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Una storia di FrancescoFrancica

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Ritorno alla darsena

Sciogliendo sortilegi

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Pubblicato il 11 giugno 2019 in Avventura

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Il freddo risaliva dal duro pavimento di marmo entrando dal bacino, dal petto, da tutti e quattro gli arti aperti e dalla guancia destra. Il sangue cercava di coagulare ma intanto si faceva strada dall'orecchio destro e si spandeva sul piano di marmo cancellandone le venature e impressionando ulteriormente la gente intorno. Smise di respirare immediatamente, il cuore diede ancora un minuto di pompa e poi si fermò, il cervello si spense subito dopo il colpo. Il tonfo non si era sentito nemmeno tanto era alta la musica, fortunatamente di sotto non c'era nessuno, ma probabilmente aveva aspettato il momento giusto per lasciarsi cadere giù dalla balaustra. Quello che accadde subito dopo furono urla di terrore e e fuggi fuggi di giovani donne in tacchi a spillo mente la pista da ballo si svuotava facendo il cerchio intorno alla salma sul pavimento, il DJ ci mise un po' a capire la drammaticità del momento e aspettò ancora prima di spegnere la musica.

Quella fu la fine della vita del Lario, al secolo Marino Larinati. Una simpatica canaglia avrebbero detto tutti gli storici amici, rivenditore di auto usate, amante delle donne e della bella vita, uno che avrebbe venduto ghiaccioli al polo, un imprenditore senza peli sullo stomaco, un ragazzo di trentasette anni con in una tasca le pillole della pressione e nell'altra cento euro di cocaina, ed il sorriso tagliente sempre stampato sulla faccia, lo stesso sorriso che ora era stampato sul pavimento di marmo della più esclusiva discoteca della grande metropoli che non dorme mai.

Chiusero la sala, fecero accomodare gli avventori in altre aree del vecchio palazzo, fecero uscire altre cubiste seminude, riempirono i flute di bollicine, alzarono i volumi e fecero continuare la serata; dell'ambulanza che raccolse il cadavere e dei carabinieri che raccolsero le testimonianze degli amici sbigottiti dal gesto nessuno vide traccia.

Nessuno seppe dare una spiegazione al gesto, gli affari andavano tutto sommato bene nonostante il periodo di fiacca, il socio ne diede conferma alle forze dell'ordine ma prima ebbe cura di svuotarsi le tasche al cesso, mica che qualcuno si fosse sognato di perquisirlo. Certo qualche mese prima c'era stata quella storia con Elisa dalla quale era uscito un po' amareggiato ma tutti l'avevano da tempo archiviata come una piccola ferita rimarginata, anche in virtù del fatto che la sera dopo la partenza di Elisa lo videro accompagnato con una biondina tutto pepe che gli si avvinghiava addosso come un polipo, dalla quale non si staccò finché non trovò una brunetta altrettanto peccaminosa ed altrettanto avvolgente.

Il cellulare non diede altre notizie, le ultime chiamate erano rivolte al socio, a quelli che si rivelarono clienti e ad alcune signorine di cui era cliente assiduo. I profili social non palesarono alcun intento autolesionistico, era tutto un trionfo di sorrisi, brindisi, auguri e piatti ricolmi di ogni prelibatezza.

L'unico messaggio, su un tovagliolino di carta lasciato al tavolo dal quale si era appena alzato, prima di lasciarsi cadere nel vuoto, furono quattro parole scritte a penna di fianco al logo del Caffè Boa Suerte:

Hai vinto tu... strega!

Nessuno seppe darne interpretazione, il caso fu chiuso subito classificato velocemente come suicidio.


A distanza i qualche migliaio di chilometri il sole piano si stava ritirando oltre la linea dell'orizzonte, tingendo di rosso sangue tutta la darsena. L'acqua ferma rispecchiava le poche nuvole in cielo e piano si tingeva anch'essa lasciando che il rosso del tramonto si sostituisse all'argento della volta che piano si scuriva. Si sentiva giusto lo sciabordio delle poche onde che riuscivano ad arrivare fino al fondo del porto e che si rifrangevano appena sugli scafi ricoverati nella darsena ed il gracchiare stonato di una radiolina accesa dal quale si poteva riconoscere il giro blues di una chitarra.

Elisa in un vestitino smanicato era affacciata all'oblò della sua chiatta ancorata al molo, guardava lontano in direzione del tramonto lasciando che il vento della sera che dal mare risaliva verso terra le scompigliasse il ricci ramati che le incorniciavano il volto diafano. Le braccia incrociate appoggiate al davanzale curvo e la testa rannicchiata tra le spalle lasciate nude, solo appena cinte da uno scialle trasparente dello stesso azzurro dei suoi occhi, ripiegato sotto le ascelle. Sorrideva Elisa, respirava la brezza salina e lasciava che il fresco della sera le riempisse i polmoni, osservava il sole scendere oltre la linea blu che divide il mare dal cielo e sapeva bene che tutto dipendeva da quel momento, tutti i rituali messi in atto, le parole sussurrate e i gesti recitati avrebbero funzionato forse solo alla fine del tramonto.

Aspettò il momento, il sole sparì dietro il mare e lanciò l'ultimo raggio verde perpendicolare in cielo, quello fu l'attimo. Elisa aprì la mano e fece cadere la bamboletta di paglia e corda che teneva in pugno, questa rotolò in aria e cadde sul ponte della chiatta a faccia in giù.

Il raggio verde sparì in un attimo, un corvo planò sul ponte e rapì la bamboletta portandosela via in volo, Elisa chiuse gli occhi e aprì il suo sorriso mostrando al cielo i suoi denti perfetti e bianchissimi, poi si voltò, calzò gli auricolari ed accese il dispositivo. La musica gli inondò i pensieri.

Erano da poco passate le diciotto nella città eterna e nella metropolitana c'era un gran viavai di gente.

Impiegati che avevano finito la loro giornata di lavoro scendevano svelti le scale per raggiungere i treni e sparire nelle loro fauci già stipate di altri impiegati, operai, uomini d'affari, ragazzi con cuffiette, pensionati e massaie con sporte piene di generi alimentari.

In superficie regnava lo stesso caos. Persone assorte nei loro pensieri, camminavano veloci verso chissà quale meta, scontrandosi con giovani con gli sguardi incollati ai cellulari e pensionati che passeggiavano tranquilli.

Seduto ad un tavolino all'aperto di un bar nei pressi della fermata della metropolitana, il ragazzo sorseggiava un caffè ristretto. Del caffè gli piaceva gustare l'aroma netto e forte. Un caffè normale era troppo slavato per lui, perdeva tutto il mordente che un nobile ristretto aveva invece in abbondanza.

Centellinava lo scuro liquido e si guardava intorno. Guardava le due ragazze del tavolo a fianco, decisamente carine nei loro jeans di stretch e magliette attillate. L'unica cosa che proprio non gli piaceva erano quelli che lui chiamava "scarponi" e che trovava le imbruttissero inutilmente. Guardava le tre signore attempate che chiacchieravano amabilmente davanti ad un cappuccino e che avevano gli occhi felici. Beate loro. Erano belle, a loro modo anche loro, con i capelli così perfetti che parevano freschi di parrucchiere, le unghie laccate in modo perfetto e gli indumenti piacevolmente ricercati. Guardava il viavai di gente che in quell'ora lo infastidiva perchè gli ricordava quello che aveva perso. Per una donna. Ne era valsa la pena? Si rispose di no, ma questo lo sapeva già e se lo era risposto già una quantità industriale di volte, insieme al fatto che il passato non si poteva cambiare.

Appoggiò al piattino la tazzina ormai vuota, prese lo scontrino del caffè che aveva pagato in anticipo, quasi come se fosse un'eresia lasciare lì quel piccolo pezzetto di carta termica e lo mise accuratamente nel portafoglio.

Attraversò diligentemente la strada sulle strisce pedonali e scese anch'egli le scale della fermata della metro, lentamente, come una nota stonata in una melodia ritmata.

Arrivò al marciapiede dove di lì ad un paio di minuti sarebbe arrivato il treno. Aspettò in mezzo ad altre centinaia di persone fino a che dalla galleria non si vide sbucare il treno.

Le persone vicino a lui urlarono, una donna svenne, altri più in là si voltarono dall'altra parte non reggendo la vista di ciò che stava succedendo.

Luigi, quello era il nome dell'uomo, era scomparso sotto il chiaro serpente rappresentato da treno della linea B1, fatto in molti pezzi in più di quelli in cui era andato il suo cuore.

Luigi De Luca era quello che tutti definivano un ragazzo tranquillo. Laureato con il massimo dei voti, aveva trovato immediatamente dopo la laurea un ottimo impiego in banca che a lui non piaceva moltissimo, ma piaceva tantissimo ai suoi genitori. Dopo qualche anno, con sommo dispiacere dei suoi, lasciò l'impiego in banca per mettersi in società con un vecchio compagno di scuola che aveva appena aperto un'agenzia immobiliare. Fu un'ottima scelta perchè gli affari a poco a poco, presero ad andare decisamente bene, tanto da permettergli di comprarsi un bell'appartamentino dove, scatenando una crisi di nervi a sua madre, si trasferì ponendo fine alla pesante convivenza forzata con i parenti.

Il socio raccontò alla polizia che da quel momento aveva iniziato una girandola di avventure con ragazze a cui lui non dava alcun peso, fino a che non ne incontrò una a cui parve seriamente interessato. Si chiamava Elisa ed era, a detta del socio, una ragazza di una bellezza molto particolare. Il suo sguardo enigmatico, ma molto dolce e i modi gentili ed accattivanti, la rendevano una persona a cui pareva difficile resistere.

Con Luigi si erano frequentati per un po' , ma poi lei si era trasferita e lui era andato in crisi, ma solo per un paio di mesi, perchè poi aveva ripreso la girandola di avventure e quindi si riteneva che la crisi fosse stata superata.

Luigi non aveva apparentemente alcun nemico. Forse qualcuno a cui non era simpatico, ma nulla di più.

La polizia raccolse ogni indizio, sentì le testimonianze di tutti coloro che in quel momento si trovavano sul luogo del fattaccio e visionò ogni video. Tutto portava ad una unica soluzione al di là di ogni ragionevole dubbio: suicidio.

Vennero raccolti anche i poveri resti del ragazzo e tra questi il portafoglio all'interno del quale la polizia rinvenne uno scontrino di un bar vicino alla fermata della metropolitana. Dietro allo scontrino c'era una scritta:

Ora lo so, strega!

Fecero alcune domande anche al proprietario del bar, ma non emerse nulla che avesse rilevanza. La frase non diceva un granchè e, senza altri indizi che dicessero il contrario, il caso venne archiviato come suicidio.

La musica si mescolava ai pensieri di Elisa che si lasciava cullare dalle note.

Pennellò un sorriso tagliente e riaprì gli occhi lasciandosi alle spalle l'alzarsi della notte, puntandoli dritti alla credenza dove un piccolo trenino di latta con la carica a molla, sul piano, consumava gli ultimi giri di chiave mentre schiacciava insistentemente un'altra bambolina di paglia contro la parete.

La soddisfazione di un lavoro fatto a regola d'arte traspariva dall'espressione di Elisa, e lo screzio dorato dell'azzurro ghiaccio dei suoi occhi sembrava brillare, fu proprio quell'aureo bagliore a farla diventare la nipote diletta della sua vecchia bisnonna.

Nonna Ania la chiamava dolcemente sua madre che aveva gli stessi suoi occhi ma senza la pagliuzza dorata, forse era quello il motivo per il quale, quella che tutti, con timore e riverenza, chiamavano Anastasia la strega, con la madre di Elisa era sempre stata gentile e premurosa. Peccato avesse ereditato da lei solo il colore degli occhi ma senza quello screzio paglierino. Quando la madre di Elisa la portò alla darsena per presentarla alla bisnonna, sulla chiatta dove la vecchia aveva deciso da tempo di ritirarsi, lontano da tutte le continue maldicenze (fondate e non) la vecchia non disse una parola finché Elisa non si destò dal riposino ed aprì gli occhi.

Quando finalmente la bimba aprì gli occhi bisnonna si illuminò e disse: "Ecco la mia erede, ecco finalmente il graffio del gatto!".

Qualcuno giurò che per un momento i riflessi delle barche attraccate nella darsena avessero preso uno strano riflesso dorato, qualcuno si sorprese della raffica di imponenti onde che si fransero sul molo poco distante, qualcuno disse che quella sera la luna piena sembrava particolarmente grande, qualcuno ancora si fermò a contemplare la strana lucentezza della prima stella della sera; fatto sta che quella stessa sera un altro raggio verde si palesò al tramonto, fatto sta che quella sera si registrarono ben quattro suicidi.

Da allora la bisnonna la prese sotto la sua benevolenza con il beneplacito di tutti gli altri nipoti che non osavano discutere le insindacabili opinioni della vecchia nonnina, d'altronde non erano altro che poveri figli di figli di occhi scuri.

Elisa crescendo tornava spesso alla darsena, e restava piacevolmente incantata ad ascoltare le vecchi storie della bisnonna, era felice di passare del tempo con lei, sorseggiando i suoi strani intrugli: " Succo di lamponi e fragole, rosse come la passione ed una foglia di basilico, verde come l'odio. Appena un mirtillo blu come la tristezza, un ribes nero per la notte, uno bianco per il giorno e uno rosso per l'amore! Un cucchiaio di zucchero come una carezza, un goccio di aceto balsamico perché la lingua si affili e vaniglia per nascondere i sortilegi... bevi bambolina di nonna, le streghe ti proteggono e gli angeli cantano la tua storia..."


Poi la vita ti richiama ai suoi doveri, gli anni che passano, le esperienze che si accumulano in età difficili e pregne di emozioni: amicizie, studio, lavoro, impegni e storie che si intrecciano in posti lontani, sotto altri cieli, dietro altri nomi, dietro altre maschere, finché un giorno mamma ti telefona dicendoti che la nonna non c'è più, è volata in cielo.

Elisa a quella telefonata sorrise beffarda: se la nonna bis avesse preso il volo sicuramente l'avrebbe fatto a cavallo di una scopa...


"Devi tornare, Elisa... il notaio dice che la nonna ti ha lasciato la chiatta, il posto in darsena e un sacco di altre cianfrusaglie di cui pare solo tu conosca il significato."


Lasciare un lavoro precario, costantemente sotto la spada di Damocle di una arcigna capo ufficio, una despota invidiosa e dalle gambe troppo storte da poter capire che oltre il suo bell'aspetto Elisa palesava talento e dedizione; lasciare le storie in sospeso ora con il belloccio dalle mille avventure ora con il promettente immobiliarista che si era svegliato dall'adolescenza troppo tardi fu comunque arduo, significava accettare il fatto che in quel mondo ipocrita per gente come lei non c'era ancora nessun posto.

Non chiedeva molto Elisa: sincerità e quel briciolo di amore che può sempre modellarsi ad incastro sul profilo dell'altro, a patto che anche l'altro si disposto a modellarsi al suo, ma questa intenzione Elisa non la trovò mai e lei non era una da deludere.


Partì Elisa alla volta di una nuova vita lasciando solo due messaggi inviati ai due soli uomini che erano riusciti a appiccare una speranza nel cuore di una persona troppo pericolosa:


"C'è chi vince e chi perde alla fine di una lotta, indovina chi ha vinto tra noi due..."


"Credi di sapere esattamente quello che la vita riserba? Ma lo sai veramente quello che stai perdendo?"


E la lettera di dimissione abbandonata sulla scrivania della capoufficio che concludeva con qualcosa come: "Certa infine che possa comprendere le motivazioni di questa mia drastica scelta, le porgo i più cordiali saluti"


A distanza di qualche migliaio di chilometri, il corpo esanime e ancora galleggiante della Dottoressa Fabiola Fortutti fu recuperato dal corpo dei sommozzatori della Croce Rossa a distanza di qualche chilometro dalla diga di San Cristoforo da dove pare che la Dottoressa la sera prima si sia lanciata, lasciando sotto le chiavi un unico biglietto recente la scritta:

"Comprendo tutto ora, strega!"


Un'altra bambolina di paglia intanto galleggiava alla deriva tra le acque della darsena.

"Una bambolina per la vendetta, due bamboline per la giustizia, tre bamboline per un mondo che non ti vuole bene. Se ne farai una quarta sarai condannata alla solitudine, come me, bambina mia, attenta a quel che fai! Ma se deciderai un giorno di rifugiarti nella Darsena non costruire più di tre bamboline. Gli sbagli si pagano, anche se se possiedi il dono, anche se sei più potente della gente comune."


Gli insegnamenti della bisnonna riecheggiavano salendo dalla chiglia della chiatta. I ricordi di infanzia spuntavano da tutti gli angoli, dolci e felici come le carezze rugose di un tempo ed un filo di malinconia cuciva sapiente il ricamo di una nuova vita.

Elisa uscì dalla coperta passeggiando sulla punta dei piedi nudi sul pontile ed andò a rannicchiarsi sulla punta di prua perdendo lo sguardo oltre l'ingresso della darsena. Appoggiò la testa su una spalla e chiuse gli occhi, era serena sì ma la malinconia alla radice del collo esercitava ancora una certa pressione: mancava ancora qualcosa e quel qualcosa si faceva sentire.

Prima di lanciare l'ultimo incantesimo, con la quarta bambolina stretta ancora nella mano decise di prendersi il suo tempo. Tese l'orecchio ai mille rumori che le gravitavano intorno. Lo sciabordio ritmico delle piccole onde contro lo scafo, il gracchiare caldo delle corde di iuta che da lente entrano progressivamente in tensione, i garriti dei gabbiani e il silenzioso fruscio del loro volo, qualche scoppiettio del motore delle ape car che scendevano giù dalle pescherie con i cassoni pieni di cassette di ghiaccio per venire a contrattare i prezzi del pesce appena pescato. Aveva imparato a interpretare i sensi Elisa, era un'altro insegnamento della nonna: ascoltava quello che ruotava intorno e non si limitava a comprendere la natura del rumore, del sapore, di ciò che le scivolava sulla pelle o del profumo, lei ne interpretava le intenzioni, ne riconosceva gli intenti. Allora scorgeva la menzogna nell'inflessione di un'intonazione, il disprezzo dell'invidia nel sapore di un caffè versato male preso a casa di una collega, l'amorevole impegno del lavoro notturno nel profumo del pane nelle mattine in cui passava davanti al forno, l'intenzione del riposo del mondo nella carezza sulla pelle di una foglia che a fine settembre si stacca dal ramo e ti plana al fianco.


"Ascolta, osserva, assapora, senti, annusa! Non smettere mai nemmeno un momento di interpretare i segni del mondo. Ti parleranno un'altra lingua, e ti sveleranno quelle verità che solo tu saprai interpretare, allora capirai che la verità non è mai quella dell'uomo, la verità e un intruglio di sensi che ribollono in un calderone in cui Dio ci cuoce a puntino."


Fu proprio ricordando quelle parole che Elisa lo avvertì fortissimo. Un tuffo al cuore, una vertigine, un lampo ad illuminare la pagliuzza dorata della sua iride e di colpo il cappio suadente alla gola si sciolse. L'incantesimo lo fece il borbottare fumoso di un motore a nafta che spingeva piano il vecchio peschereccio di Salvatore al suo attracco, proprio di fianco alla chiatta della bisnonna, l'unico uomo sulla terra a non temere la vicinanza della vecchia strega.

-Baggianate per poveri creduloni- tagliava corto quando qualcuno gli faceva notare la cosa, però evitava di incrociare troppo lo guardo con la vecchia al pontile, e quando questa gli rivolgeva un cenno di saluto lui ricambiava togliendosi il cappello recitando educatamente: "Donna Ania!"

Esattamente come venti anni prima: lento e a scalare di intensità il peschereccio si avvicinava, poi a pochi metri dal punto esatto Salvatore ingranava la retro e dava un'accelerata per fermare definitivamente la deriva. Durante le manovre di avvicinamento Antonio, il figlio di Salvatore restava seduto a prua con le gambe a penzoloni oltre lo scafo osservando le manovre e scrutando il ponte della chiatta sperando di incrociare lo sguardo di Elisa. Quando succedeva sorrideva il bimbo alzando la mano in segno di saluto, poi scattava in piedi al richiamo dell'accelerata di retro, imbracciava la cima lanciandola oltre l'attracco poi saltava dallo scafo come una gallinella di mare dal pelo dell'acqua, atterrando a piè pari sul pontile, recuperava la cima e la affrancava rapido all'attracco. Aiutava il padre a scaricare il pescato e aspettava che le trattative con i commercianti finissero tra le risate, le strette di mano e le bestemmie delle controparti. Nel frattempo, con la coda dell'occhio sbirciava la bimba che sul pontile non smetteva di saltellare allegra per farsi notare, quindi a lavoro finito Salvatore gli metteva in mano una retina di lenza contenente a volte ricci di mare, a volte seppie o cannolicchi ed ordinava al figlio di portarla a Donna Ania, una sorta di tributo da versare per continuare a dichiararsi agnostico alla stregoneria.


"Ringrazia tuo padre, ricciolino, digli che secondo me anche domani la pesca sarà fruttuosa, e digli di mettere un po' di questo nella pastura." Porgendogli un sacchettino di cotone a fattura di borsa di tabacco contenente un polverina di aghi di riccio, ossi di seppia e madreperla.

Antonio ringraziava e salutava come gli aveva insegnato suo padre: "Donna Ania!", poi si rivolgeva ad Elisa e rosso in viso si congedava: " Fatina Rossa!".


Una sera Elisa chiese: "Nonna perché Antonio mi chiama fatina rossa?"


"Perché è facile confondere le streghe con le fate quando guardi con gli occhi dell'innocenza... o dell'amore."


Riconobbe il suono Elisa, e ne intuì la bontà d'animo, la semplicità, l'impegno e la fatica che quel rumore portava con sé. Corse in coperta e spense le luci della chiatta, ripose la quarta bambolina di paglia a cui aveva legato un piccolo cappio di cordino al collo in un cassetto e tornò sul ponte sedendosi al buio, aspettando di interpretare altri segni.

Qualcuno altrove ebbe salva la vita.


Non c'era più Salvatore a governare la barca e dopo l'ultima manovra di freno, Antonio, diventato ormai un uomo con ricamati addosso tutti i segni del mare, sbucò fuori dalla cabina veloce a lanciare la cima e a saltare oltre il ponte di babordo per attraccare la barca, scaricare il pescato e mettersi a trattare con i commercianti tra le consuete risate, strette di mano e le bestemmie. Elisa lasciò scorrere la scena assaporandone tutta la carica di emozioni che conteneva quindi aspettò che il pescatore finisse le sue operazioni di rigoverno e da brava strega sbucò fuori dal buio mentre Antonio passava davanti alla chiatta.

"Buonasera, Ricciolino!" lo chiamò.

Antonio trasalì dallo spavento, poi riconobbe la cascata di riccioli rosso fuoco: "Elisa!"

"Non hai pescato nulla per la tua vecchia amica strega?"

Antonio le sorrise, poi si infilò la mano nel collo della maglia, si sfilò dalla testa un cordino con appeso quello che poteva essere un ciondolo e lo lanciò sulla chiatta: "Ecco, è per te."

Elisa lo raccolse sciolse il cordino e prese il ciondolo che altro non era che la vecchia borsa di tabacco: "Ma ce l'hai ancora!" esclamò di stupore Elisa.

"Aprilo!" disse Antonio.

Elisa lo aprì e ne estrasse un piccolo biglietto arrotolato e dopo averlo spiegato vi lesse:


Ti aspetto sempre... fata.

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