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Una storia di Purpleone

Una storia della buonanotte

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8 minuti

Pubblicato il 06 settembre 2020 in Altro

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La bimba si rigirò nel letto per l’ennesima volta. Non avrebbe voluto svegliare la sorella che le dormiva a fianco, ma sapeva che se non l’avesse fatto non sarebbe riuscita ad addormentarsi. Le si fece più vicina e ascoltò il suo respiro regolare. Allungò una mano e le toccò delicatamente la spalla.

«Bea, stai dormendo?» sussurrò.

Era consapevole di rischiare una sgridata ma insistette.

«Bea…?»

Bea le rispose senza aprire gli occhi e con appena una punta di esasperazione.

«Che c’è Flo?»

«Non riesco a dormire.»

«Ti prego Flo, non stasera. Sono stanchissima.»

Il tono della bambina virò leggermente in zona pianto.

«Per favore…»

Sapeva per esperienza che sarebbe stato inutile tirarla per le lunghe, Flo non si sarebbe addormentata senza la sua storia e quanto prima l’avesse accontentata tanto prima avrebbe potuto riprender sonno. Il nuovo lavoro alla tavola calda era pesante e non compatibile con il fare le ore piccole, e arrivare in ritardo nella settimana di prova non era quello di cui aveva bisogno. Lanciò un’occhiata alla piccola sveglia sul comodino e sospirò: le lancette fosforescenti erano puntate sulle cinque e trenta del mattino e si muovevano inesorabili a dispetto dei capricci della sorella.

«Dai», disse infine con tenerezza, «vieni qua.»

La bimba sorrise nell’oscurità e si accoccolò nell’incavo del suo braccio come un furetto, solleticandole il mento con i cappelli.

«Dunque», iniziò con enfasi, «c’era una volta…»

«No», la interruppe Flo con un calcetto sotto le lenzuola, «non quella!»

Sapeva già la risposta ma doveva ugualmente fare la domanda. Il rituale non poteva essere cambiato.

«Allora quale vuoi?»

«Parlami della mamma.»

‘La mamma’.

«Va bene. Stai comoda?»

Flo fece di si con la testa e le si strinse un pochino più addosso.

«La mamma», iniziò Bea dopo aver preso fiato, «si chiamava Mary; era alta, bionda e bellissima, e ci voleva un mondo di bene...»

‘Solo il nome era vero. Per il resto aveva i cappelli color delle stoppie di granturco, non era alta e forse un tempo era stata carina; in quanto a volerci bene...lasciamo perdere’.

«...e quando metteva i suoi vestiti eleganti e i gioielli, sembrava una vera principessa, e profumava sempre di talco alla lavanda, come i tuoi cappelli dopo il bagno...».

‘ Il suo concetto di massima eleganza erano un paio di short neri e un giubbino di jeans con gli strass, e l’unico odore che si portava dietro era quello rancido del fumo e dell’alcol. A volte miscelati con quello del vomito’.

«...Prima che tu nascessi, andavamo spesso a fare le gite al lago e guardavamo tramontare il sole e i pesci che saltavano sull’acqua per catturare i moscerini...»

‘Essere lasciata in custodia alla vicina di pianerottolo era la mia gita; a volte la mattina e più spesso la sera, fino a tarda notte. La vecchia puzzava di pipì ma almeno era gentile e non mi sgridava quasi mai’.

«...La mamma portava sempre un cestino per il picnic e prima di rientrare a casa mangiavamo un panino con la marmellata di ciliegie. Il mio preferito...»

‘La vecchia mangiava solo minestra di pollo in scatola, che fosse pranzo o cena, e la divideva con me: tre quarti abbondanti a lei e il fondo del piatto a me. Era poco e avevo sempre fame’.

«...altre volte, soprattutto col bel tempo, andavamo al parco a dare da mangiare ai cigni ed era divertentissimo vedere come litigavano per le nostre briciole di pane...».

‘Quando la vecchia non era disponibile e non c’era nessun altro che potesse badare a una bambina di otto anni, andavo con lei. Mi piazzava nell’angolo più lontano del locale con un bicchiere di latte e dei biscotti, mentre lei fumava davanti al jukebox e si faceva palpeggiare in cambio di un drink ’.

«...La mamma adorava fare compere e quando era in arrivo un compleanno, ci divertivamo a curiosare in tutti i negozi alla ricerca del regalo perfetto...»

‘L’unico regalo che ricordo è una bambolina dalla chioma spelacchiata che probabilmente trovò rovistando in un cassonetto, e che ancora conservo senza sapere bene perché. Le altre cose che invece regalava con generosità erano il disprezzo, le urla isteriche e i falsi pentimenti’.

«Non dimenticarti del papà». La interruppe Flo con la voce per niente assonnata.

«Non mi dimentico, tranquilla».

‘E come potrei’.

«Il papà e la mamma si incontrarono per la prima volta una sera d’estate, al Luna Park...»

‘In effetti, e per certi versi, la centrale di polizia potrebbe benissimo definirsi un “Luna Park” e perfino un luogo d’incontri’.

«...lei era con le sue amiche e lo notarono mentre sparava ai bersagli del tiro a segno senza sbagliarne uno. Si avvicinarono perché era un bel ragazzo e ciascuna di loro avrebbe voluto attirare la sua attenzione e quando l’uomo del baraccone contò i centri e gli consegnò in premio una giraffa di peluche, fu alla mamma che lui la regalò...».

‘Erano stati prelevati tutti quanti, uomini e donne, dopo che una rissa gigantesca aveva devastato la sala da ballo. A metà serata, prima che scoppiasse il caos, lui l’aveva abbordata e lei se ne era subito invaghita’.

«...Il papà era proprio un bell’uomo e la mamma se ne innamorò subito ancor prima di sapere che era molto ricco e che possedeva molte fabbriche in tutto lo Stato e anche da altre parti...»

‘L’uomo che era mio padre aveva solo una ricchezza: la faccia tosta e l’innegabile capacità di intortare gli sprovveduti, e con quelle ci campava alla grande. Era solo un piccolo imbroglione manesco e bugiardo, e con la mamma fu subito in sintonia’.

«...per questo motivo, prima che io nascessi, erano spessissimo in giro per il mondo: Parigi, Londra, New York e altre città che non ricordo. Andavano nei migliori alberghi e nei ristoranti più costosi e, quando arrivavano in un posto nuovo, le regalava sempre bellissimo gioiello...»

‘Gli unici posti che quei due avevano visitato insieme erano stati i supermercati, i distributori di benzina e i negozi di liquori che avevano rapinato. E le centrali di polizia, i tribunali e la prigione della Contea quando venivano beccati’.

«...alla fine però si stancarono di andare in giro per il mondo e decisero di essere una vera famiglia con dei bambini da amare e coccolare…».

«E sei arrivata tu» la interruppe nuovamente Flo.

«Esatto, sono arrivata io».

‘E lui, che sopportava appena la mia presenza, non faceva passare una giornata senza che minacciasse di gettarmi dalla finestra o contro il muro della stanza.

«...Ma il momento più bello è stato quando sei nata tu: allora si che eravamo tutti veramente felici...»

«Io però il papà non me lo ricordo».

«Certo, sciocchina, eri troppo piccola. Poi è dovuto andare in guerra per combattere contro i cattivi e…»

«Quando tornerà?»

«Non lo so, Flo, i cattivi da combattere sono tanti ma appena avrà finito tornerà subito da noi. Posso continuare adesso?»

«Mmh, va bene».

«Quando sei nata erano felicissimi e non la smettevano più di darti i bacini e di farti tante coccole. E anch’io ero felice perché finalmente avevo una sorellina con cui giocare...».

‘Quando sei nata avevo dieci anni, e quella merda d’uomo che chiamavo papà aveva levato le tende poco prima, come un sorcio in cerca di una tana migliore. L’unico ricordo che ho di lui sono le sue urla quando era ubriaco e le cinghiate che distribuiva a chiunque fosse a tiro in quei momenti. Quando restammo sole pensai che sarebbe andato tutto per il meglio, la mamma, invece, finì per frequentare tipi peggiori, passando le giornate perennemente ubriaca o fatta fino agli occhi. Il tuo papà sarà stato senz’altro uno di quei tizi che frequentava allora, ma io non l’ho mai conosciuto. E comunque neanche lei avrebbe saputo da quale mazzo pescarlo’.

«...Mi ricordo che eri un piccolo batuffolo biondo che piangeva poco e rideva tantissimo quando ti facevo il solletico ai piedini...»

‘E dovevo cambiarti i pannolini che rubavo al supermarket’.

«...poi, quando sei cresciuta un pochino, la mamma dovette cercare un lavoro perché il denaro che il papà ci mandava non era sufficiente e, quando lei era fuori, badavo io a te e facevo finta di essere la tua mamma...»

‘Era ben più che una finta. Quante volte siamo rimaste sole tutta la notte, con te che piangevi e io che non sapevo cosa fare se non stringerti e cullarti? Non riuscirei a contarle neppure se volessi’.

«...però quando rientrava a casa, ci abbracciava e ci dava i bacini e dormivamo tutte insieme nel suo lettone...».

‘Quando tornava a casa era a volte talmente fatta o ubriaca da aver scordato di comprare o rubare perfino il latte per te e, se non fosse stato per la compassione dei vicini, saremmo crepate tutt’e due da un pezzo’.

«...Poi arrivò quella lettera del papà che chiedeva alla mamma di raggiungerlo per aiutarlo a fare la guerra ai cattivi, perché da solo non ce la faceva più...»

‘Quando gli agenti e l’assistente sociale arrivarono, era notte fonda. Tu avevi pianto a lungo ma finalmente ti eri addormentata ed io stavo per fare altrettanto quando bussarono. Credendo che la mamma fosse troppo ubriaca per trovare le chiavi, avevo aperto e me li ero trovati davanti’.

«...così la mamma, prima di partire, ci ha abbracciato forte forte raccomandandoci di fare da brave in questa nuova casa e di aspettarla fin quando non fosse tornata col papà...»

‘Non m’importa sapere che fine ha fatto e neppure rivederla dopo tutto questo tempo; quel che conta è che ora abbiamo un tetto sopra la testa, i pasti assicurati e delle brave suore che vogliono un bene dell’anima a Flo’.


Ora il respiro della bimba è finalmente diventato quello dei sogni.

Con cautela le sfila il braccio da sotto la testa e si sposta un poco di lato lasciandole più spazio. Sul comodino, accanto a una bambolina di plastica maltrattata dal tempo, una sveglia rumorosa le ricorda che le restano poco più di cinque ore di sonno.

Guarda Flo che dorme tranquilla e chiude gli occhi.

‘Buonanotte’.


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