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Una storia di

Passeggiata di mezzo inverno

Ricordi.....

minuti

Pubblicato il 29 gennaio 2020 in Altro

Tags: #passeggiata #ricordi

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Mentre un altro anno sta per finire salgo, a piedi, la strada che conduce al mio paese natio.

Verso quel luogo conosciuto che ha segnato tanti miei momenti importanti, un luogo che quasi avevo dimenticato correndo nella fretta degli anni.

Ma oggi non ho fretta, cammino lentamente. Ad ogni passo in avanti arrivano piccoli flash e la pellicola della mia vita si riavvolge all'indietro.

A valle mi accoglie la scuola elementare. Più delle lezioni, ricordo i giochi all'aperto nel cortile: nascondino, bandierina, la bella lavanderina, risento le nostre grida, rivedo i volti dei miei compagni, alcuni non li ho più visti, chissà dove saranno ora?

Più avanti, scendendo sulla sinistra, il torrente: riconosco il canto del suo fluire verso la Sieve, rivedo le viottole che conducono alle sue rive, il boschetto che in primavera si colorava di primule e viole ed i girini che quella maestra “speciale” ci faceva portare in classe per seguire la loro metamorfosi.

Sulla destra invece, un po' più alto della strada, c'è un bel giardino di querce e di pioppi, allora forse non c'erano o forse erano più piccoli, non ricordo.

Mi chiedo se anche i miei genitori hanno percorso a piedi questa strada per portarmi a battesimo, non lo so, non l'ho mai chiesto; so invece che con la “500” di un parente sono passata di qui il giorno della mia prima comunione e che mio fratello, con una “1100” presa in prestito, mi ha accompagnato su questa strada il giorno del mio matrimonio.

Proseguo, sulla destra c'è ancora la vigna che ricopre tutta la collina, mentre sulla sinistra già si intravede il piccolo cimitero: lì, dopo una vita laboriosa, riposano i miei nonni e mio padre.

Non posso passare senza salutarli, allora mi fermo.

Ascolto quel silenzio, sento quella pace che mi entra dentro, osservo la foto di mio padre, elegante nel suo vestito della festa, che mi sorride ed anch'io gli sorrido: “ciao babbo” gli sussurro.

Un sole pallido tenta di scaldare questo freddo pomeriggio di dicembre.

Sono sulla sommità della collina, un nuovo panorama mi aspetta, ora la visuale si apre sull'intera valle, di qua e di là dalla strada, fino ad arrivare alle montagne sullo sfondo.

Mi sembra di camminare su un filo, sospesa in aria, è una sensazione di altezza, di grandezza e di apertura che ho sempre provato arrivando in questo punto.

Ancora un po' di salita ed ecco, qui è nato quel pittore rivoluzionario, quello che diede un nuovo senso ai concetti di colore, spazio, volume, che iniziò a riprodurre i soggetti direttamente “dal naturale”.

Chissà che bellezza questa valle allora, una bellezza che lui riuscì a carpire e che non è andata sprecata.

Non mi fermo, ora voglio arrivare fino alla scalinata di pietre e di sassi, quella là infondo, che conduce alla chiesa.

È la scalinata delle spose, anch'io l'ho fatta quel giorno di febbraio di tanti anni fa.

Salgo piano piano e conto, per ogni gradino mi servono tre piccoli passi.

Come avrò fatto quel giorno, con quel vestito ingombrante? Non so, ma ce l'ho fatta.

Sono in cima, il portone della chiesa è chiuso, passeggio sul prato: quel giorno piovigginava, ho una foto vicino a questo muretto ed altre più sotto, vicino al rudere del vecchio castello.

Fu una bella festa, anche se inaspettata e fatta di fretta: sette mesi dopo, sempre qui, battezzai la mia prima figlia.

I cipressi a lato della chiesa richiamano la mia attenzione, rivedo i cippi dedicati ai soldati caduti nella Grande Guerra e, con pazienza, inizio da una parte e rileggo i loro nomi.

Cognomi conosciuti, gente di qui, ragazzi più giovani di mio figlio ai quali la“Patria”, madre esigente, ha chiesto di donare la vita.

Quale madre può essere così crudele? Non esiste proprio, non deve succedere di nuovo!

Scendo lungo il selciato che collega la chiesa alla strada, che ricordavo fatto di ciottoli, ed ancora scorci di panorama mi riempiono gli occhi.

Mi volto indietro, il campanile si staglia nel cielo: le campane ancora lì.

Finita la messa talvolta, su nostra grande insistenza, il parroco ce le faceva suonare: mai uno da solo, eravamo sempre almeno due e lui ci aiutava.

Forse era una cosa pericolosa, penso ora, sicuramente era faticoso tirare verso il basso quella fune che, se non la mollavi per tempo, ti sollevava in aria quando risaliva.

Sono di nuovo sulla strada, ho un brivido di freddo, le nuvole hanno coperto l'ultimo raggio di sole.

Cerco una sciarpa nello zaino e trovo invece il cellulare: sono quasi le quattro, devo allungare il passo perchè fra poco farà buio.

La mia attenzione è catturata da questo aggeggio infernale: due chiamate perse, cinque messaggi wathsApp.

“Ciao cara, passi per un caffè?” è la mia amica, ma no, oggi non posso proprio.

Mio figlio:“vado in palestra, ci vediamo per cena” ed aggiunge un emoticon con un bacio, gli invio un “ok”.

“Dove hai messo la mia felpa rossa?” mio marito, “ è nell'armadio lato destro” rispondo.

Ed ancora mia sorella, sarà il decimo messaggio oggi: “girellona, dove sei? ma a casa non ci stai mai?”, non le rispondo.

Infine mia figlia: “mi sono chiusa fuori, puoi portarmi la tua chiave?”, “dovrai aspettare un po', non sono in casa” le scrivo.

Quando rialzo lo sguardo mi accorgo di aver già superato il cimitero, sono quasi in fondo alla discesa.

Il presente mi chiama e mi reclama e io … corro.


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