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Una storia di CinziaMarchese

Oltre il muro

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8 minuti

Pubblicato il 07 febbraio 2019 in Spiritualità

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Il sibilo del respiro, accelerato,come il battito del suo cuore,le martellava il cervello; le gocce di sudore, scendevano dalle tempie in rivoli di fuoco, la saliva, inesistente, ardeva in gola, togliendole il fiato.

--Scappa Ajala, nasconditi!-

--Mamma nooo, ho paura…--

Si svegliò di soprassalto, come accadeva spesso recentemente, si tranquillizzò sapendo che l’incubo sarebbe dileguato con le prime luci dell’alba.

Si avvicinò furtiva alla finestra, attirata dal trambusto e dalle grida concitate in strada.

Scostò le tendine e vide una scena consueta e poco piacevole: una coetanea universitaria, in preda al panico,gridava contro un gruppo di giovani molestatori che le serravano il passo.

--Vigliacchi, porci! Lasciatemi andare ! Giù le mani, schifosi!—

Ajala controllò l’ora al digitale sulle parete : ore 10.00 del mattino

Kabul , alveare umano , si risvegliava ai primi raggi, brulicante, colorito,

vociante con i suoi venditori ambulanti e favoriva l’incedere spavaldo, spesso minaccioso ,di uomini violenti nella calca maleodorante.

--Su sfollate, muoversi! State bloccando la circolazione.—

Un poliziotto pacioso, baffetti neri e divisa sudaticcia si fece largo tra i malintenzionati cosicché la ragazza si divincolò, e ad occhi bassi si diresse alla sua meta, senza indugi.

Ajala era nata , come tante sue coetanee, in un paese tarato, maschilista, fin dalla notte dei tempi : nata sotto” una cattiva stella “ perché in India le donne venivano considerate meno di “una vacca sacra”. L’ Islamismo permetteva a vecchi facoltosi l’acquisto e il matrimonio con giovani donne , spesso al di sotto dell’età puberale, altresì c’erano donne costrette a prostituirsi dagli stessi mariti-padroni.

Ajala ricordò un pomeriggio assai strano nel villaggio natio: agglomerato di mattoni impastati a fango, sterpi e sterco di vacca. Una donna urlava straziata nel dare alla luce una neonata mentre le anziane ed i familiari imprecavano per la disgrazia abbattutasi sulla loro casa.

Ajala era piccola, guardava ma non capiva ….cosa accadeva?

Poi ,una sera d’estate, ci fu il terrore e il dolore: sua madre , fu buttata in terra , come bestia al macello da tre luridi maschi in calore che la presero a turno tra i vestiti strappati.

Ricordò la sua mano sulla bocca tremante dalla paura e le urla di sua madre poco prima le intimavano di nascondersi…aveva intuito un pericolo imminente, lei era adulta , lei sapeva già

Le avevano rubato ancor prima quei sogni di bambina, forse proprio quando aveva la sua età…

Era un commando armato che in giro per villaggi faceva scempio con le sue barbarie: e le donne erano vittime sacrificali ambite, soprattutto giovani.

Suo padre aveva deciso di darla in moglie ad un vecchio ricco che l’avrebbe dato lustro e portato via il disonore d’esser nata donna nella sua casa.

Nonostante tutto, Ajala voleva bene a suo padre ma, l’essere succube delle tradizioni lo aveva trasformato completamente a tal punto che, sfiorava il fanatismo odierno delle correnti jihadiste…

La madre per questo, a sua insaputa, accettò l’offerta di una coppia americana dei servizi sanitari umanitari : con una romanzesca fuga, si ritrovò fuori dal villaggio, adottata da due sconosciuti che le aprirono gli occhi al mondo.

Oltre il muro Ajala vide l’omertà della sua gente ed il terrore, oltre il muro

riuscì a perdonare sua madre, per averla lasciata andare e suo padre, per averla obbligata ad una scelta senza ritorno.

Ora, frequentando l’università a Kabul, non aveva più timori solo tanta sete di giustizia .

Si preparò, come tutte le mattine : capelli scuri raccolti in una morbida coda di cavallo, camicetta bianca di lino e pantaloni larghi per non attirare troppo l’attenzione. Un filo di kajal agli occhi e una passata di lucido sulle labbra carnose : Ajala spense la radio, che aveva acceso nel frattempo per l’ascolto del notiziario , afferrò la tracolla di jeans dalla sedia e uscì di casa. L’università non era lontana, ma spesso il tragitto risultava più lungo di quel che era proprio a causa dei spiacevoli episodi accaduti poco prima…

In strada incontròaltre ragazze e si affiancarono l’un l’altra con andatura sicura e spavalda sotto gli occhi indiscreti di una Kabul ancora arcaica a riguardo dell’indipendenza femminile.

Qualcuno borbottava” Tutta colpa degli Americani, internet ,la globalizzazione…”

Ajala e le altre incuranti , testarde ,fiere, si recavano laddove la sete del sapere le avrebbe rese libere.

Nell’aula di medicina, il brusio dopo l’uscita del docente si fece più pressante: Ajala si stava organizzando per il pomeriggio con le sue colleghe , ormai sempre più inasprite dai tristi episodi di cronaca.

“ Avete sentito cos’è successo ad Hamida ? Il padre l’ha scoperta ad usare internet a casa e l’ha colpita con un martello, sulle dita, schiacciandogliele a sangue”

Ajala guardò l’amica replicando: “E per questo che dobbiamo darci da fare…propagandare il più possibile l’esistenza del nostro Internet Cafè”

“Tutto ciò non deve più accadere”.

Le giovani annuirono e si accordarono per la riunione nel pomeriggio.

Ajala era diventata il membro di quel gruppo di attiviste afgane che contrastavano i divieti imposti alle donne tra cui, quello di usare Internet ed avere contatti esterni con il mondo.

Quel luogo era divenuto il piccolo angolo di paradiso in una terra rasa al suolo dal maschilismo e dalla follia dei Talebani..

SaharGulCafè ..così quell’Internet Cafè portava il nome di una ragazzina che si era suicidata pur di non essere costretta dai familiari a prostituirsi.

Un ambiente dipinto a colori vivaci accolse Ajala e le altre quel pomeriggio di fine Aprile : si sedettero ognuna ad un tavolino basso circondate da tanti cuscini e con la semplice cifra di un dollaro ad ora, cominciarono a gettare metaforicamente l’odiato “chador” per dare uno sguardo sul mondo.

Ajala si sentiva euforica , piena di vita : scambiava notizie e opinioni, condividendo perlopiù con altre donne, soluzioni alternative allo stato di fatto che ,condannava oltre il muro ad un vivere in fuga ,nella paura costante. La stessa paura provata ora da lei e le altre ,vittime delle incursioni improvvise dei talebani armati …

Una di esse, con nickname Hosala ( tradotto in lingua hindi “coraggio” ) la incuriosiva particolarmente : la sentiva molto affine al suo pensiero, ai suoi ideali e alla sua forza d’animo . Le sue espressioni esortative all’affermazione dei diritti femminili nella cultura islamica provenivano certamente da un bagaglio di saggezza e sofferenza patita: avrebbe voluto visualizzarla al di là dei suoi scritti , era molto curiosa ma non vi erano foto personali, tutto restava nel totale anonimato.

“ Sai chi mi ha contattato Ajala? Una responsabile del gruppo attiviste ad Herat ….domani saranno qui a Kabul ,volevano discutere un progetto, dovremmo stare in guardia, non vorrei venisse fatta una soffiata ai talebani”

Haifa ,con il suo entusiasmo trapelato dal luccichio negli occhi brace e la voce cristallina la fece ancor più sentire soddisfatta e carica di energia: loro, nuove generazioni erano la speranza contro l’omertà delle vecchie e contro la visione distorta del Corano sulle donne, ad opera del fondamentalismo islamico.

L’incontro all’indomani venne preparato nei minimi particolari : in punti strategici, all’esterno furono messe delle attiviste/vedette che avrebbero comunicato, tramite cellulari, con le colleghe all’interno, movimenti strani o persone sospette.

L’incubo talebano non dava mai tregua…

Arrivarono in un clima di intima coalizione il gruppo di Herat : Ajala e le altre le accolsero da ottime padrone di casa. Si sedettero comode sui cuscinoni del SaharGulCafè e fecero le rispettive presentazioni: tra di loro, una donna chiamata Hosala , si scoprì fosse il famoso contatto di Ajala . Gli occhi della donna interrogavano silenziosamente Ajala , turbata per l’attrazione e la familiarità che avvertiva in lei.

“ E’ troppo se chiedo di raccontarmi la tua storia Hosala?” azzardò Ajala , nel bel mezzo delle discussioni.

“ Ho un passato triste ed allo stesso tempo felice , mia cara. Ho avuto il coraggio di dire no alla schiavitù maschilista della nostra cultura, lasciando mio marito e dedicandomi poi anima e corpo alla causa per la liberalizzazione. Tutto questo dopo aver lasciato mia figlia piccola, in mani sicure, fuori dalla prigionia della mia casa …ho fatto bene però. Vedo che sei cresciuta intelligente, volitiva e bella !”

Ajala sgranò gli occhi, il cuore le si accellerò, come nel suo incubo, la saliva le serrò la gola:

emozionata riuscì solo a sussurrare “ Mamma?”

Hosala si alzò e l’abbraccio forte , carezzandole dolcemente i capelli e riempendola di baci.

Le altre quasi non credevano a tutto ciò, una casualità fortuita , un segno del destino.

Il cambiamento in atto nel loro Paese stava dando nuovi frutti, le vecchie e le nuove generazioni unite per una grande causa.

Così a Kabul, come ad Herat sarebbero cominciate a diminuire le fidanzate a sorpresa o le giovani spose che si davano fuoco al ritmo di due-tre a settimana.

Ajala chiese alla madre “ E papà, non ti manca, non hai mai cambiato idea?”

“ Tuo padre non ha mai cambiato le sue idee in proposito e neanche io della mia scelta. Dopo che sei andata via ho riflettuto e sono scappata andando a lavorare come governante presso coniugi americani. Mi hanno insegnato tante cose, ho cominciato ad usare il pc , ho cominciato a credere in me stessa per una nuova vita.”

“ Ora so perché desideravo sapere più di te…sapessi quante volte ti ho rivista nel mio incubo. Per fortuna ora è solo un brutto ricordo” sorrise Ajala stringendosi a lei , scaturendo un gioioso applauso delle amiche.

Ecco così il celebrarsi di un pomeriggio di fine Aprile: un varco luminoso nello scenario di guerre, i volti coraggiosi di una, cento, mille, innumerevoli donne al divenire …


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