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Una storia di GiovanniLeonardi

Il cuore nel mare

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8 minuti

Pubblicato il 16 dicembre 2018 in Fantasy

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In due cristalli erano nascosta tutta la passione di una vita, era celata sotto una nube di polvere e nebbia la più violenta esplosione celeste. Era un indescrivibile privilegio potervi assistere. È questo quello che penso quando penso alla mia vita sulla terra ferma. Ora ti racconterò tutto e sappi che non ne ho voglia. È una maledizione orrenda dover provare a descrivere a te stolto tutto quello che ho provato. Lasciare una memoria di sé, una traccia sensibile del nostro cammino, solo per poter anelare all'immortalità. Noi non siamo immortali, noi siamo schiavi delle peggiori bassezze, noi siamo la forma più vile e bassa di mortalità. Forse sbaglio, forse dovrei dire voi. Voi siete mortali.

Io no.

Io non ho un cuore che pompa sangue e fuoco. Io ho un buco nero grondante miseria nel petto. Ho la morte di stelle, una volta grandiose, negli occhi e l’incessante musica della morte nella mente che suona e banchetta sulle sofferenze altrui.

Una volta, prima che fossi morto, quando ero vivo come sono vive la maggior parte delle persone, ero un artigiano. Non esisteva nave nel mar Settentrionale che non sfoggiasse le mie opere, polene di indubbia bellezza. Molti dicevano che allietavano i mari, molti non si azzardavano neanche ad affrontare i lunghi e impervi viaggi senza una delle mie dame ad accompagnarli. Mi ritenevo un artista. Ero soddisfatto di quello che facevo. Amavo poter creare un opera d’arte e donarla al mare come segno del mio profondo rispetto.

Come tutti i grandi maestri delle arti anche io avevo una musa….la migliore che il mondo potesse offrirmi…il regalo più gentile che le onde possono portare. La mia Sofia violentava le stelle tanto era bella ed insultava l’alba con il suo sguardo. No mio stolto lettore, non sto esagerando. Lei era bellissima e io l’amavo. Tu non hai mai amato, non sul serio per lo meno, quindi non puoi capirmi. Stai zitto e arriva alla fine di questa gialla pagina.

Era amore che legava e infiammava le anime quello che ci unì per cosi tanti anni. Ma ad ogni alba segue un tramonto, e il mio tramonto fu tra i più rossi e violenti che la storia ricorda.

La malattia iniziò lentamente, a poco a poco nel corpo e nella mente, la mia Sofia non riconosceva più neanche le sue amate tele, non danzava più impossibilitata dal turpe gioco di morte che aveva offeso le sue gambe…le sue bellissime gambe. Io che non ho mai avuto grande coraggio ero perso nei miei pensieri, furia inondava il mio cuore quando ancora un cuore pulsante avevo. Avevo invocato qualsiasi forza…il Dio cattolico , la natura divina, le stelle. Solo il mare mi ascoltava e mi accarezzava con la sua spuma pungete…eppure non andava oltre un malcelato gesto di pietà. La mia anima moriva ogni giorno come la mia principessa. Io ammiravo incredulo la strabiliante cattiveria della Morte che banchettava con le mie lacrime.

Era notte, non riuscivo a dormire, non dormivo più da mesi ormai, camminavo per il porto solitario guardando le mie dame ondeggiare, cullate dal moto lento e costante delle onde. C’era u uomo e sapevo di non dovermi avvicinare, ma c’era qualcosa…una voce che si sostituì per qualche secondo al sordo suono di morte.

« Scrivi Lev su questa pagina » mi disse. Lo sussurrava da lontano eppure gridava nella mia mente. Scrivi Lev su questa pagina e tutto avrà fine.

«Chi sei? »

« John Milton mio caro falegname o fabbro o comunque vi definiate voi artigiani. » E continuò parlandomi come se fosse un mio vecchio amico, un amico a cui non ho mai nascosto nulla. Un amico che mai ho avuto e che mai avrei desiderato avere.

« Lei vivrà, te lo assicuro, la mia parola è degna di tutto le vostre umane fiducie, avrà una vita ricca e gioiosa e al momento giusto abbandonerà le rive mortali, nel modo più dolce possibile. »

« Scrivi Lev su questa pagina» mi sussurrava.

Chi era? Perché sembrava conoscermi? Perché disse proprio ciò che volevo sentir dire? Che significa Lev? L’ho ripetuto ogni secondo per ogni metro che divideva la mia fragilità dalla sua spettrale violenza. Era una figura violenta, un uomo affascinante che non sembrava capace di celare la sua irruenza. Forse non voleva o forse non ne era capace.

Eravamo uno di fronte l’altro ed ero come in tempesta. Adrenalina scorreva nelle mie vene e un misto di paura e terrore e ansia e lussuria e petrolio mi si rivoltava dentro. Disse qualcosa, non ricordo più cosa ma quel che disse mi fece gelare il sangue. Si placò immediatamente la vorticosa danza che in me era iniziata. Violente e vitree parole furono dette da quell'uomo quella notte, parole di acceso sangue. Parole talmente oscure da intrappolare la luce e imprigionarla per sempre. Parole cosi affascinanti…non ero spaventato anzi…quasi rapito ed estasiato da quella cattiveria. C’era del marcio in me e quell'uomo lo sapeva. Non ero un uomo buono, mai stato. Amavo il mare e la mia isola e amavo Sofia. Era lei che mi rendeva buono. Solo lei e lei non c’era.

La paura mio caro, la vera paura non l’hai mai conosciuta. Come il vero amore, neanche quello hai mai conosciuto.

E cosi scrissi. Senza pensarci troppo, senza chiedermi il perché o come ero giunto in quel determinato punto e in quel determinato momento. Come se fossi in un sogno… non ti chiedi mai il perché delle cose nei sogni.



Gli anni che seguirono furono pieni di felicità per Sofia, riprese a danzare, l’amore per la vita divampava nei suoi occhi finalmente splendenti, era un donna splendida, una madre superba. Morì dolcemente, accudita dall'amore della sua famiglia. Morì dolcemente senza me accanto. Morì anziana come era giusto che morisse. La mia eternità sterile per la sua vita fiammeggiante e splendente.

Quella notte, quando scrissi quella parola su quelle gialle carte, l’orrida natura di tale John Milton si rivelò in tutta la sua sfarzosa perfidia.

Scoprii a mie spese che Lev vuol dire cuore. In lingua ebraica Lev significa cuore. Il mio cuore.

E le pagine grondarono sangue, e le parole presero vita e disegnarono la mia anima, ed era marcia la mia anima, e l’unica cosa che la rendeva umana era Sofia e lei non c’era.

Il mio io imprigionato su carta, uno stupro che faceva male…sentivo il vuoto crearsi dentro di me, sentivo le emozioni scivolarmi addosso …ero solo l’involucro di me stesso. Risucchiato nel nulla non sentivo più l’odore del mare, l’umidità non opprimeva più la mia pelle, le stelle non emanavano più luce. Era un mondo oscuro quello che adesso mi circondava, lo stesso di prima però diverso.

« E non dovrai vederla mai più» mi disse. « Hai vissuto tutta la vita ammirando il mare, ora passerai l’eternità navigando su di esso e creerai la tua flotta, dannato senza anima, e porterai la mia parola ovunque le grida della disperazione ti chiameranno. Mi porterai i cuori degli uomini e di essi io mi ciberò, le loro anime aumenteranno il tuo odio per me, e Sofia…lei non saprà mai che sei esistito, per lei sarai come un leggero e casuale alito di vento».

« E se mi rifiutassi? » Dissi con un coraggio che mai aveva definito la mia voce. Un coraggio nato istintivamente dall'idea che avevo già perso tutto, ero morto e vuoto già molto prima di scrivere in ebraico su una pagina vecchia e ingiallita dal tempo.

« Allora rifarò a Sofia lo stesso dono che tanto la faceva soffrire, e stavolta la terrò lontana dal conforto della Morte, stavolta amplierò il dolore e l’insania nel suo cuore, pensi di aver visto la sofferenza ragazzino? Tu non hai idea di cosa sia il dolore. »

E le acque presero fuoco, e il cielo smise di respirare…le mie mani persero ogni sensibilità.

Il mio vascello era già pronto, la sua ironia faceva ribrezzo. Lev era il nome di quell'imbarcazione. Una nave senza polena. Una nave maledetta. E cosi restai incatenato e spaventato, solo e smarrito. Ricordo una furia di emozioni nella mente e poi il nulla. Quando ripresi conoscenza pensai ad un folle scherzo della mente e cosi mi spinsi verso casa con il passo del folle, scrutai il porto in cerca di qualche orrida imbarcazione. Nessuna Lev all'orizzonte, era tutto un incubo. Tornai a casa e trovai la porta aperta, e Sofia che danzava… io ero assolutamente allibito. Ricordo che mi avvicinai, volevo solo abbracciarla e accarezzarle la chioma. Giuro che non volevo altro. A volte è imbarazzante quanto poco basti per rendere felice una persona, a me bastava una carezza.

Mentre mi avvicinavo, incredulo e meravigliato il paesaggio cambiò intorno a noi, lentamente e gradualmente, quasi non mi accorsi di nulla, la figura di Sofia svanì lentamente. Mentre lei danzava iniziai a urlare ma non una parola abbandonava la mia lingua. L’ultima cosa che vidi della mia vita mortale fu la mia musa che baciava un altro uomo mentre il terreno sotto di me piano piano mutava forma…mutava in sterile legno umido. Alzai lo sguardo e vidi maestose vele rosso sangue, alberi maestri che sequestravano e stupravano i venti di qualsiasi realtà e alle mie spalle una ciurma di rinnegati che mi guardava con ammirato terrore. Mille voci di dolore cominciarono a seviziarmi la mente, i miei pensieri erano tutti rivolti a lei… e mentre conservano nella mia mente il suo odore la mia natura cambiava e diventava quella che lui voleva, diventavo quello che io volevo diventare. Dolore e cattiveria e sofferenze e peccati di ogni sorta mi scorrevano nelle vene, e io volevo quel dolore, lo volevo tutto. Me ne sarei saziato per l’eternità.




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