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Una storia di Stegia18

Questa storia è presente nel magazine Fiabe, favole e racconti

Le interviste impossibili: Beatrice Cenci

(Quando la giustizia è ingiusta)

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10 minuti

Pubblicato il 19 dicembre 2019 in Altro

Tags: #IntervisteImpossibili #BeatriceCenci

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Nella foto: Attr. a Guido Reni, ritratto di Beatrice Cenci, Palazzo Barberini Roma (1599).


Narra la leggenda che, ogni anno, l’undici settembre, dopo il tramonto, il fantasma di Beatrice Cenci compaia sugli spalti della Rocca di Petrella Salto e sui balconi di Castel Sant’Angelo, a Roma: reggendo la testa tra le candide mani, cammina leggera, con lo sguardo malinconico della vittima, per ricordare la sua triste vita e la tragica fine con cui si è conclusa.


«Nell’anno 1599, era papa Clemente VIII, al secolo Ippolito Aldobrandini, suscitò un’ampia eco tra la popolazione dello Stato Pontificio, l’esecuzione sul patibolo della giovanissima nobildonna romana, accusata di parricidio. Ascoltiamo la sua testimonianza».

«Beatrice, decapitata per un grave delitto, eppure compianta da tutti, simbolo di una giustizia che, sanzionando la colpa, risulta, invece, ingiusta verso le vere vittime»

«E vittima lo sono stata infatti, fin dalla mia disgraziata nascita»

«Raccontaci dunque la tua storia, la tua infanzia, l’adolescenza, il clima fosco in cui è maturata la tua decisione»

«La mia vera madre, Ersilia, morì di parto quando io avevo sette anni. E, chissà, forse ha ringraziato Nostro Signore per quella morte precoce che veniva a liberarla da una realtà familiare fatta di soprusi e maltrattamenti»

«E dunque, come è proseguita la tua vita di piccola orfana?»

«Io e la mia sorella maggiore Antonina, fummo mandate nel Monastero di Santa Croce a Montecitorio, mentre i miei fratelli furono spediti a studiare in Spagna all’università di Salamanca»

«Sembra la giusta scelta di un padre, rimasto vedovo, per assicurare una formazione ai figli nel periodo dell’adolescenza»

«Oh no, tutt’altro. Quello era un educandato assai modesto, dove venivano ricoverate le ragazze del popolo. Mentre le nostre coetanee di nobile famiglia studiavano, in ricchi e rinomati conventi, il greco e il latino, la letteratura e l’arte, imparavano a suonare vari strumenti e ad apprezzare la musica e il ballo, noi imparavamo a ricamare, a servire e ad obbedire. I miei fratelli, in Spagna, contraevano debiti per poter continuare a studiare, spesso mancando del necessario anche per sopravvivere, tanto che infine furono costretti a tornare a Roma»

«Si stenta a crederlo: una delle famiglie più antiche e ricche dello Stato Pontificio, provvista di proprietà terriere e dedita da secoli al commercio e alle attività bancarie!»

«In effetti nostro padre, Francesco, che pure aveva ereditato un ingente patrimonio, anche accresciuto dal nonno, corrotto tesoriere generale della Camera Apostolica, era estremamente avaro, tanto più che, a causa delle ingenti multe che aveva dovuto pagare per evitare le condanne al carcere a causa delle sue azioni violente e della vita viziosa che conduceva, il patrimonio andava assottigliandosi»

«Spiegaci meglio…»

«Come ben sai, era possibile per i nobili, evitare la prigione, pagando e, spesso trovandosi coinvolto in risse e fatti di sangue, dovette sborsare molti scudi per estinguere i procedimenti in atto nei suoi confronti. Nel 1594 fu accusato di sodomia: avrebbe potuto finire sul rogo, per questo infamante reato! Ma se la cavò con tre mesi di carcere e pagando l’enorme somma di 100.000 scudi che da soli valevano un quarto del patrimonio ricevuto in successione».

«Ma, non essendo felice in quel mondo di monache, sarai stata contenta di tornare, a quindici anni, finalmente in famiglia»

«Non erano stati brutti quegli anni. Anzi, furono i migliori della mia sventurata vita, perciò fui dispiaciuta di lasciare le suore con cui avevo vissuto a lungo, ma speravo in una vita familiare e in un futuro matrimonio, come è nel destino delle fanciulle di buona famiglia»

«E invece?»

«Invece, ho trovato, tornando una situazione degradata: mio padre sempre più violento, non ci risparmiava maltrattamenti di ogni tipo e ci faceva anche mancare l’indispensabile. Perciò i miei fratelli gli intentarono causa per ottenere gli alimenti e la vinsero: Clemente VIII assegnò loro la rendita di alcune terre di famiglia. La situazione divenne ancora più tesa e lui li accusò di aver tentato di ucciderlo»

«Ma la causa si risolse con la loro completa assoluzione»

«E anche con scatti d’ira sempre più frequenti da parte sua e continue sevizie nei miei confronti, in quelli di mia sorella e della mia matrigna Lucrezia, che nel frattempo lui aveva sposato»

«Parlaci di lei, di questa nuova moglie di tuo padre, che ti precederà sul patibolo con l’accusa di uxoricidio, per aver anch’essa partecipato alla congiura che vide la morte di quest’uomo tanto odiato»

«Lucrezia era vedova e lui se ne invaghì. Lei non desiderava sposarlo, ma alla lunga le sue insistenze riuscirono ad imporsi sulla sua volontà: difficile opporsi ai desideri di un nobile, se sei una donna, sola e, per di più, senza un’aristocratica famiglia alle spalle»

«E come vi siete difese?»

«Antonina riuscì, in maniera fortunosa, a far giungere una lettera al Pontefice, con la quale gli chiedeva di liberarla dalle angherie paterne, mandandola in convento o facendola sposare»

«Infatti le cronache dell’epoca riportano il suo matrimonio con Carlo Gabrielli, dei signori di Gubbio. Matrimonio favorito da Clemente, che, anche, impose a vostro padre il pagamento di una ricca dote»

«E proprio quella scatenò in lui un desiderio di vendetta, che mai potresti immaginare in un genitore, e mi rinchiuse nella Rocca di Petrella Salto»

«Ti ascoltiamo. Raccontaci nei dettagli cosa successe e come, infine sei arrivata a prendere la decisione di un così grave delitto»

«Lucrezia, la sua seconda moglie, che già nei giorni immediatamente seguenti le nozze, aveva imparato a temere i suoi scatti d’ira e la sua violenza, decise, così come si conveniva ad ogni madre, seppure adottiva, che era giunto anche per me, essendo ormai diciottenne, il momento di trovare un marito. Sperava che almeno io potessi fuggire da quell’inferno quotidiano che ormai era la nostra vita. Ma mio padre non voleva assolutamente alienarsi i beni della dote che avrebbe dovuto fornirmi nel caso di un mio matrimonio. Perciò con un inganno ci condusse in quel piccolo paese, sperduto tra le alture dell’Appennino, in vicinanza di Avezzano, dove vivevamo come recluse. “Voglio che crepi quassù” mi ripeteva spesso. Arrivò addirittura a rinchiuderci, quando era assente, in un appartamento della Rocca, sprangando porte e finestre, facendoci vivere come carcerate; lo scarso cibo ci veniva passato dal custode attraverso uno sportellino. Vane sono state le richieste di aiuto che cercai di inviare ai miei fratelli maggiori e ad altri miei parenti, perché mi liberassero dalla prigionia. Anzi, una di queste mie missive fu intercettata da mio padre che, tornato da Roma, mi percosse ferocemente. Ma il peggio doveva ancora avvenire. Pressato dalle richieste dei creditori, malato di gotta e sempre più iroso e violento, lui decise di ritirarsi definitivamente nella Rocca. Le nostre condizioni, mie e di Lucrezia, divennero ancora più difficili, ogni giorno si preannunciava come un calvario al quale non potevamo sfuggire, costellato di ingiurie, percosse e sevizie. Non esistevano vie d’uscita e solo la sua morte avrebbe potuto liberarci»

«E così ideasti l’omicidio»

«Ma gli esecutori si dimostrarono a dir poco incompetenti e dovetti inventarmi lì per lì, qualcosa che facesse pensare ad un incidente. E neanche la fortuna mi ha aiutato. C’erano delle assi mezze marce nel pavimento del balcone della sua stanza, che avrebbero potuto far pensare ad un cedimento e ad una caduta nell’orto sottostante, ma il foro risultò troppo piccolo. Perciò, nella fretta del momento, gettammo il corpo dalla balaustra. Difficilmente le ferite avrebbero potuto sembrare dovute all’incidente, ma noi speravamo nel fatto che non ci sarebbe stata nessuna indagine e che, una volta seppellito il corpo tutto sarebbe finito. Io sarei stata finalmente libera di cominciare a vivere nella normalità, lontano dalla sofferenza che aveva contraddistinto gran parte della mia vita»

«Infatti, inizialmente non ci fu nessuna indagine, ma poi le voci di un possibile delitto cominciarono a circolare, dapprima tra le donne del contado, fino ad arrivare a Roma e allora fu aperta l’inchiesta che facilmente portò al rinvenimento delle prove dell’omicidio. Il corpo fu riesumato e i medici confermarono che le lesioni non erano riconducibili alla caduta»

«Fummo tutti incarcerati, io ho resistito fino all’ultimo, nella convinzione di aver fatto giustizia, nell’unico modo che mi era rimasto, ma fui sottoposta a torture atroci e, nella speranza di un giusto processo, alla fine ho ceduto»

«Il tuo difensore, Prospero Farinacci, tra i più accreditati giuristi dell’epoca, espose, nella sua requisitoria difensiva, la tesi che non avresti dovuto essere punita in quanto mossa dal desiderio di liberarti da un padre che ti aveva ripetutamente stuprata. Come mai non hai voluto confermarla, dato che, quasi certamente, in tal modo avresti evitato la condanna a morte?»

«Perché mi avrebbe precluso qualsiasi futuro, pur essendo solo una vittima innocente. E poi, chi avrebbe mai potuto immaginare che saremmo finiti nelle mani del boia? Non era usanza che gli appartenenti a nobili famiglie venissero condannati a morte, potendo estinguere la colpa con il pagamento di una parte del patrimonio. Non l’aveva forse fatto mio padre che colpevole lo era davvero? Perché avremmo dovuto pagare noi, io, mia madre e i miei fratelli, per quello che, in fondo non era altro che un atto di giustizia, laddove la giustizia non aveva voluto intervenire?»


E di questo, forse, ne erano assolutamente convinti coloro che, ripetutamente, chiesero clemenza al Papa senza essere ascoltati, o la popolazione romana che, commossa, assistette all’esecuzione. Fu un undici settembre di sangue, a Roma, poiché nella calca ci furono svariati morti, taluni travolti nella ressa, altri caduti nel Tevere ed affogati, qualcuno morto per insolazione nel caldo torrido di quell’estate senza fine.

Ma quali furono le motivazioni che indussero Clemente VIII a dimostrare una simile rigidezza, pure in presenza di un dramma i cui protagonisti avevano conquistato le simpatie dell’opinione pubblica? Si dice che, stanco degli episodi di sangue che si ripetevano tra la nobiltà romana, avesse voluto dare un esempio eclatante, che mettesse fine al malcostume di ritenersi immuni dal subire pene per i delitti commessi Ma, più probabile appare il motivo economico: beneficiario dei beni era, infatti lo Stato Pontificio, nella persona del suo supremo rappresentante, ovvero il Papa stesso. Si disse che, già prima del processo, che, quindi, altro non fu che una farsa, egli avesse già deciso che non avrebbe accettato altra sentenza se non la condanna a morte. Dopo l’esecuzione, i possedimenti di famiglia vennero confiscati e messi all’asta, quindi aggiudicati, per una cifra molto inferiore al loro reale valore, ad un congiunto del Papa, che evidentemente non era indenne da nepotismo, tale Gian Francesco Aldobrandini.


Il corpo di Beatrice, fu raccolto dai seguaci della Confraternita di San Giovanni Decollato, che si occupava delle esequie dei condannati a morte, e portato in processione fino alla chiesa di San Pietro in Montorio, dove lei aveva chiesto di essere seppellita, in vicinanza di quel convento dove aveva trascorso gli unici anni sereni della sua breve vita fatta di angherie e violenze. Alla cerimonia partecipò una folla impietosita, che volle renderle omaggio. La testa, che il boia aveva separato dal corpo, venne avvolta in un candido velo e deposta nella tomba su un vassoio d’argento. Sulla lapide, invece, non fu posto alcun nome, così come previsto in quei tempi per i giustiziati.

Ma un ultimo sopruso non le fu risparmiato nemmeno dopo la morte. Nel 1798 i francesi, che avevano occupato Roma e proclamata la Repubblica, mettendo fine allo Stato Pontificio, si abbandonarono a requisizioni e razzie. Le sepolture venivano profanate per recuperare il piombo delle bare. Un testimone, il restauratore Vincenzo Camuccini, racconta che la tomba di Beatrice fu divelta, il vassoio d’argento rubato e il teschio lanciato in aria come fosse una palla.


Nel 1999, nel quattro centenario della morte, il Comune di Roma ha posto una targa in Via Monserrato, là dove un tempo sorgeva il carcere di Corte Savella, dove Beatrice fu rinchiusa, nel corso delle indagini, prima della condanna a morte:

“DA QUI

OVE SORGEVA IL CARCERE DI CORTE SAVELLA

L’11 SETTEMBRE 1599

BEATRICE CENCI

MOSSE VERSO IL PATIBOLO

VITTIMA ESEMPLARE DI UNA GIUSTIZIA INGIUSTA”


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