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Una storia di AlessandroCiviero

Cani di guerra

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4 minuti

Pubblicato il 01 aprile 2021 in Avventura

Tags: #guerra #mercenari #soldati #sconfitta #violenza

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Una nebbia di lampi rossi e poi grigi, buio e sprazzi di lattiginosa luminescenza. Gli sembrava di sentire odori forti, penetranti. Gli sembrava di congelare, ma forse era tutto dovuto alla sua immaginazione. A tratti gli pareva di scorgere delle sagome attorno a lui, indistinte, fantasmagoriche, senza una propria consistenza né un contorno distinto; ma anch'esse sparivano presto, nella nebbia improvvisa, lampi rossi e poi grigi. E quell'odore acre. Ricordi tumultuosi e un rumore indistinto, ma veramente insistente, martellante, ripetitivo. Un rotore turbinante a pochi metri dalla testa di un elicottero che sta scendendo, ma con un rumore assordante, che dà alla testa… troppo forte, ridondante, tambureggiante. La terra a pochi metri e la polvere secca che sale in aria a mulinelli e anche nella memoria, in quella nebbia grigiastra che lentamente si sta dipanando. E quell'odore insinuante. Due uomini con una divisa verde, poco adatta all'ambiente sabbioso, arido e spoglio, tranne per qualche cespuglio secco con cui i turbini del vento giocano a palla. Sono di colore questi due uomini con la divisa vecchia, ma ben stirata, quasi impeccabile, pur indossata nel mezzo della savana. Hanno con sé una valigetta metallica che brilla al sole e stanno in piedi, sull'attenti, a pochi passi da una Range Rover del '72 che ha evidenti segni di aver lottato con il deserto per lunghi anni. Poi ancora quella foschia grigia popolata di strani esseri biancastri e senza profili. E l'odore stantio. Le due divise verdi porgono la valigetta che è colma di dollari... inutile ricordare quanti, sempre troppo pochi per un lavoro sporco. Nessun gesto, nessun'intesa. Richiusa la valigetta i tre uomini armati risalgono sull'elicottero che sparisce in un turbine di polvere ocra… ma che ora diventa sempre più grigia e sempre più pallida, percorsa da quei lampi rossi e da quelle voci indistinte. Ci sono anche delle voci, adesso. E l'odore lancinante. Ricade tutto nel buio, che è più intenso e più profondo di quello nella savana, irrorata da chiari raggi di luna, che sembra così tranquilla e vicina, nel cielo africano. Le ombre stavolta si muovono acquattate, ma sono nitide, hanno un nome, un volto, dei segni ben marcati e delle armi cariche e funzionanti… perfettamente. Il sergente da il segnale, alzando il suo braccio nerboruto e cotto dal sole di mille campagne violate dalla sua terribile presenza. Gli occhiali speciali fanno sembrare tutto così cupo e rosso, come quei bagliori nella confusa nebbia. Le casupole di frasche e fango sono a poche centinaia di metri, a poche decine di metri, a pochi passi; passi felpati, da felini ammaestrati, da felini sanguinari. Ma quell'odore… Il velo della notte si squarcia di grida. I mitra automatici sputano fuoco con lingue improvvise, sottili e terrificanti, falciando tutto quel che si trova loro innanzi. Corpi scuri, di pelli diverse, d'ebano puro, schizzate di sangue, pezzi di carne gettati prima al vento e poi nella polvere. Carni lacerate, teste fracassate, arti mutilati, tra indicibili strepiti. Ed anche gli animali: maiali sgozzati dal piombo rovente, galline squarciate da grossi anfibi carenati; steccati e palizzate divelte, frasche al vento, polvere nell'aria… e odore… odore di sangue. Ma in quella foschia senza senso e senza profondità c'è qualcos'altro. Un odore diverso. Con un colpo secco dello scarpone la porta d'assi si ribalta su se stessa e nel buio appaiono masse tremanti, anzi una unica compatta e impressionante massa tremante. Scura, buia più del buio e della notte più nera, più scura della pece e del piombo, ma con un unico e inequivocabile segno di vita. Gli occhi… quegli occhi sbarrati dal terrore più puro, decine e decine di occhi… bianchi sul nero più nero, nel buio più buio. Occhi vivi, occhi imploranti, occhi infantili, grandi, vivi… vivi. L'unica esitazione della sua vita, dove la sua mente ha anch'essa aperto i suoi occhi ciechi e ha taciuto il mitragliatore. Poi più nulla. Solo quella nebbia percorsa da lampi e strani esseri parlanti, senza corpo, senza dimensioni e senza respiro. Quella nebbia e quell'odore: acre, insinuante, stantio, lancinante, diverso dall'odore della savana, o della foresta, o delle paludi o della montagna. Diverso dall'odore della guerra o del sangue, ma altrettanto insopportabile. Odore d'ospedale. La nebbia si sta dipanando, i sensi non sono più percorsi da quella intermittenza rossastra e le voci indistinte prendono forma, come le sagome dei corpi che stanno intorno: - Questo probabilmente se la caverà… - Ma com'è che è arrivato? - Non lo so… dicono che sia stato abbandonato in stato comatoso nei pressi dell'ospedale. - Ma l'avrà portato qualcuno! Poi… è vestito da militare… - Non so che dirle… ma mi sembra che questo sia un uomo fortunato, l'abbiamo ripreso appena in tempo. - Stava morendo… - Già. Com'è possibile? Odore d'ospedale. Chi gli ha fatto questo? Chi? Chi gli ha negato una onorevole morte sul campo di battaglia… Chi lo ha tradito? Lui il grande Montag… Il Comandante Montag! Il re… il re dei mercenari! Chi? Chi ha osato fargli questo! Chi l'ha messo in un letto d'ospedale. Con quest'odore così assurdo, quest'odore privo… privo di dignità. Chi ha voluto che crepasse in un fottutissimo letto dalle lenzuola candide! Ridatemi il mio mitra… la mia libertà! È uno strafottutissimo ordine! Fatemi crepare sul campo di battaglia! Avete capito? Un ordine! Se avete un minimo di pietà… fatelo. Un minimo di… pietà… Pietà…​


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