarlo; “tutto precipiterebbe rapidamente in quel caso, senza che ci fosse neppure il tempo di venire a chiederti cosa ne puoi pensare”. Lui si mostra stizzito da queste parole, gira per la stanza come cercando qualcosa su cui fermare il proprio sguardo, poi risponde: “ci sono molte maniere di affrontare un’importante malattia che può portare a conseguenze gravi, non capisco come fai a non rendertene conto”. Lei sorride, cerca di evitare l’accensione ulteriore in lui della suscettibilità che mostra adesso, ma appare evidente che avrebbe molto da ridire, come ad esempio la preoccupazione che sospetta in lui di ciò che potrebbero pensarne gli altri, i suoi colleghi di lavoro, le sue conoscenze, le persone che frequenta insomma. “Nel caso sentenzieremmo soltanto che eri un gran brav’uomo, se è questo che tanto ti preoccupa”, gli fa. Lui si muove, e misuratamente apre lo sportello del mobile, prendendo in mano la coppa di vetro colorato a cui lei sembra tanto legata, la guarda per un attimo e poi la rompe a terra, fingendo una sfortunata sbadataggine. “”Non importa”, gli fa lei. “Tanto mi aveva già annoiato”.


Bruno Magnolfi


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