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Una storia di LuigiMaiello

Diario della Circumvesuviana e di altri mezzi di trasporto.

Una storia collaborativa con gli episodi che ci capitano ogni giorno nei mezzi pubblici di trasporto.

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23 minuti

Pubblicato il 23 ottobre 2018 in Viaggi

Tags: #circumvesuviana #diario #metropolitana #mezzipubllici #treno

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Ogni giorno in tanti usiamo i mezzi pubblici per spostarci: andare a lavoro, a scuola, all’università, ecc. e ogni giorno ci capitano tanti episodi. No, non mi riferisco ai ritardi. Questo infatti non deve essere un elenco di lamentele!

Mi piace pensarlo come un diario quotidiano degli episodi divertenti, originali, paradossali; una raccolta di quelle situazioni, dialoghi o impressioni che secondo noi meritano di essere raccontati: per strappare una risata o anche per riflettere sulla vita che ogni giorno ci scorre sotto gli occhi.

Nel titolo cito la Circumvesuviana perché la prendo ogni giorno ed è la mia principale “fonte d’ispirazione”, ma ognuno può raccontare le situazioni che vive nel proprio contesto, ad ogni latitudine. C’è una sola costante da tenere a mente: i mezzi pubblici.

Cara amica mia, ti scrivo seduta sul seggiolino di un tram, ammirando la città da una diversa prospettiva. Ho lasciato l’auto dal meccanico, motivo per cui faccio uso del mezzo pubblico, ormai dimenticato da un pezzo. Da troppo tempo manchi dai luoghi più amati e frequentati insieme: molte cose sono cambiate qui. Non hai idea, per esempio, di quanto mi stia irritando l’infinità di scritte sui muri che noto: solo guardando da questi finestrini ne prendo consapevolezza. Mi chiedo se la gente non sia affetta da un’epidemia di vandalismo. È vero, succedeva anche quando abitavamo nello stesso stabile. Noi, studentesse di prima superiore ne eravamo alquanto disgustate, ricordi? Alcune mi sono rimaste impresse nella mente: “Mettete dei fiori nei vostri cannoni”, “Fate l’amore, non la guerra”, slogan con cui nacquero i “figli dei fiori“. “Referendum = aborto libero” “Noi donne ci siamo”: nascevano gli anni del femminismo e della pace. Ciò che rammento è che questa mania crescente allora ci aveva un po’ contagiate, ma sarebbe stato disdicevole prenderla a modello, visto l’educazione ricevuta. Dentro di noi un forte desiderio adolescenziale di unirci alla ribellione.Quell’anno, grazie al mio trasloco, ci togliemmo finalmente lo sfizio divertendoci un sacco sotto gli occhi sorpresi di mia madre. Prima di incollare la tappezzeria nuova o di imbiancare, dipendeva dalle stanze, sfogammo la nostra fantasia, imbrattando le pareti con frasi il più possibile insolenti. “Elvis ti amo“, “W i Beatles”,“Amore libero!”,”Abbasso la squola!(voluto)”. “Gli stronzi galleggiano“e “Professori di merda” scossero la morale materna: ricordo benissimo il suo disappunto.«Non vi vergognate? Queste cose restano sotto la carta da parati: che figura!» Povera, per lei fu traumatico. Infatti, telefonò a casa tua riportando il fatto, per fortuna loro la presero bene e tutto finì in una sana risata. Tra pochi giorni arriverai nella nostra città che amo molto e vorrei rivisitare insieme a te ora che credevo si fosse evoluta; ecco, invece, quello che sto riscontrando. Pensa, ne sto leggendo una che mi lascia perplessa, “Carbonara e sesso accordi difficili”; forse non si possono gustare contemporaneamente, o chi l’ha scritto ha problemi digestivi? I simboli fallici poi, non ti so spiegare, si alternano alle scritte tipo: “Ti amo cucciolotta” e mi viene da ridere, una proposta che sottintende “sai cosa ti offro”…? La fantasia maschile è proprio scarsa: insomma, non credo possa averlo scritto una ragazza. Ora mi sto divertendo:“Forse eravamo giusti nel momento sbagliato” lo trovo un pensiero che accenna un livello superiore, potrei ricredermi sull’idea che ho sempre avuto riguardo a questo malcostume. Un incoraggiamento a porsi delle domande profonde, chissà che qualcuno non ne tragga beneficio? Mi piacerebbe vederla la tua espressione nel leggere quella successiva: “Non sto pisciando sto piangendo dal punto dove mi manchi di più”, è tremenda, ma anche geniale. Questi tizi che si dilettano a imbrattare le pareti, cosa faranno nella vita, di che si occuperanno? Tu cosa ne dici: anche nella città dove vivi tu sono così diffuse? Pigio sulla tastiera del tablet e il silenzio circostante mi mette in imbarazzo: mi sento osservata. Alzo gli occhi e scopro giovani di colore o donne coperte dal tipico “hijab”. Un gruppetto di coreani o cinesi, comunque gente d’oriente tutti rivolti verso di me. Sono io la straniera, loro cosa ne penseranno di queste mie considerazioni? Sai, è quasi fastidioso. Se approfondisco il concetto, mi vergogno delle critiche che muoviamo verso gli immigrati: noi che esempio trasmettiamo? Cara Lory, temo che dovremo rivalutare l’idea di superiorità che conserviamo dentro: non siamo superiori a nessuno se non siamo in grado di migliorarci, di costruire un futuro pulito e vivibile. Il degrado non può che causare violenza e maleducazione, bisognerebbe che qualcuno ne prendesse atto. Tu, per esempio, da dove cominceresti, quali misure adotteresti per offrire a chiunque una coesistenza serena? In fondo, insegnando, dovresti conoscere meglio le aspirazioni giovanili. “L’ignoranza è madre di violenza” leggo adesso nei pressi di una scuola: potrei non condividerla? Forse i primi a scrivere sui muri sono stati i precursori dei social, solo che ora postano su Facebook i propri malcontenti, tuttavia c’è chi preferisce sentirsi libero di non farsi riconoscere, dicendo comunque verità sacrosante. Sto per scendere, sono al capolinea, ma questa te la devo proprio scrivere, Lory: “23000 morti nel Mediterraneo, buone vacanze!” non riesco davvero più a considerarlo un gesto vandalico.Ti mando un caro abbraccio, ci vediamo presto. Luisa.

P.S. Scendendo ne ho letta un’altra proprio spassosa: “Tuo marito ti trascura all’etto, chiamami!”... Ciao.

Aspettando il "182" - 30 minuti prima.

Io: "Signora da molto non passa il 182?"

Lei: "Ne ho visti salire due ora (indicando l'altro lato della strada) quindi a breve passa".

Nel frattempo un signore anziano ascolta in silenzio.

30 minuti dopo.

Il signore prende la parola e si rivolge a me: "La signora ha sbagliato a vedere".

Lei: "Io ci vedo bene".

Lui: "Da vicino pure io ci vedo bene, da lontano è il problema".

Lei esclama: "Vabbè avete ragione!", ma mi guarda non molto convinta.

Nel frattempo si susseguono diversi autobus, ad ognuno un'altra signora (nel frattempo da 3 siamo diventati una ventina) dice: "Questo sicuro è lui"

Una voce si alza dalle retrovie: "Sicura è solo la morte".

Guardando lateralmente lungo la banchina dei binari cinque e sei si poteva vedere un groviglio di cavi e scambi ferroviari che si perdevano tra lo smog e la nebbia del mattino di febbraio. Le persone si rannicchiavano nei baveri, sotto i cappelli, solo i più temerari si arrischiavano a tenere fuori le due dita necessarie per fumare l'ultima sigaretta prima dell'arrivo del treno. L'arrivo del regionale era comunque una consolazione, certo tra poco si sarebbero fiondati tutti tra edifici abbandonati (abitati abusivamente da clandestini, reietti e nuovi poveri, dimenticati da eredi distratti o noncuranti), mura di contenzione disordinatamente colorate da incomprensibili caratteri autoreferenziali di writer edonisti e umide gallerie, regno dei clochard metropolitani, ma sicuramente la morsa del freddo esterno, per il tragitto da coprire avrebbe dato tregua. Le persone si rintanavano nei pochi sedili vuoti allentando la contenzione delle sciarpe, dei guanti, dei giacconi imbottiti, poi frugavano tra le tasche da dove estraevano ognuno il proprio piccolo schermo personale dal quale si allungavano i due tentacolini che ben allocati nei condotti auditivi li avrebbero definitivamente isolati dal mondo esterno, suggerendo loro emozioni brevissime e piccoli spasmi di espressioni facciali.

Anche Lucia si godeva la propria carrellata di notizie di dubbia autenticità e brevissimi video pretenziosi di morali altissime o che rendevano semplicissima anche la cucina molecolare finché lo smartphone vibrò la notifica di una conversazione vera attraverso l'illuminarsi di una precisa icona sullo schermo. Nel circolino in alto a sinistra apparve il volto dall'espressione spaccona coperto da un costosissimo paio di occhiali da sole di Mauro, il ragazzo con il quale si frequentava da quasi due di settimane. L'ultimo riquadro verde della sera prima recitava "Buonanotte tesoro", lo aveva scritto lei la sera prima con la speranza che il rapporto tra i due cominciasse a prendere una piega un attimo differente dal solito sesso prima di tornare ognuno a casa propria. Ora una altro riquadro bianco con allineamento opposto diceva "Scusa Lu ma credo che tra noi non possa funzionare. Ciao."

Non ne fu sorpresa, se lo aspettava e a dire il vero non ci aveva speso nemmeno tutta quella speranza che un rapporto di solito richiede, ma la cosa la sollevò un secondo dallo stato di pronazione sullo schermo, alzò lo sguardo e lo buttò un secondo fuori dal finestrino.

Una serie di rovi ingialliti dal freddo minacciava graffi al vetro mentre correva via di lato, poi improvvisamente la vegetazione si aprì lasciando spazio ad un panorama inaspettato. Il treno correva sul pendio di una collina oltre la quale la aspettava la stazione di capolinea ma dal piano rialzato, in quel preciso punto, si poteva osservare un po' in lontananza, il piccolo specchio d'acqua della città che a quell'ora incontrava i primi reverberi di luce dell'alba accendendosi di giallo e di argento incorniciato dallo smeraldo scurissimo dei sempreverdi che lo cingevano ma che ancora non riuscivano a illuminarsi di giorno pieno.

Lucia ne rimase sorpresa, poi girò lo sguardo verso la carrozza dove regnava il grigio sporco dello scompartimento, il silenzio, l'odore di vita semisveglia, i respiri lunghi e profondi degli sguardi fissi e illuminati ognuno dal proprio schermo. Nessuno si era accorto di nulla, quella visione di vita le era stata regalata solo a lei. Si alzò dal sedile, si allacciò ben bene, si agghindò di tutti i dispositivi antifreddo e si diresse verso l'uscita, il capolinea era vicino. Si avvinghiò al freddo palo di alluminio e prima di scendere dallo squallido treno regionale abbassò lo sguardo immergendosi nel ricordo e, per un secondo, sorrise.

Credo che la distrazione sia un sano e appagante momento di evasione. Dal pensiero lasciato scorrere secondo flussi che non saprei descrivere ho ricevuto le più interessanti ispirazioni, le migliori idee, la risoluzione istintiva a quel problema che da tempo mi tediava...

Questo è il motivo fondamentale per il quale non amo guidare. Passare del tempo impegnato a controllare un mezzo che mi porti da qui a lì quando potrei lasciarmi cullare da un treno, raggiungere la destinazione dopo quattro passi, utilizzando quel tempo per lasciare che il mio pensiero vada esattamente dove ha voglia di andare, lo preferisco di gran lunga. Tempo per me, tempo per creare, buttare giù qualche riga, abbozzare un progetto, avere un'idea o banalmente stare a guardare fuori dal finestrino lo scorrere veloce di foglie che diventano macchie verdi alternate di azzurro. Appena mi devo spostare un po' di più preferisco farlo in treno.

La sera prima avevo lottato contro l'insonnia del dì in cui smonti il turno di notte e passi metà giornata ad arrenderti alla stanchezza delle dieci ore notturne di lavoro in ospedale. Quando provi a riprendere il ritmo circadiano giusto, tentando di metterti a letto ad un orario decente, il tuo organismo ti dice: "Dormire ancora? Ma ci siamo alzati a mezzogiorno... stiamo svegli ancora un po'..." allora sai che non prenderai sonno prima delle tre. Il problema fondamentale era che la sveglia sarebbe comunque suonata dopo tre ore e quella mattina avrei dovuto sostenere quattro ore di lezione: venti allievi affamati di nozioni di primo soccorso e divertiti dal mio modo di tenere lezione mi avrebbero atteso in aula alle nove. Fortunatamente la mia abitudine di spostarmi in treno mi avrebbe permesso di recuperare quel po' di tempo ed energie necessarie a organizzarmi la lezione, mezz'ora in cui capire quali argomenti affrontare, come farlo e, soprattutto, facendo in modo che la rock band di turno mi desse la carica giusta per la lezione, o mi avesse ispirato una nuova storia.

Sedili azzurri appiccicosi di PVC gelato da troppa aria condizionata, il confort per trenitalia è un punto di vista estremamente soggettivo. Il sole in faccia, occhiali a specchio per mascherare occhiaie e nascondere a tutti la direzione dello sguardo mentre da dentro gli auricolari Joey Ramone mi incitava duro: "Hey, Ho! Let's go!", ce l'avrei fatta sicuramente ma grazie lo stesso Joey!

Lei era salita due stazioni prima del capolinea, si era seduta davanti a me, aveva aperto una dispensa ed aveva cominciato a rileggere cose in una lingua straniera che aveva precedentemente sottolineato.

Le gambe accavallate sotto una gonnellona lunghissima e nera, in grembo la borsa di cuoio dalla quale aveva tirato fuori la dispensa nascondeva parte della canottiera di maglia rossa.

Ondeggiava ritmicamente il piede accavallato alzando ad ogni oscillazione le dita che spuntavano dai sandali di strisce di cuoio intrecciate. Ogni tanto alzava lo sguardo e lo volgeva fuori dal finestrino muovendo appena le labbra, come se stesse recitando una preghiera, come se stesse ripetendo ciò che aveva appena riletto, stirando gli occhi azzurro ghiaccio in una fessura che le tirava le gote coperte da una spruzzata di lentiggini rosate sulla pelle bianco latte. Ogni volta che alzava la testa dalla lettura muoveva ondate di riccioli castani raccolti alla buona e tenuti fermi da una penna bic nera.

Da dietro gli occhiali a specchio mi divertivo ad osservarla notando l'impegno serio e meticoloso della giovane studente, cercando di capire le emozioni che provava in quel momento quando notai l'etichetta laterale della canottiera di maglia rossa indossata al contrario. Me la immaginavo mentre si alzava dal letto assonnata e si infilava addosso i vestiti che la sera prima aveva lanciato su qualche poltrona nella sua camera, magari di fretta prima di passare in bagno o prima di prendere un caffè, ed il pensiero divertente mi strappò un sorriso...

Arrivati al capolinea, prima che il treno si fermasse, mi sfilai gli occhiali, le toccai con un dito la dispensa per richiamarla dagli studi. Lei mi rivolse la sua attenzione ed io le indicai l'etichetta, si scrutò addosso smarrita e poi mi guardò nuovamente interrogativa, allora le pizzicai con due dita l'etichetta dicendole: "...Levataccia?"

Scoppiò a ridere, ridemmo insieme: "Grazie, ho dormito poco..." mi disse con un accento mitteleuropeo.

Scendemmo dal treno e fuori dalla stazione, prima che ognuno prendesse la propria strada mi accennò un saluto con la mano accompagnandolo ad un nuovo sorriso.

Se c’è una cosa che mi piace nell’utilizzo di mezzi pubblici è la possibilità di studiare la specie animale denominata "Umanità". In un contesto ideale sei comodamente seduto e puoi osservare. In silenzio, perché un vero studioso non si fa coinvolgere. Nella realtà, ovviamente, questo non è possibile. Ho viaggiato parecchio, specie per motivi di lavoro, usando la Circumvesuviana. Del resto è pur vero che se non ci sono alternative "IL" mezzo pubblico non lo puoi scegliere e, mai come in questi ultimi anni, l’automobile o il motorino sono sempre alternative più frequenti. Mi ritengo un buon osservatore e se dovessi scrivere tutte le mie scoperte attraverso l’uso di un mezzo pubblico non basterebbero poche parole. E poi annoierei. Ho scoperto a mie spese che la gente del web si sofferma poco su testi lunghi ma, chiamatemi fesso, ho il vizio di scrivere, quindi…Dal capitolo "L’uomo sul treno" oggi estrapolerò un argomento a me caro: Metallo. I miei orari mattutini coincidono con quelli di tanti studenti. Il soggetto medio in questione ha tra i quindici e i venti anni, alto più o meno un metro e settanta, capigliatura "Vileda" (n.d.a.: L’idea è un ciuffo, magari una cresta, ma molti sembrano avere sulla testa il mocio della nota marca), occhio spento (n.d.a: Si giustifica per gli orari, ma l’impressione è quella di un poveraccio che abbia addosso tutti i problemi del mondo), sigaretta alla mano, uallera incipiente (n.d.a.: La uallera, in napoletano, è l’ernia. L’espressione però può essere usata per tutti gli atteggiamenti che mostrando indolenza, stanchezza e lentezza, non solo fisica, ma anche mentale). Questi individui sono soliti girare in branco e li riconosci dai versi che fanno, solitamente monocordi con acuti roboanti saltuari. Nella specie, le femmine si distinguono solo per il trucco al viso, generalmente eccessivo e più simile a quelle due passate di bianco che ci vorrebbero ogni tanto nella tua cucina. Recenti studi hanno identificato nel "Cuozzo" l’individuo di sesso maschile, la "Vrenzola" quella femminile. Ascoltarli, è un po’ come sintonizzarsi su "Radio Cazzate International". I versi, gli argomenti, il linguaggio talvolta usato, è ricco di neologismi, argomenti d’interesse mondano e, soprattutto, di risate. Se c’è una cosa che sanno fare è ridere. Trovarli poi divertenti è un altro discorso. Così come esistono animali albini, capita anche di trovare individui diversi dalla massa e, capirete l’interesse del sottoscritto, questi sono solitamente uno strano incrocio di influenze culturali diverse, anche musicali, che si manifestano prevalentemente in costumi d’ordinanza fatti di luccichii abbaglianti e tintinnii di metalli vari. Sono anelli, ninnoli multiformi, anche pircieng e tatoo. Be, non tutti questi orpelli fanno rumore, è ovvio, ma il tipo in questione spesso gira con uno zaino o una borsa (sempre in pessimo stato) che segue il suo camminare ciondolante annunciando agli astanti la propria presenza con un suono ritmico. La uallera, in questo caso, è visibile dallo strascicare di anfibi solitamente slacciati. Vuoi forse per la giovane età dei soggetti incontrati, vuoi per una vera mancanza di Q.I., la specie è rimasta agli anni novanta, Curt Cobian e il Grunge. Interagire con questi due diversi gruppi è comunque sempre istruttivo. Con i primi, per esempio, riesci a ottenere tutte le quote SISAL per eventuali sortite con la Dea Bendata, mentre dai secondi è possibile stabilire quanto sia stato influente l’apporto di Malmesteen alla musica Metal. Con entrambi, secondo me, c’è da guadagnarci. Dipende dai vostri interessi. Personalmente, mi auguro che sia i "Cuozzi" che le "Vrenzole" sappiano prima o poi guardare il mondo oltre il loro smartphone. Non tutte le erbe formano il fascio, ovvio. E meno male ci aggiungo. Mentre per i novelli Cobain spero che sappiano presto apprezzare la musica oltre le apparenze: puoi avercela con il mondo intero per tutte le ragioni lecite possibili, ma alza quei dannati piedi da terra e cammina, cazzo! Non strisciare! Dimenticavo. Ho amici che usano lo smartphone con Q.I. superiore al mio. Ne ho altri, con percieng e tatoo, che sanno sempre quale musica ascoltare. Loro, studiano me da una vita…

Stamattina il viaggio in treno è stato il momento per parlare di calcio.

In realtà, quasi tutti i lunedì sono così: si parla (nel mio caso) del Napoli, della partita, dei rigori dati e non dati, e di tanto altro ancora.

Stamattina però il discorso è stato un po’ diverso: abbiamo parlato della serie B, perché in treno ho beccato un ragazzo che tifa per il Bari. Un napoletano che tifa per il Bari? Si, esiste.

Mi ha raccontato un po’ le sue ansie, perché il Bari deve fare i play off per salire in serie A e deve scontrarsi con squadre forti come il Palermo, il Venezia, il Perugia. Lui vorrebbe andare allo stadio, ma deve organizzarsi per tempo. Abbiamo parlato anche dei nuovi talenti della serie B, e abbiamo notato che, facendo l’elenco dei calciatori più forti, sono più gli anziani che dalla serie A scendono in B, che i giovani promettenti che dalla B salgono in A.

E poi siamo finiti a parlare del Napoli. Si, alla fine sempre là si va a finire: a parlare di Sarri e di De Laurentiis, del fatto che entrambi debbano decidere cosa fare.

Ma il punto centrale della mia riflessione è un altro: il calcio, litigi e sfottò compresi, è sempre un modo per socializzare e aprire una conversazione, ma ora che il campionato è finito, come facciamo? Di cosa parleremo lunedì prossimo in treno?

Vabbè bisognerà aspettare solo qualche settimana per commentare le partire dell’Italia ai Mondiali. O mi sbaglio?

Un giorno, in una stazione della Circumvesuviana, ho trovato questo messaggio: "I treni per Napoli via Centro Direzionale sono momentaneamente soppressi causa allagamento di Madonelle".

Qualche sera dopo, prima di cena, ho preso quella che dalle nostre parti, con uno slang, si definisce "capata". Dovete sapere, infatti, che conservo tutti i biglietti e gli abbonamenti fatti per usufruire dei mezzi di trasporto pubblici campani.

Non chiedetemene la ragione.

Si dice che l’occasione fa l’uomo ladro, ma la Circumvesuviana di Napoli fa il viaggiatore disperato. Forse è questo che, incosciamente, mi induce a conservare "i titoli di viaggio, incedibili e unici", un modo per dire: "Ehi! La mia parte l'ho fatta! Ora tocca a te!".

Da anni, invece, assistiamo impotenti al declino dell’UNICO mezzo di trasporto pubblico che collega la periferia a Napoli. C’è anche una leggenda metropolitana che parla di autobus che collegherebbero questa a quella stazione. Una leggenda, appunto.

Con la Circumvesuviana NON sai quando parti e NON sai quando arrivi. L’unica certezza è l’aumento periodico delle tariffe che ci riporta alla nostra "capata".

Facendo infatti il conto dei biglietti e degli abbonamenti in mio possesso sono arrivato oltre la modica cifra di 5000 euro. Qualcosa non lo avrò conteggiato, ovviamente, perché in fondo la mia era una "capata", non un calcolo preciso per la detrazione delle imposte.

Se si escludono anche ferie e permessi, cassa integrazione e mobilità – nessuna malattia, eh sì, difficile a crederlo – posso concludere tranquillamente con una certezza.

Con i miei soldi, in questi anni, una CACCHIO DI POMPA IDROVORA la si poteva comprare!

E chest'è!

In treno. Una ragazza di 15/16 anni, evidentemente interessata al mio posto a sedere, mi chiede: "A quale stazione scendete?".

Ero tentato di rispondere "Ma io e chi?", poi ci penso per 5 secondi: addirittura mi dà del "voi". Capisco che oggi non sono in formissima, però almeno dammi del "lei", che è più giovanile.

I tempi sono cambiati?
Oggi, in metro, la gente ha gli occhi incollati sugli schermi dei propri cellulari e le orecchie piene di musica.
Il viaggio in metro è una lunga pausa, spesso scomoda e piena di ostacoli, a volte puzzolente, perennemente in ritardo, in alcuni casi addirittura rimandata a data da destinare. Ma resta una pausa dove il singolo si chiude a riccio, nel proprio mondo personale, sempre più digitale.
Non ci si guarda più.
A parlare è impossibile, il rumore della metro costringe ad alzare notevolmente il tono di voce e così ci si arrende facilmente.
Quanti sguardi mancati, sorrisi risparmiati... ma nella folla di smarriti c'è sempre qualcuno vigile.
Questi, però, non guarda le persone ma la loro tecnologia.
Studia attentamente qual è la più costosa e poi agisce, in silenzio, tra la folla.
Mano lesta e via.
Se è sfortunato, le telecamere lo beccheranno e/o sarà fermato in tempo.
Se è fortunato, avrà un cellulare in più e un quantitativo indefinito di maledizioni.
E le maledizioni si sa, colpiscono quando meno te l'aspetti.
Ma torniamo agli smarriti.
C'è ancora chi guarda gli altri ma, quasi sempre, è perso nei propri pensieri.
Intanto io sono ancora qui, fermo, immobile, a ospitare deretani di ogni tipo.
Di tanto in tanto, e questa è la cosa che mi fa "emozionare", c'è ancora qualche cavaliere o nobildonna che mi cede per chi ne ha più bisogno. Un bisogno reale.
- Prego, si accomodi.
No, forse i tempi non sono così cambiati.

- Papà cosa c'è scritto vicino al muro?

- Garibaldi, è il nome della fermata della stazione.

- E perché si chiama Garibaldi?

- Perché sta in questa piazza che si chiama Piazza Garibaldi.

- E cosa è quell'altra cosa vicino?

- Quella è la pubblicità, una cosa che serve per far conoscere e vendere i prodotti.

- Ah ho capito. Papà, ma quando passa la metropolitana?

- Questo non lo so...

Tre amici si incontrano in treno dopo una giornata di lavoro. Salutandosi, nemmeno si stringono la mano, perché è impegnata da un cellulare. Dopo i convenevoli, iniziano a parlare delle festività trascorse o da fare e di lavoro, finendo con l’inevitabile lamentela sui tempi cambiati. Ad alternarsi, frasi del tipo:

“Oggi lavori di più e ti godi meno la vita”.

“Prima facevi un mese di ferie, adesso un paio di settimane le trascorri con il cellulare acceso”.

“Sei sempre reperibile e non puoi staccare”.

“Io stamattina mi sono svegliato con notifiche tramite un gruppo di What’s up”.

“Ti stressi di più, sei sempre in attività”.

“Non ci rendiamo conto che facciamo sempre più cose, in frenesia”.

Poi, uno di loro riceve una telefonata e mentre risponde, gli altri si fiondano nella contemplazione polliciosa dei propri telefoni. Il primo, finita la telefonata, fa lo stesso.

Dopo dieci minuti di banalità, insomma, i tre passano i restanti venti (prima della fermata che li divide) in totale silenzio. Un occhio furtivo ai loro telefoni nota la totale dedizione a chat e messaggistica varia. Viene dunque da chiedersi quale grande argomento necessita il loro zelo, se l’umanità intera, o la Community, riuscirebbe a sopravvivere senza i loro contributi.

E se, consapevoli dello stress a cui la società moderna li sottopone, non riescano in questo modo a combattere il Sistema, lo Status Quo. Eppure, più l’occhio li indaga, più la convinzione di trovarsi al fianco di una razza immune si concretizza. Sì, perché più ci rifletto, più mi convinco che questi sopravvivranno all’Armageddon – finché ci sarà campo – e quando non ci saranno più gruppi a cui appartenere e il mondo intorno a loro si sarà annientato alzeranno la testa finalmente esclamando: "D’oh!"*


* Oxford English Dictionary del 2001: "Esprime frustrazione quando qualcosa viene realizzato in malo modo o non come pianificato, o quando qualcuno dice o fa qualcosa di stupido".

La prima parte di questo viaggio nei mezzi pubblici termina qui.

Il viaggio riprenderà a breve!


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