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Una storia di Adriano

IL  TURNO

istanti d'amore

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4 minuti

Pubblicato il 27 luglio 2019 in Storie d’amore

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Domenico guardò l’orologio.

Segnava le tre, ma erano le tre di notte, lui finiva il suo turno alla catena di montaggio alle quattro, dopo ore di lavoro tra chiavi inglesi, oli, grassi, bulloni e viti. Lo consolava il pensiero della moglie Giuliana e della figlia Sara, nella loro casa, al calduccio, protette e serene.

Tra un po’ le avrebbe abbracciate di nuovo, come sempre.


Aveva conosciuto sua moglie in autobus e l’aveva difesa dall’autista che la rimproverava​ vivamente perché era salita con una grande valigia che ingombrava il passaggio agli altri​

passeggeri. Si erano scambiati gli indirizzi: lei andava da sua sorella e da suo cognato, immigrati tanti anni fa dal sud e ora toccava a lei lasciare la sua terra e cercare un poco di fortuna in questa città.


Dopo tre mesi si erano sposati ed erano andati a vivere nel suo piccolo appartamento nella zona industriale alla periferia della città. Lei aveva trovato lavoro come cameriera in una trattoria dalla parte opposta.

Dopo un anno era nata la loro figlia, l’avevano chiamata Sara perché cosi aveva​ voluto lei, in memoria di una sua sorella morta in tenera età.


Domenico guardò di nuovo l’orologio e in quel momento la sirena stridente annunciò la fine del turno. Usci dall’officina e si diresse nel piazzale dove stava la sua bicicletta assieme a tante altre sotto una piccola tettoia. Piovevano goccioline fitte fitte e il piazzale luccicava colpito dalla luce di un piccolo lampione che diffondeva una malinconica luce gialla.

Salì in sella e prese la strada che portava a​ casa sua. Davanti a lui c’erano due piccole luci rosse che proseguivano zigzagando, certo due operai usciti un attimo prima. Pedalò più in fretta per vedere chi erano, ma entrambi presero direzioni diverse e lui proseguì dritto, mentre una leggera nebbia si alzava nei prati e a banchi, gli passava davanti agli occhi.


Se qualcuno lo avesse osservato dall’alto avrebbe visto un piccolo lumino​ sfarfallante, come un’anima che vaga nell’universo senza una precisa meta.

Sentì un gran freddo entrargli nel corpo, la sola tuta da lavoro non bastava a riscaldarlo dalla​

temperatura abbastanza rigida di fine autunno e allora pedalò più in fretta, seguendo con gli occhi bassi la riga bianca nella mezzeria della strada.


Arrivò davanti a casa sua, un grande fabbricato quadrato, dipinto di un marrone chiaro come a volerlo mimetizzare in quel paesaggio grigio e desolato. Parcheggiò la bicicletta nel grande androne buio e salì le scale fino al quinto piano alla sola luce di qualche lampadina fioca sparsa qui e là sui pianerottoli.

Sulla sua porta c’era la targhetta col cognome suo e della moglie e si sentì veramente a​

casa. Tolse la chiave dal taschino della tuta, quello a sinistra vicino al cuore, perché a tenerla lì, era sicuro di non perderla.


Entrò e gli fece piacere vedere che sul tavolo c’era il solito biglietto con scritto “bentornato amore”.​

Si tolse la tuta blu, si spogliò nudo nonostante il freddo e aprì la porta della camera. Era il momento più bello quello. Guardò il lettino dove sua figlia dormiva beatamente con i pugni chiusi stesi sul cuscino. Sua moglie dormiva sul fianco e da lì vedeva il suo profilo, i suoi capelli ricci e neri, il nasino un po’ all’insù e le labbra piene e distese.

Il cuore gli traboccava di gioia mentre sollevava le​ coperte per entrare e mettersi di fianco, dietro di lei. Sentì il suo tepore e il suo odore, i piedi caldi che istintivamente si allontanarono dai suoi freddi per poi ritornare, baciò il suo collo e la schiena, poi la strinse e chiuse gli occhi.

Era stanco, aveva sonno, ma voleva assaporare fino in fondo quel​ momento. Tra mezzora si sarebbe alzato a prepararle il caffè, l’avrebbe svegliata dolcemente con la tazza fumante in mano e le avrebbe detto “amore è l’ora”.


L’avrebbe baciata sulla bocca, nella bocca e, prima che il desiderio di lei lo sopraffacesse, si​

sarebbe fermato e avrebbe detto sorridendo “Cavolo Giuliana, amore, è di nuovo l’ora”. Sì, perché tra poco sarebbe iniziato il turno di lei, molto più lungo del suo. La sera avrebbero avuto solo il tempo di abbracciarsi e di dirsi “A domattina tesoro, a domani amore”.

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