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Una storia di AriaStoinov

Anedonia

Lo sguardo della Depressione

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8 minuti

Pubblicato il 19 aprile 2019 in Storie d’amore

Tags: #ragazza #tristezza #amore #depressione

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"La depressione non equivale al dolore; il vero depresso ringrazierebbe il cielo se riuscisse a provare dolore. La depressione è l’incapacità di provare emozioni. La depressione è la sensazione di essere morti mentre il corpo è ancora in vita. [...] È proprio l’incapacità a provare emozioni che rende la depressione così pesante da sopportare."

- Erich Fromm



Mi chiamo Rebekah, ho diciassette anni. Sono alta un metro e sessantadue e peso quarantanove chili. Sono bionda, ho la pelle chiara e gli occhi verdi.

Non ho molti amici.


Anzi, a dirla tutta, non ho amici.


L’unica persona con cui parlo è il Dottor Alfonso Sandoli. Lui è un uomo molto giovane, non sono molto sicura di come un uomo di 25/30 anni sia laureato in medicina, ma è molto competente e, a dirla tutta, è l’unico che mi capisce.

Sono in cura da lui ormai da otto anni, ma la mamma mi continua a ripetere che mi fa bene andarci.

La mamma.

Lei è una donna così premurosa.

Anche se non sempre sa quale sia la cosa giusta da fare.


Ma io dal Dottor Sandoli ci vado, ogni giovedì, perché per quanto non lei non voglia ammettere, quelle sedute non aiutano me, ma fanno sentire più tranquilla lei. Ah, dimenticavo, è uno strizza cervelli.

Non che io abbia dei problemi.

O forse si. In realtà non lo so.

Ma non è questo il punto.



Ogni giovedì il Dottor Sandoli mi fa pensare a delle parole chiave per descrivere che cosa mi inquieta e che cosa mi rasserena.



Freddo, silenzio, buio, umidità.

Calore di casa, luce, mamma, Alberto.




In realtà Alberto vacillava di settimana in settimana tra le parti negative e quelle positive.

Non sapevo bene come considerarlo.

Stava insieme con mia madre da quando avevo nove anni. E’ stato lui a suggerire di frequentare il Dottor Sandoli. E’ stato per lui che ci siamo in Italia, in una piccola cittadina in provincia di Milano.

E io odiavo l'Italia.

Giovedì alle sei mi sedevo sul guardrail fuori dall’ufficio del Dr.Sandoli, a ridosso del marciapiede.

Tutto era così umido, così bagnato. Così silenzioso.

E a me non piaceva per niente.

Affianco a me il palo della fermata del pullman, che ogni tanto cigolava instabile per un soffio di vento. Io indossavo la mia felpa nera, col cappuccio tirato su che mi calava sugli occhi, un paio di jeans scuri e dei pesanti scarponi militari stringati, anch’essi neri.

Le mani in tasca, lo zaino appeso per un mio braccio, penzolante, che quasi toccava terra. Guardavo nel vuoto e mi perdevo nei miei pensieri.


Stupido Nord Italia. Umido, immerso nella nebbia.

Tetro.


Aspettai venti minuti, ed in quel tempo passarono appena cinque macchine.

Non era una cittadina molto popolosa. Poi arrivò il pullman, piccolo e scassato, rantolò un poco prima di sbuffare e fermarsi davanti a me.

Saltai giù dal guardrail ed entrai.

Aprii la mano che avevo chiuso a pugno fino a quel momento, senza dir nulla, e feci cadere sul piattino dell’autista tre dollari appallottolati e stropicciati e qualche moneta.

Poi, senza aspettare che li contasse o che avesse una qualunque reazione, mi spostai lentamente verso il fondo e mi sedetti in un posto singolo, attaccata al finestrino.


Quel pullman puzzava di marcio, i sedili pullulavano di polvere, qualcuno forse di altro.

Le mie scarpe cigolavano sul pavimento appiccicaticcio.

Ogni volta che mi sedevo avevo paura che, per la pressione, il sedile potesse far trasudare fuori tutto il lerciume che nascondeva nella tappezzeria.


Il Dr. Sandoli diceva che avevo uno strano rapporto con lo sporco.

O forse, semplicemente con tutto quello che non rientrava nella mia routine.


Decisamente non lo sporco.


Il pullman, dopo meno di dieci minuti, si fermò all’incrocio con Viale Libertà, l’unica grande via di tutta la piccola città.

Scesi e la attraversai con le mani in tasca e la testa bassa.


Stupido Viale Libertà, stupidi negozi e stupide persone.

Stupido tempo.

Stupido tempo dell'Italia del Nord.


Stupida Italia.


Mentre rimuginavo, mi accorsi di essere arrivata a casa, tre vie più in là.

Una piccola casa col giardino, quasi sempre incolto per il terribile clima e la mancanza di iniziativa di mia madre.

Come quella volta che aveva deciso di piantare un arancio in giardino, che era morto nel giro di una settimana.

Qualcuno avrebbe dovuto spiegarle che non era la temperatura adatta per una pianta di agrumi, ma lei diceva di aver nostalgia di casa sua, in Florida.


Era così: quando a mamma mancava qualcosa, provava a a piantarla, a restaurarla, ad appenderla al muro, a cucinarla.

Ma quando si accorgeva che non si avvicinava al disegno che aveva in mente, si scocciava, la sradicava, la cestinava, la strappava dalla parete o la buttava nel trita rifiuti.

Mi ricordo ancora quell’arancio che vedevo dalla finestra della mia camera, che di giorno in giorno piegava i suoi rami, si afflosciava triste e stanco, come per arrendersi al freddo, mentre si ingrigiva, mentre le sue belle foglioline verdi diventavano marrone sbiadito.


Mi chiamo Rebekah e ho diciassette anni.


Il Dr. Sandoli mi diceva sempre di ripeterlo quando la mia mente si perdeva a pensare a ruota libera.


Diceva che io ero “…una persona e non un fantoccio in cui aleggiava la mia mente”.
Io non avevo capito molto bene, perché effettivamente mi sembrava una stronzata.

Ma poi lui disse “ sei tu che governi la tua mente, non il contrario. Devi vivere la tua vita, Rebekah”.


Ma mentre ci pensavo ero già in casa, già in camera.

Forse avevo salutato mia madre, o forse non c’era.

La mia mente staccava il mio cervello e lo isolava dal contesto ogni tanto, creava dei buchi immensi di cui non avevo memoria.

Mi ritrovai comunque sul mio letto, a fissare il soffitto.


- Becca, tesoro - sentii dalla porta.

Alzai lo sguardo.

- Com’è andata dal Dr. Sandoli?- io guardai il suo sguardo dolce.

- Tutto nella norma- dischiusi le labbra, che per il freddo e la mia mancanza di dialogo si erano incollate appena.


Lei si avvicinò al mio letto e si sedette.

- So che non mi sembra il momento- disse titubante - Ma dovremmo iniziare a parlare del tuo diciottesimo … - io alzai la testa e la guardai, forse in modo strano, visto che si zittì.

- ... quando ne vorrai parlare, Becca, io ci sono- si affrettò a dire, avvicinandosi alla mia mano, ma poi ritraendola a metà, imbarazzata.


Uscì dalla stanza, mortificata, borbottando un “ ricorda di prendere le tue pillole”.


Il mio compleanno.

Era quello il principio del mio, con le parole del dottore, “trauma infantile”, che aveva portato a tutte le patologie e grandi nomi di malattie che mi avevano appiccicato addosso.


Mancavano due mesi neanche al raggiungimento della mia maggior età.

Mi alzai dal letto e tolsi la pesante felpa.

Sotto avevo una maglia lunga, anch’essa nera, che prendeva a pugni il mio incarnato chiaro.


Mia madre mi voleva bene, non dovevo rimproverarla per come si comportava, stava facendo dei grandi sforzi.

Una gran donna che si prese all’epoca carico di una bambina rimasta orfana.


Già.


Il mio trauma iniziava con l’adozione.


Non so molto bene cosa sia successo ai miei genitori, ma sono morti quando avevo tre anni, quindi Theresa mi adottò portandomi in America.

Dopo qualche anno arrivò Alberto e noi ci trasferimmo in Italia.

Da allora quei due stanno assieme.


Avevo alcuni ricordi sfocati della mia vita nella mia vera famiglia, ma che potevano benissimo essere allucinazioni, spezzoni di film che avevo visto da bambina che avevo fatto io stessa, o qualche brutto tiro della mia mente.

Probabilmente l’ultima di questa serie, poiché ero troppo piccola per ricordare.


Quindi esattamente non sapevo come fosse il mio paese, la Russia.


Si, non ero Italiana, ero nata in una piccola cittadina, 20 chilometri a nord-est di Sanpietroburgo, da padre e madre russi.


Il Russo era una lingua molto strana: sembrava famigliare, ogni tanto sentivo da qualche turista, oppure in qualche film, qualche parola che inspiegabilmente capivo, ma finiva lì.


Su carta, quelle rare volte che mi capitava di vederlo scritto, era nulla più che un’accozzaglia di stanghette e di cubi spigolosi. Sembravano aguzze punte di freccia, sentinelle dritte sull’attenti con la propria asta.

Forse nel corso degli anni avevo sentito qualche familiare o qualche conoscente parlare russo, o forse no.

Forse quelle lettere non mi sembravano cosi aggressive e insidiose, forse quelle lettere mi sembravano le onde del mare, morbide, forse mi davano conforto.


Ma cerchiamo di rimanere sul punto del discorso.


Da quando sono arrivata in America e poi in Italia, Theresa mi aveva fatto cambiare il cognome: fino a quando sarei stata minorenne, il tribunale aveva stabilito per me il nome di Rebekah Green, il cognome di Theresa.

Una volta diventata adulta, avrei potuto ripristinare il mio vecchio nome russo, che a quanto pare era sconosciuto anche a Theresa.


Ma io non ero sicura di volerlo.


Chissà a vederlo scritto con le frecce, i soldati, gli spigoli e tutto il resto.


Soprappensiero, mi alzai e aprii il cassetto della mia scrivania, un nodo alla gola e alla bocca dello stomaco mi preannunciavano quello che ogni volta accadeva quando tremante prendevo quel foglio sepolto sotto i libri.

Lo alzai e riuscii a leggere solo l’intestazione, prima di correre in bagno a vomitare.


Era masochismo, eppure la speranza era che riuscissi a leggerlo tutto, un giorno o l’altro.





Alla mia nascita, mio padre e mia madre biologici mi avevano promessa in matrimonio.





....Continua....


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