scrivi

Una storia di LucaNesler

LUX

200 visualizzazioni

11 minuti

Pubblicato il 16 dicembre 2018 in Humor

Tags: #roma #scrittura #storico

0

Il sole ardeva spietato sulle pietre che lastricavano la via Appia. Gaio Tito Gallo procedeva lentamente tra le folate di polvere secca, dietro al suo schiavo che, forse proprio per quella sua carnagione più scura, non pareva soffrire l'arsura.

«Rallenta Pero! Stupido somaro ispanico, non vedi quanto mi sto affaticando? Per Giove! Se non fosse per la maledetta legge cornelia...»

«Si, dominus.» rispose lo schiavo fermandosi e posando a terra uno sgabello pieghevole.

Il romano si sedette e cominciò a sventolarsi con un lembo della tunica.

Quella mattina molta gente andava e veniva tra la città e le campagne. D'un tratto il rumore di un cavallo scalpitante giunse all'orecchio di Tito Gallo che si voltò istintivamente per vedere chi stesse giungendo. Un moto di stizza lo colse notando Massimo Giulio avvicinarsi su un elegante carro da passeggio. Questi fece cenno al servo di fermare il calesse.

«Ave, Tito Gallo!»

«Ave, ave.»

«Come va? Anche tu di ritorno dall'Urbe?»

«Già.»

«Bella giornata, non trovi?»

«Un po' troppo calda per me.»

Massimo Giulio rise e guardò il cielo limpido con un sorriso compiaciuto.

«Hai ragione. Forse non accuso tanto la calura perché non me ne vado a piedi come te. Fai bene, così ti tieni in forma, alla tua età.»

Tito Gallo si voltò cercando di trattenere una smorfia. Quanto lo infastidiva quello sbruffone del suo vicino. Aveva solamente due doppi iugeri di terreno più di lui, ma questo lo faceva sentire un senatore di Roma. Ora se ne stava lì, impettito sul sedile di quel carro dalla vernice lucente e le finiture brillanti a sfotterlo.

«Lo farei anch'io, sai?» proseguì Massimo Giulio «Ma dovevo portare a casa questo essedum.»

«Non è il tuo solito calesse.»

«No, infatti. Mi è stato donato questa mattina da Valerio Franco in persona!»

«Il console?»

«Proprio lui.»

«Regalo generoso.»

«Sì, ma non pensare male: la politica non centra.»

«E chi pensa niente?»

«Me l'ha donato perché è un amante della lirica. Ha ripagato un mio scritto. Una raccolta di memorie di alcune mie vicissitudini.»

«Davvero?» chiese Tito Gallo incredulo «Solo per quattro parole scritte su un papiro?»

«Era una pergamena. Ed erano ben più di quattro. Il Console ha davvero buon gusto per l'arte e la filosofia.»

«Sì, sì. Buon per lui. Ora scusami, ma la strada è ancora lunga.»

«Certo. Ti darei un passaggio, ma non c'è posto. È un bel calesse, ma è piccolo. Salute a te, oh Gallo!»

«Sì, sì. Salute.»

L'essedum di Massimo Giulio ripartì sollevando la polvere della strada in pigre nuvole marroni. Tito Gallo tossì coprendosi la bocca, poi si alzò e riprese la marcia. Mentre arrancava, il suo schiavo raccolse lo sgabello, lo richiuse e se lo caricò in spalla.

«Quel borioso babbeo!» disse il romano dopo poca strada «Dì, Pero, hai mai veduto un uomo più vanitoso di quel Massimo Giulio? Oh, io no davvero.»

«Sì, dominus.»

«Dovresti tenerti alla larga da gente così, te lo dico io.»

«Sì, dominus.»

«Si crede tanto importante perché coltiva fave! Cos'avrebbero i miei lupini da invidiare alle sue fave? E ora ha un nuovo carretto. Bella roba. Bravo.»

Tito Gallo calciò un ciottolo che ruzzolò tra i cespugli a lato della strada.

«E solo perché ha scritto qualche ridicola storiella su di sé. Immagino gli sia riuscito bene, visto quanto è innamorato di se stesso. Peggio di Narciso! E quel fesso di Valerio Franco se l'è comprato, il suo scritto. Non è ridicolo, Pero?»

«Sì, dominus.»

«Oh, ma tu che ne capisci? Scommetto che non sai nemmeno scrivere.»

«Io so scrivere, dominus.»

«Sta' zitto.»

«Sì, dominus.»

«Una cosa del genere saprei farla io stesso. Anche se non scrivo da quando ero un fanciullo. Intendo scrivere liriche. Roba da svagati perdigiorno. Io ho da lavorare! Sai che accadrebbe se nessuno più lavorasse la terra e ci si mettesse tutti a cantare lodi e rimirare bellezza? La Repubblica Romana cadrebbe nel giro di una settimana, te lo dico io!»

«Sì, dominus.»

«Sì dominus, sì dominus! Ma non sai dire altro, brutto somaro?»

«Sì, dominus. Cosa vuoi che dica?»

«Oh, sta' zitto.»

La coppia di uomini deviò per la strada secondaria che portava alla campagna dove Gaio Tito Gallo aveva il suo orto. Certo, non era la coltura più redditizia, ma era un buon terreno.

Arrivarono alla villa. Flavia, la moglie del romano, uscì dal vestibolo per andare in contro al marito.

«Hai fatto buoni affari, marito mio?»

«Impicciati dei fatti tuoi, donna.»

«Che umore nero.» commentò Flavia scostandosi per lasciar entrare il marito in casa, poi si rivolse allo schiavo «Che è successo?»

«Abbiamo incontrato Massimo Giulio sulla strada. Aveva un bel carro nuovo.»

La donna strinse i denti e gemette.

«Per Giunone. Ne avremo per una settimana almeno.»

Tito Gallo misurò l'atrio a grandi passi e si fermò sotto il cavedio da cui la luce del pomeriggio si spandeva generosa per tutte le stanze. Di fronte a lui, dall'altarino del larario, le immagini dei suoi antenati lo giudicavano, come sempre. Lanciò le mani in aria con un rassegnato disprezzo ed entrò nel tablinum, girò attorno al tavolo di pietra e si sedette sulla sedia facendo cigolare il vimini intrecciato.

«Che ci vuole a scrive quattro parole!»

«Cosa ti angustia, Gaio, marito mio?»

«A me? L'ingiustizia! Massimo Giulio ha imbrattato una pergamena e Vittorio Flavio gli ha donato un essedum luccicante come un gioiello greco!»

«Non essere invidioso, Gaio. Anche se il tuo orto non è apprezzato a Roma, tu sei stimato.»

«Smettila di starnazzare come un'oca, donna! La coltura non c'entra! È la cultura l'argomento di discussione ora. Vittorio Flavio butta i suoi denari in simili facezie? Bene! Ne approfitterò proprio come ha fatto quel delinquente! Pero! Portami una pergamena!»

Lo schiavo arrivò di corsa e si fermò davanti al tavolo.

«Non abbiamo pergamene illibate, dominus.»

«Cosa? Flavia, perché non abbiamo pergamene?»

«Hai scacciato quel mercante dicendo che non ti servivano vecchie pelli di animali morti, ricordi?»

«Ah, sì. Bene, allora dammi un rollo di papiro.»

«Non preferisci una tabula, dominus?» chiese Pero titubante.

«Cosa? Ti aspetti che porti un testo al console scritto nella cera che usano i bambini? Pero! Che Ade ti prenda, ringrazia la legge cornelia che non ti posso ammazzare!»

«Sì, dominus.»

Flavia sbuffò.

«Gaio, non andare in collera. Le tabulae non le usano solo i bambini. Non è il caso di infervorarsi per...»

«Lasciami in pace, donna! Vai a occuparti delle tue frivolezze!»

La donna sollevò le sopracciglia in un'espressione di eloquente fastidio, ma si voltò e lasciò il tablinum in silenzio.

«Allora? Questo rollo di papiro?» gridò Tito Gallo allo schiavo.

«Dominus, abbi pazienza, ma non abbiamo rolli. Ci è rimasto un solo foglio oltre alle tabulae.»

«E dammi questo foglio allora!»

Lo schiavo si mosse rapidamente, si portò tra i rotoli dell'archivio dove erano conservati unicamente gli atti di proprietà e di vendita ed estrasse da uno scomparto un largo foglio arrotolato su se stesso. Lo posò sul tavolo di fronte al padrone, poi si spostò per prendere l'inchiostro e una piccola canna incisa.

«Ed ecco il calamus e l'atramentum, dominus.»

«Bene. Ora vattene a lavorare e fa' che nessuno mi disturbi.»

Lo schiavo fece un leggero inchino e lasciò il padrone al suo lavoro.

Tito Gallo sputò sul blocco di inchiostro e ci passò la punta del calamus, poi lo portò sul foglio.

«Non c'è molto spazio» pensò «meglio così.»

Rimase un po' a pensare. Come poteva cominciare la sua opera? Passò quasi un'ora prima che si decidesse e dovette bagnare nuovamente l'atramentum per attingerne ancora con la canna.

“Narrerò della mia giovinezza” scrisse.

Annuì compiaciuto, poi tornò a pensare al proseguo. Pensò e ripensò, intanto il sole cominciava a tagliare lateralmente il cavedio rendendo l'ambiente man mano più scuro e la luce più arancio.

«Pero! La lucerna!»

Lo schiavo accorse con una lampada ad olio e la posò sul tavolo. Una luce calda e brillante tornò ad illuminare la superficie giallognola del papiro, ma la mano di Tito Gallo continuò a tamburellare sul ginocchio mentre il padrone cercava le parole giuste per proseguire col suo scritto.

Si alzò e cominciò a recitare a mezza bocca le auliche frasi da tracciare perennemente nella memoria della storia. Le sfumature, tanto importanti, continuavano a suggerirgli nuove parole e diverse espressioni per far meglio intendere a Vittorio Flavio, vero destinatario dello scritto, ciò che il suo cuore da poeta intendeva davvero comunicare.

Durante il fervido processo poetico notò appena sua moglie venire a dire qualcosa, ma la liquidò rapidamente con un cenno della mano e lo stesso fece più tardi con Pero.

Il tempo corse rapido e presto venne la sera. Delle nubi dense giunsero a coprire la luna rendendo la notte scura come pece. La fiamma nella lucerna traballò e il romano, ridestato dal flusso fluido dei suoi pensieri, gridò:

«Pero! Olio!»

Lo schiavo accorse con una piccola anfora di bronzo e versò un poco di olio di noce dentro la lampada.

«Tutto qui?»

«Non ce n'è molto, dominus. Se vuoi vado ad attingere alle giare nel magazzino.»

«Ma che ora è?»

«È tardi, dominus. Già tua moglie Flavia si è coricata e le luci sono spente. Dormono tutti in casa.»

«Capisco.» disse Tito Gallo con tono sostenuto «Allora va' pure a dormire anche tu. Io starò sveglio ancora un po'. Mi posso arrangiare.»

«Grazie, dominus. Buon riposo.»

Lo schiavo scivolò via silenzioso e l'uomo si risedette per tornare a scrivere. Tracciò alcune lettere. Mentre scriveva sentiva il fuoco dell'ispirazione. Sentiva il ricordo della vita passata posarsi sul papiro per rimanere indelebile. Un fervore nuovo, mai provato prima.

Si fermò prima di scrivere ancora e pronunciò a bassa voce le ultime parole per saggiarne l'effetto drammatico.

Di nuovo il tempo gli sfuggì dalle mani e non si accorse di quanto era trascorso da quando aveva congedato Pero. Una leggera brezza lo fece rabbrividire passando tra le stanze e facendo ondeggiare le tende e la fiamma della lucerna. Solo allora si accorse che questa stava affievolendosi rapidamente. L'olio era finito.

Afferrò la piccola anfora di bronzo, ma era vuota.

«Pero! Olio!» gridò.

Silenzio.

«Pero!»

Tutti dormivano e non un suono proveniva in risposta al suo richiamo dal resto della casa immersa nel buio più scuro. La fiammella tremolò incerta.

«Qua rimango al buio! Che tu sia maledetto, Pero! Schiavo dormiglione e malfidato! Se non fosse per la cornelia...»

Sollevò la lampada e cominciò a guardarsi attorno, finché trovò una vecchia candela, regalo di nozze per Flavia. Si trattava di una funalia di cera d'api. Un oggetto pregiato da non usarsi alla leggera, ma l'uomo considerò che non avrebbe concluso le sue memorie, se non l'avesse accesa. No, la fiamma dell'ispirazione non si sarebbe spenta! Ora che si sentiva tanto ardito, comprendeva l'euforia poetica che, talvolta, aveva sentito divinizzare da cantori e filosofi.

Prese la candela e, senza pensarci un momento di più, la inclinò sulla fiamma morente. Un nuovo lume illuminò la stanza, meno forte e lucente, ma comunque sufficiente a scrivere. Si sedette e riprese il lavoro.

Mancavano le ultime parole e di nuovo lo sforzo di cercarle lo rapì. La cera colava sulla lucerna di argilla spenta usata come candelabro improvvisato.

Dall'esterno arrivò il sibilo di un vento più forte che lo fece trasalire. Pareva di udire come un lamento nell'aria.

«Un lemure.» bisbigliò tra sé e sé «Che sia uno spirito tornato per farmi impazzire? Geloso della mia opera! Ora che sono un poeta anch'io verrò colto dai deliri dei grandi pensatori!»

Trattenendo un brivido finì di scrivere e si dimenticò degli spettri. Infine lesse soddisfatto:



“Narrerò della mia giovinezza, trascorsa fugace come l'acqua del Tevere. Mio padre coltivava lupini, come suo padre prima di lui e il padre di suo padre. Fu un lontano antenato a mettere la coltura a lupini e, mio nonno, soleva dire che aveva ricevuto l'appezzamento di terra da Romolo in persona. Ora anch'io coltivo lupini.”


Gonfiò il petto e annuì fiero. In quel momento la luce ebbe un tremito violento e Tito Gallo si volse a controllare lo stoppino. La candela era giunta alla sua prossima fine.

Un tuffo al cuore lo sorprese in un istante di puro terrore. Presto sarebbe rimasto al buio. Avrebbe potuto prendere altro olio dai magazzini, ma questo significava attraversare la casa senza alcun lume, rimanendo facile preda degli spettri dei defunti che in vita furono malvagi e che Gaio Tito Gallo temeva fin dalla più tenera infanzia.

Perché non l'aveva fatto prendere a Pero quell'olio? Perché aveva trascurato una cosa tanto importante?

Guardò la candela morente. Doveva trovarne un'altra prima che fosse troppo tardi. Frugò dove la luce gli permetteva di controllare, ma, in fondo, sapeva di non avere altre candele. La fiamma vacillò e si rimpicciolì, allora Gaio Tito Gallo agì d'impulso.

Afferrò il suo scritto, lo arrotolò rapidamente e lo posò sopra la fiammella.

La luce si ravvivò e il romano sentì la stanchezza per la prima volta in quella notte. Guardò la fiammella spegnersi e sentì il calore del fuoco nella mano. Non poteva stare ancora là dentro, ma tanto non aveva più nulla da fare. E mentre passava nell'atrio per raggiungere il suo cubicula ripensò alla giornata spesa a scrivere, osservò il papiro che bruciava nella sua mano destra e fece un verso di disprezzo.

«Tanto non era un granché»

Di fronte al letto lo lasciò cadere, lo calpestò per estinguerlo e si coricò. Nel buio sentì il sonno sopraggiungere in fretta.

«Domani chiederò a Pero di dare una bella pulita prima che Flavia se ne accorga. E di comprare della pergamena, dei rolli di papiro e delle candele. Delle maledette candele. Stupido Pero. Se non fosse per la cornelia...»



FINE




kablanca.com


Nessuno ha ancora commentato, sii tu il primo!

Ottimo! Visita la libreria per gestire i tuoi magazine

×
!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×