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Una storia di Raffaele

Questa storia è presente nel magazine Spunti di scrittura: #halloween

Uno

305 visualizzazioni

8 minuti

Pubblicato il 31 ottobre 2018 in Horror

Tags: #Halloween

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"Uno", nella prima versione, si intitolava "One", come una canzone degli U2, ma non hanno nulla in comune. Scelsi il titolo solo per la sua musicalità. Anche nella nostra lingua suona bene, ma la storia arriva da mio cugino che aveva un amico che si chiamava Silvio. Non so che fine abbia fatto, sebbene mi ha sempre dato l’impressione di essere un outsider che cercava in tutti i modi di diventare un’ insider. Come mio cugino era un Testimone di Geova, poi si allontanò da quel credo e fu emarginato dalla loro comunità. L’ho incontrato un paio di volte dopo la sua riconversione e mi è sembrato abbastanza insider.

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Non era il fastidio che ci spingeva ad allontanarlo da noi, quanto una vera e propria aura malefica che sembrava accompagnarlo. Non era quello che si definisce uno sfigato, lui era il male, ora lo so. S’insinuò tra noi sin dal primo giorno di scuola, lo fece con forza, con arroganza.
Silvio si era trasferito circa un anno prima e con noi condivise solo l’ultima di Liceo.
Dal terzo anno, io e tre ragazzi avevamo formato un gruppo separato dagli altri compagni di classe, una cricca di amici ben affiatata nota a chi ha frequentato una scuola qualsiasi. Come fosse da sempre uno di noi, Silvio pretese a forza di farne parte. Non ci obbligò mai ad accertarlo, ma la sua invadenza, quel suo fare così opprimente, c’impose di dargli almeno una possibilità. Ripensandoci oggi, posso dire che il nostro fu solo un gesto di cattiveria, perché nel momento in cui lo accettammo avevamo già deciso di buttarlo fuori.
Fece parte del gruppo per circa un mese, non di più, anche perché ci diede il pretesto buono per scaricarlo: era opprimente e angoscioso come le storie che raccontava. Capitava infatti, quando ci si riuniva nel dopo scuola, di parlare di cose più o meno frivole e mai che si organizzasse qualcosa di costruttivo. Fu Lisa, l’unica donna del gruppo, che ci propose a un certo punto di raccontare storie.
Immaginate: quattro ragazzini brufolosi in una camera buia illuminata da poche candele, l’inizio di una storia macabra, il proseguimento con tanto di particolari ad effetto.
Tutto questo fu manna per Silvio, perché le sue storie, spacciate tra l’altro per vere, sembravano fatte apposta per quelle occasioni. Durò per poco, però. Quelle storie non avevano solo la capacità di far rabbrividire, divenivano con il tempo sudori freddi, quindi angoscia, infine terrore. Non so spiegarmene il motivo, ma posso giurare che l’effetto macabro che riuscivano a suscitare in tutti noi era orribile, vero, e lui ci godeva.

Possibile che io, Lisa, Marco e Luca subissimo la stessa influenza? Possibile che il terrore delle storie fosse così reale in tutti e quattro nello stesso tempo?
Me lo sono chiesto tante volte e altrettante non ho saputo darmene ragione. Quello che mi è chiaro oggi è che noi non lo volevamo, non solo perché lo consideravamo uno di noi, ma anche per il suo non velato compiacimento per storie che davano il voltastomaco: chi era in realtà Silvio? Sarebbe stato meglio parlargliene, agire correttamente e in modo chiaro, ma eravamo solo dei ragazzini, perciò scegliemmo la via della calunnia, quella delle mezze parole sussurrate e in breve gli rovinammo la vita.

I giornali parlarono di follia, intossicazione alimentare, allucinazione collettiva e chissà di quanto altro. Dissero che il suicidio era stato conseguente al trauma di un ragazzo che aveva sperimentato con i suoi occhi, per la prima volta, la morte. Nessuno però ha dato importanza alle testimonianze dei sopravvissuti, né alla mia. Furono dette solo menzogne e bugie.
Mi chiedo ancora oggi se non sia stata solo colpa nostra.
Eravamo tutti alla festa di Halloween organizzata dalla nostra scuola e la palestra era colma di ragazzi e professori, tra le mura echeggiavano i frastuoni dell’Heavy Metal che qualcuno aveva indicato come la musica più opportuna all'avvenimento. La maggior parte dei presenti era in costume, taluni ridicolmente truccati, altri piacenti. Ricordo di aver distinto i miei amici con difficoltà: luci basse, musica, trucco pesante.
Quando individuai Marco gli chiesi di Silvio. Sapevo che da quando lo avevamo denigrato si era isolato anche dal resto della classe, non parlando più con nessuno e facendosi vedere poco in giro. Marco invece mi rassicurò. Aveva visto Silvio il giorno prima e gli era sembrato che stesse bene, inoltre, gli riferì che sarebbe venuto alla festa. Mi sentii sollevato perché non ero meno colpevole dei miei amici e confesso che il rimorso per quello che gli avevamo fatto mi rodeva non poco: quale era stata in fondo la sua colpa? Meritava tutte le menzogne che gli costruimmo addosso?
Verso le undici qualcuno gridò.
Non sentii cosa, ma tutti i ragazzi poco dopo il grido iniziarono ad avviarsi all'ingresso, non scappavano, sembravano attratti da qualcosa o qualcuno.
Mi sono chiesto tante volte riflettendo su quel che accadde poi, se quel grido lo avessi udito veramente o fosse stato invece un segnale della mia mente che aveva percepito il pericolo.
I ragazzi all'ingresso formarono un cerchio, in mezzo, Silvio. Fu difficile riconoscerlo, perché non sembrava veramente mascherato. Era deforme, puzzava e colava come fosse stato di cera. Incuteva terrore con gli occhi rossi e allo stesso tempo dava il voltastomaco: era lo specchio delle sue storie. I ragazzi che lo avevano circondato lo guardavano esterrefatti, quasi ammaliati da quello che qualcuno a mezza voce riuscì a definire come il più bel costume della festa. Per me era diverso, avevo paura di lui e non me ne davo ragione. Vidi così la sua bocca aprirsi in mille e più serpi che si scagliavano su di noi lacerandoci le carni, succhiandoci il sangue, per divorarci infine tra urla e sgomenti.

“Ciao” disse invece rivolgendosi al suo pubblico.
Passarono diversi minuti prima che la ressa scemasse e con lei l’interesse per Silvio. Come aveva fatto a truccarsi in quel modo? Lo aveva fatto da solo? Chi vendeva costumi come quello? Queste cose gli chiedevano e a queste lui rispose, sempre cortese, sempre paziente. Probabilmente fu quello l’unico momento in cui Silvio si sentì parte di qualcosa, e forse, era stato quello che avevo chiesto a noi. Non amicizia, quanto l’essere considerato per quello che era.

C’erano ancora un centinaio di persone verso mezzanotte e forse solo una cinquantina se n’è salvata. Marco fu tra i primi a morire. Si accasciò a terra come ubriaco e io pensai che lo fosse. Mi accorsi solo dopo che respirava a fatica e preso dal panico mi avvicinai chiedendogli stupidamente se stesse male. Non mi ha mai risposto. Crollò, mentre una membrana gialla iniziava a ricoprirlo dalla testa ai piedi. Gli veniva fuori dalla bocca, dal naso e dalle orecchie in una specie di vomito che lo soffocò. In poco tempo tutto il suo corpo era racchiuso in un bozzolo viscido e maleodorante, un bozzolo che era della fattura e del fetore del costume di Silvio. I miei tentativi di soccorrerlo furono inutili, troppa la paura, troppo lo sconcerto. Intanto, altre urla si confondevano alla sempre assordante musica e voltandomi vidi che la stessa membrana stava attaccando molti altri. Fu il panico. I ragazzi si riversarono all'unica uscita mentre i professori gridavano di mantenere la calma, tanti morirono calpestati, ma per la maggior parte ci fu l’atroce morte a opera di quella sostanza che Silvio aveva scatenato.
Lui, in tutto ciò, restava impassibile al centro della palestra, come se quello che accadeva fosse solo parte della storia che stava raccontando. E mi fissava. Sentii al braccio la mano di Luca che mi esortava a scappare, ma ero terrorizzato, non riuscivo a muovermi e senza nemmeno rendermene conto rimasi solo tra i cadaveri. Fu allora che Silvio si avvicinò a me piangendo con gli occhi iniettati di sangue. Pensai che mi avesse risparmiato solo per una fine più atroce, più crudele: non ero forse io il capo del gruppo che lo aveva ridicolizzato? Ma perché piangeva?
“Volevo solo la vostra attenzione” disse, “Era troppo?”.
Io non risposi.
“So cosa pensate di quelli come me, ma credevo di essere riuscito ad abbattere i vostri stupidi muri. Cosa sono? Un mostro? È questo che vedi, non è vero?”.
Si voltò avviandosi all'uscita, poi si fermò, “Alla fine di certe storie, i mostri muoiono sempre” disse, quindi uscì.
Non so quanto tempo passò prima che riuscissi a muovermi. Ero terrorizzato e continuavo a credere che Silvio sarebbe tornato per uccidermi. Intorno a me c’erano i cadaveri racchiusi in quegli orrendi bozzoli e credo che fu la loro puzza a costringermi a uscire. In testa l’eco delle parole di Silvio mi tormentava: che significato potevano avere? Che mi avesse voluto dare una lezione? O era tutto un assurdo scherzo?
Fuori, la prima cosa che notai fu il suo corpo appeso a un ramo di un albero. Si era impiccato.
Erano circa le due del mattino quando arrivarono le prime ambulanze con la Polizia a seguito. Io ero sotto l’albero a cui Silvio aveva donato la propria vita chiedendomi ancora una volta se tutto quello non fosse solo il copione di uno scherzo grandioso. Lui penzolava alla luce della luna piena e sembrava un fantoccio in quella notte di Halloween.

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