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Una storia di Silvio.irace

Le Verità dell'Acqua

Pensieri sparsi di ricordo

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12 minuti

Pubblicato il 14 settembre 2018 in Storie d’amore

Tags: #amore #arte #tempo #venezia #vivere

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Fiumi di settembre. Città dipinta di laguna .

Oro liquido e rosso, scorre per i canali come arteria. Venti freschi, portatori di maree, l’autunno che arriva sulla pelle, odore di vissuto nell'aria, l’arancio più screziato dei mattoni a vista. Le colonne grigio impero che fanno da firma e base.

Un grosso gatto guercio, dal manto grigio e d’oro, sonnacchioso e ben tornito, passa per la calle, guardandosi prima attorno, poi verso il cielo, incastonato nei palazzi, tra le calli. Cerca amici, avventure, senza fretta. Possiede il tempo. Vedo il vaporetto da Pellestrina attraccare, onde colpite che affondano e poi ritentano l'assalto. Da quanto tempo?

I tuoi capelli rosso fuoco anticipano il tuo arrivo.

Passeggiano già per i campi, assaporano vie di pietra. Di acqua. Sei veramente tu, antica e sempre giovane frenesia di ricci vermigli in occhi verdi imperiale? Giovani turisti occhialuti ti fissano straniati. Riconosco bene la sensazione. Giapponesi, americani, tedeschi, veneziani; le razze del mondo che si associano, una volta per tutte. Da ogni continente finiscono per alzare lo sguardo verso te: come domanda a cui non c'è risposta. E' mai possibile trovare una bellezza uguale alla tua?

Domande retoriche. Unicità e predominio. Case e tetti che si sovrappongono. Infiniti piani e variabili di arancio e di malta. Pietre a vista. Labirinti di vicoli e passerelle, porte scrostate dall'umidità. Ombre repentine, vecchi retaggi di amanti e assassini. Magazzini e giardini, nascosti a Dio e al Diavolo.

Laguna come terra di conquista, vecchio campo di battaglia tra due forze opposte e contrarie, ma fino ad un certo punto. Qui sembrano aver raggiunto tregua e pace: patto strano, che odora di passato condiviso, di amore funereo ma mai sazio. Vive ancora. Il profumo di storia autentica che arriva a corpi e anime degli uomini. Barche, piccole e grandi. Piccole resse e via vai, qui ci sono abituati. Come in amore.

Precedenza a chi arriva prima?

Il mondo che ricordo, la tua camminata decisa. Ti vedo avanzare tra la folla: quasi ora di cena. Stomaci che cantano suoni, simili a cornamuse: passeggiare mette fame, l’odore del mare mette fretta.

Ti saluto da lontano, tu mi noti, sorridi e mi rispondi.

Arrivo come Venezia, Venezia come arrivo.


Giungi così, nella città di luce e di mare, luce cadente che risorge ad ogni alba.

Quadro di un Canaletto sempre diverso: angolazioni sempre alternate, punti di vista policromi. Nei bagagli solo sogni e passioni, l’amore incondizionato per radici e futuro. Incarichi importanti, nuove prospettive. Binomio impegnativo: non ti sei mai tirata indietro. Responsabilità.

Ci troviamo vicino Ca Foscari.

Ti sei vestita di verde, nero e arancio, il colori della città. La gente si ferma a fissarti, intorpidisci i maschi, metti invidia alle femmine. Porti quell'attenzione senza badarci, lanciandola verso il cielo con una risata. Immaginare è potere, sorridere è di più.

Sorridi.

I tuoi occhi scrutano, indecisa. Che cosa vorrò mai da te? Io faccio l’indifferente, il distante. Parliamo del più e del meno. Come stai? Come te la passi? Che fine hai fatto? Chi è partito, chi si è perduto, chi si è ritrovato e poi perduto di nuovo? I turisti fotografano mattoni, statue. Selfie della malora. Bassa risoluzione, stories su instagram. Scie di gente con un guida sotto braccio. I fortunati con ombrelli e bandierine. Mandrie in balia di pastori pazienti. Lingue sempre più sconosciute. Nuova Babele, i canali come dialetti. Convergono tutti verso il mare.

Qualcuno rischia di finire in acqua. Dimenticato.

I Gondolieri che guardano scafati. Le stesse scene ogni giorno, ogni ora. Si sono fatti il callo: sei una città che dà alla testa anche il più severo e probo tra gli uomini. Chi non ti apprezza non ti ha capita per nulla.

Mi dici che ti senti decadente. Che il tempo e passato anche per te, che ti ha fatto avere il conto delle tue scelte. Il destino come amante focoso ma esigente. Io modero, ti dico che sei bella uguale, a quando ci siamo lasciati, mai veramente amanti. Ti dico che lavori qui, che non ti dovresti lamentare. Io ci vengo quando posso, spesso da solo, a disegnare e scrivere. Qualche mostra ogni tanto. Opere malinconiche. Non sei tanto disponibile come vorrei.

Se sei giù, venire qui aiuta: se vuoi ritrovare te stesso devi farci un salto in laguna, periodico, girare per isole e calli, quelle più nascoste, meno famose, correre gli occhi sull'umanità che le popola, le attraversa. Qui capisci che tutto il mondo è paese. Che non serve avere tre lauree per avere rispetto del posto in cui ti trovi, dell’amore che qualcuno ti dimostra. Capisci il senso del tempo, mentre vai più piano degli altri, mentre ti fermi a scrutare le crepe sui muri, gli occhi stanchi delle statue, la loro direzione sempre uguale, verso un punto definito che tu non puoi immaginare del tutto.

Certe volte, quando sei più triste del solito, vorresti essere come loro. Stabilità. Arrivarci.

Mettere in collegamento cause e conseguenze, avere una visione chiara delle cose. Accontentarsi di quello che si è e si ha. La gioia della libertà e del momento. Passeggiare, dormire, mangiare, qui, difronte a quello che sei, ha tutto lo stesso gusto ed insieme una miriade di gusti diversi, come entrare in una bolla di malinconia, dove tutto si è fermato.

C’è soltanto il cicaleccio dato dal silenzio della storia. Il gusto della tragedia che si consuma senza esaurirsi mai veramente. Teatro sempre aperto ventiquattro su ventiquattro, sette su sette. Il gusto di una caduta concordata con Kronos. Vivere nel vento e planare nell'acqua. La terra solo dov'è necessaria. Per spiccare il volo. Prendere il largo.

Un giorno, gli abissi per diventare una nuova Atlantide.

Stavolta conosciuta. Popolata da sirene e tripodi per essere di nuovo stupenda.

Ci sono altre città che la sottomettono come fai tu?

Storia e Venezia. Venezia e Storia.


Ci si parla d’altro. Il tramonto sgranchisce la complicità: caldo, privo di nuvole.

Sembra ricalcare il rosso degli spritz nei nostri bicchieri. Curioso riflesso asburgico, denota sorpresa e curiosità. Da dove vengono i suoi raggi, e quale distanza raggiungono? In altri infiniti, altre realtà, noi due staremmo insieme. Formeremmo una vera e propria forza della natura. Daremmo un senso a questa città, a questa vita che ci è piombata addosso, senza volerla, come un amore non desiderato. Ci toccherebbe metterci d’impegno, tentare strade sconosciute. Saremmo però insieme, mano nella mano, e non avremmo paura difronte a Thanatos, perché abbiamo raggiunto ben più dei desideri che ci sono capitati.

Asteria, divinità di capriccio e stelle cadenti, ci sorriderebbe, con il suo sorriso affettato, minuto, poco consono e a metà del tragico. L’avremmo vinta, battuta sul suo stesso terreno, quello delle profezie. Astreo, confidente del crepuscolo, ci lascerebbe passare avanti, con modestia e afflizione, ma anche rispetto: quanti sono gli uomini che trovano se stessi? Quanti quelli che conservano il centro della loro gravità?

Dal Bar riusciamo a vedere i riflessi dell’acqua che colpiscono le barche, le onde amalgamare terra e acqua. Turisti che si sporgono sui ponti: innamorati che raccolgono il loro senso di eterno. Chi si scorda mai di te, in fondo?

Saltiamo argomenti che interessano tutti e due. Il verde imperiale dei tuoi occhi passa in rassegna gli ormeggi, viaggia per i calici degli aperitivi, le risate e le espressioni di chi si rende veramente conto di essere qui, in questo momento, e si sta godendo ogni istante. Lavoro e passioni, che cosa è rimasto da dirci? Hai letto i miei libri?

No, non te lo chiederò. Che cosa ne pensi? Ti chiederò solo: che impressione ti hanno fatto?

Ti hanno divertito, fatto passare del tempo?

Ci sei anche tu dentro.

Soprattutto: sono stato fedele alla storia?

Protagonista solerte di una qualcosa di molto più grande di te, figlia imperfetta ma più bella del dio Nettuno, centro permanente in oceani di storie, nuovi e sconosciuti. Riscoprire profondità e altezze. Angeli caduti che le scrivono su acqua di mare. Rimane solo il sale sulla carta.

Cinque anni e infinite vite dopo, ti ritrovo dal vivo, eterno germoglio che è radice, tronco, fiore, frutto e seme insieme. La pianta completa. Gli anni passano, come le acque nei canali, eterni come quando i primi pazzi furiosi si misero a edificare sull'acqua.

In cerca di qualcosa, non soltanto protezione dal Barbaro.

Eterno e Venezia. Venezia e eterno.


Mi chiedi come sto, che cosa ho fatto nel frattempo.

Ti potrei dire tutto o niente, ho incontrato persone, visto cose.

Tu viaggiavi per il mondo cercando il tuo centro, e capendo tardi che era dentro di te. Ti rispondo a monosillabi: sono stato qui, ho collaborato di là. Scendo nei dettagli, solo se li desideri davvero. Mi sono pianto dentro. Ho raccolto la pioggia e l’ho data da bere alle mie storie. Piccole piantine, diventate sequoie. Eterno girovago anche io, mi sono chiesto dove edificare il mio regno. L’unico spazio erano le parole: ne ho fondato uno che è diventato anche impero. Tu ne sei l’Imperatrice. Dispensatrice divina di prosperità, giustizia, luce e completezza. Lo sai, forse, che governi imperi?

Come detto prima, Io non te lo dirò.

Dobbiamo scoprire noi stessi quelli a cui siamo destinati. Il leone adagiato di Canova che sembra guardarci: chiedersi perchè il tempo qui si sia fermato, perché siamo rimasti io e te, a fissarci, a chiederci che cosa abbiamo in mente. Silenti ma ci capiamo. Poi sbotti in un'allegria colma di speranze. Mi chiedi che cosa faccio per cena. Io ti rispondo: ho il treno alle dieci, non ho programmi. Disco rotto che suona una passione mai iniziata, il nostro affetto ci porta alla vicinanza. Solitudini emancipate e consapevoli, non ci accontentiamo del primo che passa. La realtà di tutti i giorni è così avida di belle parole, di sentimenti autentici, di storie originali. Vale la pena gioire degli istanti che ci sono concessi.

La novità diventata banalità, ripetizione dell’ovvio. Io e te ce ne stiamo ben distanti, che senso avrebbe perderci del tempo? Giocare e gioire, le parole aiutano. Nascono come riflessi d’acqua , opere di momenti, camminano su per colonne e muri. Si stringono l'un l'altra, fino a formare capoversi, novelle, racconti, epopee. Ci osservano con i loro occhi invisibili: lo stanno facendo anche adesso che stai leggendo. Arrivano sui tetti, spiccano il volo come aquile e pantere, padrone di cielo e di foreste, che si dipingono di tramonto, arrivando al tuo sorriso.

Perché sempre lì andiamo a parare.

Che fai stasera, mi chiedi. Di nuovo, come se non avessi sentito la risposta. Come se potessi rifiutare, trovare scuse, quando ti ho accanto. La potenza dà verità. Cielo e mare riconciliati, finalmente. L’ineludibile che diventa certezza, il tempo desiderato che si dilata. Oltre che cosa? Dico, non lo so. Tu, che cosa avevi in mente? Fisso il tramonto che muore, mille nomi per un solo grande infinito, vorrei essere barca e portarti in tutti gli oceani del mondo. Sarebbe una vita ben riuscita, ben oltre l’appagamento del momento.

La straniante realtà dei desideri che si realizzano. Potremmo prendere un vaporetto, andarcene su qualcuna di queste isole, che hanno visto vite, morti e miracoli più che in qualsiasi altro posto nell'anima del mondo.

Malinconia a Venezia. Venezia e Malinconia.


Finiamo gli aperitivi, ci alziamo.

Rimandiamo la decisione. A quando sarà troppo tardi. Ci godiamo il posporre, l’indefinito che non tollera certezza. Il forse e il vediamo. Possibilità infinite. Questo posto mi pare buono, che ne pensi? Mi chiedi. Mi fido di te. Conosci meglio la città tu, io studioso autodidatta e troppo preso dalla mia missione. Amo tendere alle parole, al suono che fanno nella testa e nella bocca di chi legge. Tenere conto delle sonorità, degli incastri giusti tra principali e secondarie. Ma non sono grammatico e non lo voglio essere. Ho sempre disprezzato i grammatici.

Piazza San Marco è vicina, perché non fare un salto? Imperatrici, te e lei, al tramonto risplendente di universale. Vedi la città che non è mai realmente cambiata, le persone che la vivono tutti i giorni. Quelli che la visitano e sanno di non scordarla più. Per tutti gli altri c’è l’oblio, una nebbia che ricopre il tour che si sono faticosamente pagati. Le Crociere, questi titani buzzurri, che ammazzano lo sguardo. Ci accecano. Siamo come imperatori bizantini accecati, in segno di disprezzo, mancata utilità. Ti sei mai sentita così? Spero di no. Regole di piccolo potere dell’ovvio, causali caustiche di rapporti poco umani. Coprirò la tua fuga e mi farò accecare al posto tuo se ci brincheranno.

Passiamo difronte la Basilica. Serve che ti dica il Santo?

Conosco un ristorantino, mi dici. Io sorrido. Breve brezza fresca, piena di ossigeno, spiri da est con forza trattenuta a stento. Saper riconoscere le cose importanti, dare loro il giusto peso, eliminare il resto con rispetto e attenzione. Saper discernere, desistere dal voler leggere e comprendere tutti i libri del mondo. Avere ragione. Chi ha così tanto tempo, chi vuole veramente avere una risposta per tutto?

Dico di sì. Mi concederò stasera questo paradiso, sapendo che domani mi condurrà all’inferno. Mangiamo alla luce che muore. Ristorantini dai gusti semplici, abbiamo sempre odiato la complessità, tu ed io. Incroci di matematiche esatte. Basteranno?

Mi racconti i tuoi progetti, quello che vuoi fare da grande. Cose che conoscevo già: ti ho spiato. Ti lascio raccontare, perché la tua voce è antidoto, e io ne sono avvelenato. Ordiniamo spaghetti con vongole e triglie in forno, per due. Dolce alla crema come dessert. Vino bianco frizzante che solletica la lingua. Mi dici dove conduce il tuo destino. A chi serve il paradiso, quando si è il paradiso? Sarebbe da interromperti, ma vorrebbe dire fermare la marea, lenta ma continua, che imbocca ogni calle, che passa sotto ogni ponte, fondamenta. La magia che si ripercuote da tutti i giorni del mondo, quella che ha senso ricordare.

Gusto e Venezia. Venezia e gusto.


Cara vecchia amica, cara vecchia città, dammi la forza di trascinarmi al prossimo tramonto! Dà a lei la vita che desidera. Possa io diventare atomo mutaforma, presenza invisibile, per poterla seguire nei suoi viaggi, trovare la forma esatta della sua anima.

Sarebbe la ricerca che giustificherebbe l’esistenza.

Finiamo di mangiare. Mi accompagni a Piazzale Roma. Restiamo in silenzio. I rumori della città che si spengono pian piano. Mi prendi la mano, fissi il cielo come una ragazzina. Eterna adolescente. Il treno che parte, la corsa, il sentimento che ci abbandona. Ogni magia, come ogni piacere, è passeggero. Ogni distanza ha bisogno del suo tempo per colmarsi, come quando, da piccoli, si muove il fondo del mare e si osserva la sabbia dipanare cremosa di nuovo sul fondo.

Mi dici che è stato bello, che lo dobbiamo rifare. Sorrido.

Settembre non è ancora finito.



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