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Una storia di GioMa46

Questa storia è presente nel magazine TRAVELOGUE

Sawasdee!

Benvenuti in Thailandia.

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12 minuti

Pubblicato il 13 aprile 2019 in Viaggi

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La festa degli aquiloni.
La festa degli aquiloni.

Sawasdee! Benvenuti in Thailandia.


Sawasdee!”, le mani congiunte sul petto e il capo chino, onorati del dono di una ghirlanda di preziose orchidee e profumatissimi gelsomini, è questo il più gradito “benvenuto” che l’Oriente offre al visitatore, in tutta la sua floreale bellezza e la naturale cortesia del suo popolo: la Thailandia, nome attuale di quello che un tempo fu il favoloso impero del Siam. Una civiltà profondamente imperniata sulla religione e tradizioni che hanno resistito nei secoli, il cui splendore sembra non conoscere tramonto.

Appena giunti a Bangkok, la sua capitale, si è immersi in una natura regale che accende incensi odorosi agli angoli delle strade, in onore degli innumerevoli Buddha d’oro e di giada, di bronzo e di pietra, che la religiosità popolare celebra con grande partecipazione: dalla tradizionale festa per l’arrivo della primavera, alla purificazione della casa, ai pellegrinaggi ai templi, alla donazione delle nuove tonache ai monaci del Wat-Po, il più grande e dalle guglie più splendenti, che si stagliano meravigliose nell’azzurro del cielo.

È la primavera, infatti, il periodo dell’anno migliore in cui visitare quella che è ancora oggi ritenuta la “Porta dell’Oriente”, cresciuta attorno a quello che è il fiume sacro per eccellenza, il Menam Chao Phraya (o semplicemente Menam) (in thailandese แม่น้ำเจ้าพระยา, dove Menam, da แม่ (mèe)=madre e น้ำ (naam)=acqua, significa appunto fiume. E Chao Phraya, termine onorifico feudale traducibile con eccelso, è uno dei due principali fiumi della Thailandia, che scorre nella pianura alluvionale da esso e dai suoi affluenti formata.

In questa stagione si tiene infatti la regata detta Tot-Kathin, che da inizio ai festeggiamenti annuali, in occasione delle cerimonie e delle processioni solenni, con il supporto di riti e preghiere, danze, canti e fuochi d’artificio, ma anche di musica e colori che la tradizione, lontana dalle influenze occidentali, ripropone ogni anno in tutta la sua magnificenza di colori e di festa che la natura lussureggiante di questa terra distribuisce con ampia generosità, in un’atmosfera più sognata che reale, dove il tempo sembra scorrere più lentamente che altrove, sospeso tra presente e passato, per una sosta riflessiva all’interno di un giardino di delizie, profumato di mille essenze aromatiche, saporoso di mille frutti unici e bizzarri, arricchito di fiori multiformi e meravigliosi fra i quali abbandonarsi, sorpresi dello splendore e della bellezza dei luoghi, e infine perdersi per effetto di un costante dualismo, nell’armonia della sfera delle forme ideali.

Qui, lontani dai nostri lidi europei, si può restare abbagliati dalla luminosità degli spazi, dalla lucentezza dei colori, dalla varietà degli scenari che si presentano davanti ai nostri occhi e dalle diversità delle situazioni cui siamo abituati. Allora lasciarsi trascinare su una giunca fino al “mercato galleggiante” o raggiungere le assolate spiagge del Sud; o spingersi sulle alture del montuoso Nord, attraverso piccole cittadine pullulanti di vita e di lavoro; oppure condursi alla scoperta di antiche città abbandonate, nascoste nella vegetazione, è di per sé un viaggio dei sensi. Così come lasciarsi iniziare all’oppio in una fumeria nel quartiere cinese; o farsi praticare sul corpo il tatuaggio di un grande drago, o di un pesce volante dai poteri magici. Oppure, e perché no, trovare un adeguato rilassamento alle sofisticate “delicatezze” di un massaggio, nelle apposite “case del relax” e scoprire i misteri di quell’arte raffinata e accurata dell’ “amore per il corpo”, in modo autentico e avvolgente, lontano dalle implicazioni dei legami formalizzati.
La musica di sottofondo mentre scrivo, è tipica della forma Liké, (dall’album “Musical Atlas Unesco Collection” dedicato alla “Thailandia” e che raccoglie “registrazioni sul campo” eseguite da Alain Danielou), usata nell’accompagnamento delle leggende siamesi espresse in musica e danza che danno forma a una sorta di rappresentazione in cui la voce del protagonista, qui usata in forma monodica, quando non vengono usate preghiere corali collettive, si snoda al pari del suono prolungato di un flauto. L’armonia è basata sulla composizione modulare ripetuta all’infinito, come all’infinito sono quasi sempre proiettate i racconti noti in tutta l’Indocina.

Un’altra forma tradizionale di musica e danza, entrata a far parte del patrimonio tradizionale del teatro Thailandese, è quella detta Khon, una delle tre forme secolari che la compongono, insieme al Lakon e al Rabam, tipo di dramma danzato risalente al XV secolo con accompagnamento vocale e strumentale, derivato dal teatro detto “delle ombre” (tipico cambogiano) con la successiva sostituzione delle marionette con gli attori, in origine ricordato come teatro di maschere. Oggi gli attori hanno il volto scoperto e copricapo appuntito, a forma di piccola pagoda, che ne caratterizza i ruoli. I movimenti, per lo più, sono sincronizzati alla recitazione del testo, mentre il racconto si rifà al “Ramakien”, versione thailandese del noto poema “Ramajana”, illuminata dal riflesso dell’eroe epico Rama e delle sue lotte intraprese con il demone Ravana, definito tra i più seducenti e meravigliosi dell’Oriente, assimilazione delle culture cinese e indiana.

D’importanza fondamentale, per una introduzione alle tradizioni musicali della Thailandia di oggi, è necessario risalire a quelle che erano le formazioni strumentali dell’antico Siam. Un regno travagliato da mille guerre di sudditanza tra le altrettanto numerose fazioni ereditarie degli Imperatori che vi si sono succeduti, e che hanno incrociato le armi sul terreno della storia, provenienti dalla Birmania (Kmer), dalla Cambogia, dal Laos e, in parte, dalla Cina. A tal punto che le sovrapposizioni e le contaminazioni, delle une sulle altre, non sono quasi più avvertibili, poiché derivanti da una stessa fonte religiosa buddhista / induista, verosimilmente derivata dall’India arcaica e profonda, il cui repertorio è comune a tutta l’area musicale e abbraccia le regioni limitrofe dell’Indocina.

Usata in genere nelle corti e durante le cerimonie religiose nei monasteri, la disposizione orchestrale ancora in uso, risale all’epoca delle dominazioni Kmer nel XIII secolo: due xilofoni siamesi “banard”, detti khong-wong e khong-wong-lek, precisamente una doppia versione dello stesso strumento, formato da due file di piccoli e medi gong, posti su un supporto circolare di bambù che ne permette la particolare vibrazione; due oboe pi-nai; due tamburi orizzontali a due membrane, detti kloang-thad e klong-jao-thou anche usati nelle cerimonie; due piccoli tamburi a una sola membrana, detti ramaha; ed alcuni cimbali piccoli, detti ching, e due più grandi, detti chap, di cui si fa uso continuato nei motivi a ritmo. Uno strumento di fattura complessa è l’ang-klung, unico nel suo genere, composto da alcuni legni che vengono battuti con le due mani.

Molte sono le percussioni utilizzate, tuttavia non mancano gli strumenti a corda, sebbene occupino importanza relativa all’utilizzo per l'accompagnamento al canto: la viella a due corde d’importazione cinese; il solung a tre corde della famiglia dei liuti, in due versioni, dette jakae-saw e jakae-duang, e un particolare tipo di “viola da gamba” di dimensioni ridotte, denominata can spesso utilizzata in a-solo che ricorda da vicino la voce cantilenante dei monaci raccolti in meditazione. Particolare interesse rivestono invece gli strumenti a fiato, anche se alcuni vengono suonati soltanto in speciali occasioni rituali: fluti di bambù a sei fori, detti khluy; i già citati oboi pi-nai, e uno speciale tipo di “organo a bocca”, formato da canne di diversa lunghezza che ricevono aria da un solo bocchettone posto al centro, originario della Cina dove prende il nome di sheng.

Altri strumenti a fiato che somigliano alla nostra zampogna e al flauto a canne contenuto in una rapa essiccata, vengono usati da gruppi di musicisti improvvisati che accompagnano le festività popolari, soprattutto nel Nord del paese, nella regione montana di Chiang-Mai. Un’orchestra così concepita, costituita di soli strumenti tradizionali, o di antichi strumenti risalenti ai regni di Laos e Birmania, modificati e perfezionati dall’artigiano attento, si trovano oggi ad affiancare i gruppi più moderni che hanno ceduto all’elettrificazione e alle mode occidentali. Tuttavia è ancora possibile ascoltare dell’autentica musica tradizionale in particolari occasioni e cerimonie rituali raccolte in illo tempore da studiosi e musicologi e legata alla rappresentazione del testo, talvolta sostitutivo delle azioni stesse, ed oggi maggiormente studiato per i riferimenti diretti a partiture più antiche. Dalle quali, sembra, siano state separate, le danze tipiche che offrono uno spettacolo coreografico di grande richiamo per appassionati e non, ma soprattutto per l’autenticità dell’arte mimica.

È questa un’arte antica, raffinata ed elegante, che si basa sui canoni rigorosissimi delle figurazioni contrapposte e le volute fantastiche delle dita e delle mani, “quasi poesia del movimento”, entrata nell’iconografia popolare di cui bisogna conoscere i significati nascosti per poterla gustare appieno. I danzatori e le danzatrici, infatti, vengono selezionati fin dalla più tenera età, e iniziati al cosi detto “teatro”: insieme di recitazione, mimica, danza, e musica. Discipline queste che permetteranno alla fine del percorso, di assumere quella sincronicità di movenze “aggraziate e leggere” del corpo, necessarie all’apprendimento dell’arte con quel che ne concerne. Fatto rilevante in questa forma d’arte è che i danzatori (uomini) non si toccano mai fra loro, eccetto per una qualche speciale rappresentazione, bensì sfilano con grazia in elaborati e sfarzosi costumi filigranati d’oro e d’argento, completi di maschere fantasiose e copricapo regali. Le danzatrici si scambiano normalmente i ruoli, pur tuttavia è sempre all’uomo che spettano le personificazioni del re scimmia o i suoi demoni orrendi.

Un’altra danza tra le più pittoresche è la “bamboo dance”, ovvero delle canne di bambù, entrata nell’uso anche nelle Filippine e in Malesia. La particolarità di questa danza è dovuta all’attenzione che i danzatori devono mettere per rispettare il ritmo, scandito da quattro grosse canne che si intersecano e che vengono battute l’una contro l’altra con cadenza ritmica. Si danza in coppia e diventa maggiormente piacevole, come un gioco, se la si effettua in molti. Bisogna solo fare attenzione a non lasciare uno dei piedi fra le canne. A essa si fa ricorso in occasione di giochi comunitari e feste iniziatiche, inclusa quella per l’arrivo della primavera.

La “danza delle spade”, tipica di tutti i popoli guerrieri, risale all’antico periodo delle guerre contro il nemico birmano e che insanguinarono questa terra per secoli. Si tratta di un aspetto dell’arte marziale che ritroviamo in molte tradizioni orientali e non solo, che qui assume la forma di intrattenimento coreografico. Altre danze provengono invece dai paesi confinanti come il Laos e la Birmania, tipiche delle genti Iko e Meo, abitatrici delle regioni montane che vivono secondo leggi ancestrali nel rispetto delle proprie tradizioni e ancora non assoggettate alla realtà culturale del paese che le ospita. Fa parte del folklore locale, oltre alla danza, anche la “Thai boxing” per metà danza e per metà autentico sport che si gioca con molta partecipazione in ogni regione. Oltre ai pugni vengono tirati anche calci e ginocchiate, ammessi dal regolamento, mentre un’orchestra di flauti, tamburi e cimbali, scandiscono ritmicamente la lotta che si fa sempre più veloce e pericolosa. Caratteristica che distingue queste danze è da considerarsi la scioltezza del gesto, non legato a schemi preordinati o rappresentativi, e normalmente accompagnate con strumenti di fabbricazione locale e artigiana.

Fra le danze popolari che mettono in evidenza la grazia femminile, la “finger nail dance”, o delle unghie lunghe, è indubbiamente quella che da più risalto all’incontrastata bellezza delle danzatrici Thai che, per l’occasione, ricoprono le loro unghie con lunghi petali d’oro. La musica per questa danza prevede numerose figurazioni e giochi con le mani in accompagnamento a passi molto flessuosi del corpo. Ogni regione ha le sue danze tipiche e molte sono quelle che danno risalto alla grazia femminile, ispirata e strettamente legata alla grazia dei fiori. Ed è proprio ai fiori cui fare riferimento nel visitare quello che per eccellenza è considerato il Suan Sam Pra che ci permette di apprezzare la poesia racchiusa nell’arte della danza, come del resto lo è del canto e della musica: il “giardino delle rose”, a 30 km. da Bangkok dove, per l’appunto, vengono coltivate le rose più stupende che si siano mai viste sulla faccia della terra, e tutte le specie di orchidee, divenute il simbolo per eccellenza dell’accoglienza e dell’ospitalità thailandesi.

Ancor più vi si coltivano il sorriso e la felicità, e non solo quella degli occhi, poiché è qui che ancora oggi è possibile fare un incontro con la vera tradizione, grazie alle scuole ci conservazione e di preparazione all’arte musicale tipicamente Thai. È ancor qui che vengono conservati gli insegnamenti della tradizione nella loro forma originale, quel secolare patrimonio culturale, fatto di eleganza e giovialità, nello splendore della natura che ci circonda, e che qui trova una sua ragione d’essere, nel costume e nella prodigiosa creatività delle sue forme e dei suoi colori, delle sue profumazioni e dei suoi sapori. All’interno del Suan Sam Pra, infatti, si trovano una Scuola di Danza Thai, un’azienda manifatturiera della seta, e ancora, una Scuola per la creazione dei costumi e delle maschere tradizionali, ancora oggi in uso durante le sfilate e le cerimonie rituali annuali, tra le quali trova grande riscontro l’avvento della primavera, per eccellenza la stagione dei fiori, del sole tiepido e del vento amico che soffia costante ma leggero, il più adatto a far volare gli aquiloni.

È sufficiente spostarsi nel Phra-Mane Ground di Bangkok, il parco più grande della città, al quale fanno da sfondo le guglie dorate dell’antico Palazzo Reale. su questo spiazzo verde si svolge ogni anno, ogni giorno festivo incluso tra Febbraio e Giugno, la più curiosa festa del mondo: la “guerra degli aquiloni”. Qui migliaia di giovani Thai accorrono da ogni parte per celebrare l’arrivo della bella stagione. È così che il cielo si riempie di nuove fiori “come stelle” multicolori, raffiguranti draghi e farfalle, pesci e uccelli fantastici, rombi e trapezi con lunghissime code inanellate, che si sciolgono nel voluttuoso vento. A sera, quando il cielo tende all’imbrunire, qualcuno prende a suonare sui tamburi, una musica percussiva che accelera l’ansia dello scontro che avviene quando ognuno tenta di riguadagnare la propria stella che, immancabilmente, va a cozzare contro un’altra e un’altra ancora. Ne scaturisce un’autentica guerra stellare, dove l’indomani, bastano pochi spazzini municipali a raccogliere i resti di una battaglia festosa e innocente.


La meno costosa della storia in termini di vite umane.


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