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Una storia di IvanBerardi

Questa storia è presente nel magazine Un anno a Gerardmer / A year in Gerardmer

Un mese

16.10.2019

275 visualizzazioni

4 minuti

Pubblicato il 16 ottobre 2019 in Viaggi

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E così è volato via. Questo primo mese di promesse, di titubanze e di conferme. Siamo passati da un’estate che non voleva mollare ad un autunno che si è imposto prepotentemente solo per poi cambiare idea e regalarci ancora un fine settimana in cui le temperature estive hanno fatto danzare l’oro degli alberi.

Ovviamente ne abbiamo approfittato. Una lunghissima camminata: dai pascoli dell’Hohneck, con i camosci, fino alle torbiere del lago di Lispach e poi su è giù ancora una volta, fino a Gerardmer.

Dal Col de la Slucht a Hohneck
Dal Col de la Slucht a Hohneck
Laghi di Belchmere, Lande e  Lispach
Laghi di Belchmere, Lande e  Lispach
Geardmer in lontananza
Geardmer in lontananza

Quella sera ci è arrivato un messaggio:

“Che ne direste di un giro col pedalò, domani, sul lago di Longemer?” era Francesca.

“Viene anche Zen?”

“No, te lo immagini sull'acqua?!”

Sì, me lo immagino eccome, e mi immagino anche che se dovesse venire, nell'acqua ci ritroveremmo anche noi: un bellissimo, dolcissimo cane, ma tanta energia!

Solo lei e Fabien, suo marito. È stata una manna trovarli da queste parti, ancora una volta grazie ad un gruppo su Facebook: Veggie Vosges. Francesca italiana e Fabien Vosgese come il bosco che ci circonda.

Le fotografie non rendono giustizia allo splendore di questo piccolo lago circondato da abeti, larici e faggi che si riflettono nelle sue acque nere come la notte o verdi come la speranza giocando con l’ombra delle montagne.

Fortunatamente le fotografie non rendono neppure giustizia allo stridente “gracchiare” del nostro pedalò che con ogni giro di pedale,sembrava lamentarsi del suo destino. Ha smesso solo quando ormai eravamo a venti metri dalla riva, prima di arrembare come intrepidi pirati.

Pedalando su Longemer
Pedalando su Longemer

Fabien e Francesca ci hanno poi suggerito una meta nuova, in una vallata che non avevamo ancora visitato: Le Champe Des Pierres ed è così che l’indomani ci siamo diretti verso questa nuova destinazione con una curiosità che reclamava impazientemente di essere saziata.

Oh...ne è valsa la pena. Va anche aggiunto che da bravi fancazzisti che siamo, abbiamo la possibilità di goderci questi posti quando il resto del mondo è normalmente al lavoro... sorry! Le Champe Des Pierres consiste in quella che può solo essere descritta come un colata di pietre nel mezzo del bosco, larga una quarantina di metri e lunga duecento, sembra completamente fuori luogo: nasce improvvisa ed improvvisamente cessa. Non stiamo parlando di sassi, ma vere e proprie rocce tutte smussate, abbandonate lì alla fine dell’ultima era glaciale quando Ice Ice Baby se l’è battuta in ritirata e non è più tornato a prendersele.

Un altro sentiero (splendido, ma all'apparenza interminabile) ci ha portati alla Gorge des Roitelets, una gola stretta stretta tagliata da un ruscello che data la pioggia delle settimane precedenti era in ebollizione. Da lì abbiamo raggiunto il ponte delle fate. Ricostruito nel 19° secolo, ma di data antica, la leggenda vuole che sotto il suo ampio arco vivano delle fate, ma non della varietà turchina, tutt'altro. Un giorno, un bel giovinotto baldanzoso nell'attraversare il ponte s'imbatte in una di queste e se ne innamorò perdutamente. Nell'impeto della passione non si rese conto che la fata lo stava trascinando lungo i banchi del fiume finché, stringendolo in un abbraccio mortale, lo portò con sé nelle profondità scure dell'acqua gorgogliante da cui il suo corpo non emerse più.

Fortunatamente quel giorno non c’era nessuna fata, solo una coppia di anziani con il cane, e noi che comunque saremmo rimasti immuni al suo fascino...

Champe des pierres e Pont de fees
Champe des pierres e Pont de fees

Questa mattina ci siamo finalmente imbattuti nel nostro vicino di casa, quello che speravamo fosse il proprietario della gatta che ci viene trovare con frequenza intermittente. Ed è così che abbiamo potuto finalmente rilassarci, sì: Chatte non è una randagia e quando ne ha abbastanza delle nostre attenzioni ha un’altra casa in cui potersi sfamare e scaldare, ma….

“Scusi il mio Francese non è molto buono...” Sorrido impacciato al nostro vicino che allora ripete lentamente:

“La gatta non è una gatta, è un maschio.” È lui a sorridere adesso.

Ma come? Proprio in quel momento Chatte (dovrò cambiarle nome) si aggiunge al nostro gruppo, strofinandosi tra le gambe con la coda bella alzata.

Non c’è niente: Tabula rasa...

Il che non è del tutto sorprendente, sarà stato sterilizzato, bene, penso, eppure non convinto chiedo:

“Ne è sicuro?”

Come si fa a chiedere una cosa così?

Lui annuisce.

Anni e anni e anni in cui mi cullavo saccentemente nella convinzione che i gatti di tre colori potessero essere solo femmine, sono stati spazzati via così, in un mattino di sole, con un cenno della testa ed una strofinata di coda.

Almeno non dovremo preoccuparci di diventare nonni...


Qui potete trovare i capitoli precedenti: https://www.intertwine.it/it/magazine/6x5HVUR/un-anno-a-gerardmer-a-year-in-gerardmer


E qui potrete trovare il blog di Francesca: https://sevenroses.net/


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