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Una storia di Purpleone

Capelli

(il primo amore non si scorda mai)

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10 minuti

Pubblicato il 02 giugno 2021 in Thriller/Noir

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Lunedì.

L’ho rivista oggi, dopo tanto tempo, ai giardini. Quelli poco distanti da casa. Immobile sulla panchina di pietra, di fronte alla grande fontana con i delfini di finto marmo, mi dava le spalle.

Stava col capo leggermente chino. Forse leggeva.

Io, come sempre a quell’ora quando il tempo lo permette, stavo sull'erba, sotto il grande gelso sulla sommità del poggio.

Anche se mi separavano da lei trenta o quaranta metri, non ho avuto alcuna difficoltà a riportare alla memoria la sua famigliare postura e, soprattutto, i capelli: una chioma di sensuali e morbidi ricci che avrei riconosciuto tra mille altre.

E non è un modo di dire.

Non ricordo, ora, per quale motivo distolsi gli occhi dal mio libro. Forse un guizzo di luce improvviso, o forse il grido di uno dei bimbi che giocavano lì accanto, non so. Quello che so è che sollevando lo sguardo l’ho vista e, come per la primissima volta, il cuore è sembrato aumentare di misura mentre lo stomaco mi si attorcigliava col resto delle viscere bloccandomi il fiato.

Tale e quale.

Pur avendone amato altre – e tutte con sincerità – devo ammettere, in questo preciso istante, che solo lei è stata speciale e che è vero e sacrosanto che il primo amore non si scorda mai. Per quanto sdolcinato possa sembrare questo luogo comune.

Mentre imbambolato le fissavo la schiena, rivedevo i suoi occhi e la piega triste delle labbra, la pelle bianchissima e l’incavo del collo sul quale ho così spesso posato le mie labbra avide. Ho ricordato il suo odore e il fruscio dei suoi vestiti ma, sopra ogni cosa, ho rivisto le mie mani accarezzare i suoi capelli e in essi perdersi senza esserne mai sazie.

Poi con un sussulto mi son ripreso.

Quando ho riaperto gli occhi, lei non era più sulla panchina.

Solo i bambini giocavano ancora accanto alla fontana.

Con l’intimo timore di averla nuovamente persa mi son levato in piedi.

Di corsa ho disceso il poggio dall’altro lato e, aggirandolo, ho raggiunto la panchina ormai vuota. Stavo quasi per convincermi di aver avuto una genuina allucinazione quando, voltandomi per dare uno sguardo intorno, ho sentito una lievissima fragranza di agrumi che ancora persisteva nell’aria ferma: il suo profumo!

Ne sono più che certo perché ne comprai un flaconcino subito dopo la nostra separazione e passai le settimane successive a vaporizzarne l’essenza sulle lenzuola solo per avere l’illusione che lei fosse ancora con me.

Patetico, certo, ma essere innamorati ti porta a fare anche queste cose.

Sono ritornato sotto il gelso con il cuore e la mente in subbuglio, ho recuperato il libro e, mentre lo infilavo nella tasca del giubbotto, il pomeriggio si è scurito all’improvviso in perfetta empatia col mio stato d’animo.

Ho rivolto ancora uno sguardo alla panchina irrimediabilmente vuota e mi sono avviato all’uscita. Ho percorso la poca strada che mi separava da casa accompagnato da un preludio di lampi e tuoni degno di una notte sul Monte Calvo poi, giusto il tempo di infilare la chiave ed è venuto giù il finimondo.


L’aver rivisto Melissa, questo è il suo nome, mi ha scombussolato non poco e ho passato una notte tormentata da bruttissimi sogni nei quali la sua voce continuava a chiedermi “perché?”, in una ripetizione infinita e sempre più esasperante. Alle quattro del mattino, stanco di fissare il soffitto e di contare i battiti del cuore, mi son levato e infilato nella doccia. Sono stato subito meglio.

Una bella sferzata d’acqua fredda era quello che ci voleva per estirpare gli ultimi viticci di quell’orribile incubo.


E’ martedì, ancora piove e me ne sto rintanato in casa.

Già di prima mattina mi son seduto alla scrivania e ho aggiornato il mio diario. Mettere nero su bianco quel che è successo ieri ha contribuito a dare alle cose la giusta prospettiva e a convincermi sempre più di aver preso un abbaglio. Ho sicuramente visto una ragazza quasi identica alla mia Melissa, ma è stata l'immaginazione colta alla sprovvista che ha fatto il resto.

Solo la stretta allo stomaco era genuina e reale.

In quanto al profumo poi, quanto rara può essere l’eventualità che anche un’altra donna ne faccia uso?

Su tutto questo medito mentre, seduto davanti alla finestra, osservo le gocce di pioggia che fanno a gara per arrivare sul davanzale. Nella mano ho il nastrino di seta viola che legava i suoi capelli e lo accarezzo piano come fosse un rosario. Avrei dovuto restituirglielo quando ci siamo detti addio, ma volevo qualcosa di suo e così, senza vergogna, l’ho tenuto per me.

Ora, mentre lo stringo fra le dita, mi assale una malinconia profonda e improvvisa che mi chiude la gola e mi brucia gli occhi. Pensavo di essermi lasciato questa storia alle spalle e non immaginavo di provare invece, dopo tutto questo tempo, sentimenti così laceranti. Evidentemente l’aver amato altre donne è stato solo un modo per trovare in loro qualcosa di lei, ma vedo che è stato un inutile tentativo: anche l’amore ha fantasmi che a volte ritornano.

Chissà, forse dovrei innamorarmi di nuovo. È da troppo tempo che non si odono in questa casa il passo e la voce di una donna.

Mentre la pioggia continua a cadere, mi dico che c’è solo un modo per mettere un punto fermo a questa faccenda. Devo farmi coraggio e andare a trovarla.

E’ deciso: lo farò appena smetterà di piovere.


Sono le sei e trenta di giovedì mattina e le cateratte del cielo sono finalmente chiuse.

E’ tempo di fare visita alla mia amata.

Tiro fuori l’auto dal box e controllo che tutto sia a posto.

Sono un autista meticoloso e prudente, e verificare l'efficienza del mezzo prima di un lungo viaggio (e questo lo è) può risparmiare un sacco di brutte sorprese.

Luci e benzina sono a posto, così come l’olio e l’acqua del radiatore. Nel bagagliaio il kit medico di emergenza, la ruota di scorta, una torcia elettrica, una piccola vanga e una corda da traino completano la mia dotazione standard.

Ho imparato, nel corso degli anni, che la prudenza e la pianificazione sono un efficace antidoto contro gli imprevisti e così, dopo aver poggiato sul sedile del passeggero il mio thermos di the e qualche panino, metto in moto e lascio il vialetto per immettermi sulla strada che, a quest’ora, è piacevolmente priva di traffico.

Appena fuori città imbocco lo svincolo e prendo la Statale 25 in direzione nord. Se riuscirò a tenere una media fra le settanta e le ottanta miglia orarie sarò a destinazione intorno alle nove.

Le auto in circolazione sono ancora rare per cui mi rilasso un poco – ma solo un poco – e accendo la radio. Da queste parti la KKC è la miglior emittente di musica country e iniziare un viaggio come questo, accompagnato dalla voce di Shania Twain, mi sembra un ottimo auspicio.

Anche lei ha i capelli di un colore delizioso. Naturali o tinti poco m’importa.


Da quasi un’ora ho lasciato la Statale e sto viaggiando solitario lungo una strada che mi riporta indietro nel tempo. Attraversa un bosco immenso, come fosse una lunghissima e diritta freccia e nessun altro incrocia il mio cammino.

Ho da poco sorpassato il distributore abbandonato della Texaco e ora dovrò tenere gli occhi aperti per scorgere in tempo l’imbocco della stradina. Cercare un punto di riferimento da queste parti è inutile: la vegetazione sul bordo della strada è fitta e cambia forma e dimensione nel giro di una notte. L’unico modo, da adesso in poi, è rallentare sensibilmente e aguzzare la vista.

Finalmente, quando la paura di aver mancato la svolta ha appena iniziato a solleticarmi la schiena, intravvedo un repentino cambio di colore nel fitto verde alla mia destra e di colpo pigio sui freni. Stavo quasi per mancarla.

Ritorno indietro di qualche metro e poi mi addentro nel varco quasi totalmente nascosto da basse fronde e dall'erba alta.

Mentre lentamente l’attraverso, mi sembra di entrare nel ventre stesso del bosco. Accendo i fari e ho la sensazione che tutto, intorno a me, mormori un sommesso “bentornato”.

Sorrido, perché nello stesso istante mi arriva dalla radio la voce di Johnny Cash che canta: “...Conducimi dolcemente a casa”.


Percorro l’ultimo tratto lentamente, mentre i rami bassi strusciano contro la carrozzeria come mani protese in languide carezze, e dopo un’altra curva la stradina diventa uno slargo e sono a casa. La nostra casa.

Fermo l’auto; spengo la radio ma non scendo. Dal parabrezza osservo che dall’ultima volta quasi nulla è cambiato: il tetto grigio è infestato da ciuffi d’erba e da licheni, ma ora è molto più incurvato al centro e l'edera velenosa ha ormai del tutto avvolto le colonne e la ringhiera del patio.

Una delle persiane al piano di sopra ancora non è venuta fuori dai cardini e penzola indecisa come un impiccato. Cespugli e viticci spinosi assediano l’ingresso, e i quattro gradini alla base della veranda, quasi del tutto indistinguibili fra quella vegetazione, sono di sicuro così marci che non reggerebbero il peso di un gatto.

Scendo dall’auto e chiudo piano lo sportello. Mi sembra un sacrilegio disturbare anche un solo atomo di quest’aria così immota e rassicurante.

Attraverso lentamente l’immacolato tappetto d’erba davanti alla casa e osservo un poco più da vicino la porta d’ingresso. Anche se in pessime condizioni non mostra nessuna traccia di forzatura. Il rischio che qualche vagabondo o un moonshiner, capiti da queste parti è da tenere in considerazione e devo essere prudente.

Ritorno alla macchina e prendo dal bagagliaio quel che mi serve.

Mentre supero la casa per dirigermi sul retro, gli uccelli riprendono a cantare. Anche loro sembrano cinguettare “bentornato...bentornato”.

So perfettamente che è solo la mia immaginazione che parla, ma mi piace pensarla così.

Non impiego molto a raggiungere la meta, anche se i rampicanti spinosi hanno cercato di bloccare ogni mio passo afferrandomi tenaci i calzoni.

Qualche minuto dopo lascio sfuggire il mio sollievo quando, quasi del tutto coperte dai rovi, vedo le tre assi del vecchio recinto dei cavalli. Se un animale o qualche altro accidente le avesse fatte cadere o peggio, spostate di qualche metro, avrei dovuto faticare non poco per trovare la giusta direzione.

Dopo tutto questo tempo sembrano delle unghie nere e aguzze che spuntano dalla vegetazione, ma sono ancora lì a dispetto delle intemperie e delle bizzarrie del destino.

Le supero e conto dieci passi a destra dalla più piccola.


Quando affondo la vanga nel terreno soffice mi rendo conto che non sarà per nulla un lavoro lungo e faticoso, ma sento ugualmente l'ansia aumentare e stringermi le viscere. Scavo con pignola attenzione e, come previsto, bastano pochi minuti perché i poveri resti della mia Melissa appaiano quasi timidamente tra grumi di terra scura e sottili radici pallide.

Un nido di lombrichi, inopportunamente disturbati dalla luce, si agita convulsamente per cercare poi riparo tra le costole e lo sterno.

Vedo con tristezza che questi anni non sono stati clementi e che i suoi bellissimi capelli vivono ormai solo nei miei ricordi; quelli abbarbicati sulla sommità del suo cranio sono solo un’anonima e patetica matassa color del legno ammuffito.

“Sapevo che eri qui”, mormoro con dolcezza, “ ma volevo esserne sicuro”.

Infilo una mano nella tasca del giubbotto e tiro fuori il nastrino di seta viola.

Lo accarezzo ancora una volta e poi lo lascio cadere nella fossa, come mio definitivo addio, accanto a quel che resta dei suoi capelli.

Mentre ricopro lentamente le sue ossa non riesco a trattenere una lacrima che si mescola alla terra, insieme al rammarico di non essere riuscito a farle capire quanto fosse grande il mio amore.


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