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Una storia di OrnellaStocco

Una storia lunga quattro stagioni

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6 minuti

Pubblicato il 11 novembre 2018 in Altro

Tags: #autunnoinvernoprimaveraestate

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Nei colori dell'autunno mi tuffo, mi inebrio, mi espando, ne inspiro i profumi, respiro l'essenza.
Di rosso e di giallo si accendono le foglie, silenziose lasciano i rami che per mesi le hanno sostenute, nutrite, mentre leggiadre come piume poggiano per terra formando soffici tappeti che calpesto come un gioco.
Di ruggine e marrone si colorano le colline mentre la montagna si veste di nuvole basse, grigie, minacciose di pioggia. Le castagne, raccolte nel bosco con antichi cesti, vengono arrostite sulla vecchia cucina a legna spandendo in tutta la casa profumo di bosco, di muschio che si confonde con l'aroma del vino nuovo e dell'uva polposa che mani esperte ha strappato ai suoi tralci.
Le giornate si ritirano concedendo, un sole addolcito e struggente nei tramonti che tolgono il respiro.
Nel mio camminare lungo il sentiero con il torrente rumoroso, scorgo gli ultimi teneri ciclamini che non raccolgo ma ne assaporo il profumo intenso lasciando che i miei occhi si riempiano della loro semplice, straordinaria bellezza.
Poi arriva il vento, impetuoso scuote i rami lasciandoli spogli e liberi di accogliere il gelo dell'inverno che senza invito si ripresenta ogni anno vestito di bianco. Sciarpe e berretti coprono i volti dei bimbi mentre osservano il fumo denso che esce dai camini chiedendosi, nell'innocenza dell'infanzia, come sia possibile che un uomo grosso, vestito di rosso possa scendere da lì senza bruciarsi, senza annerirsi come in tempi remoti gli spazzacamino. Non importa, con gli occhi pieni della loro fanciullezza, corrono felici sulla neve trascinando vecchi slittini di legno consunto dal tempo e dal gelo, costruiti con amore dai cari nonni che felici guardano, chi dal cielo, chi sorretto dal bastone, gli amati nipotini.
Le giornate sono più corte e la sera arriva presto, tutti in casa, al caldo, nell'attesa che la luce ritorni e il sole ci illumini. Ancora una volta.
Cammino per il sentiero che mi porta in cima al colle; annuso l'odore del tempo, dell'aria, del vento e del sole. Inverno è arrivato. Sento, sotto le scarpe pesanti, il terreno indurito da notti di ghiaccio. Il silenzio avvolge il bosco, lo sguardo lontano raggiunge i monti imbiancati che si stagliano contro un cielo freddo e limpido.
I colori dell'inverno sono taglienti come il vento gelido che sembra voler trafiggere il giubbotto ben pesante ma arrendevole sotto l'aria sferzante. Mi stringo di più la sciarpa al collo e abbasso il berretto di lana appena sopra gli occhi. Da quella piccola finestra che si apre, ora tra i rami spogli e più in là sui campi incanutiti, osservo la natura silenziosa, sonnecchiante come un gatto acciambellato che si gode il tepore di fronte al camino acceso. Tutto dorme.
Mi soffermo ad ascoltare il silenzio di un gennaio che non vuole passare, che non vuol finire. Nel ritorno verso casa, mentre è quasi buio, mi vedo bambina con i guantini di lana e la sciarpa rossa.
Sentivo tanto freddo mentre mia mamma mi portava a casa. Era venuta, come sempre, a prendermi a scuola con la sua bicicletta. Il mio cappottino era corto e il ferro del portapacchi gelato; non volevo salire. Il ferro freddo mi avrebbe fatto male e fatto sentire ancora più freddo. Tornammo a casa a piedi.
Mia mamma teneva la bicicletta per mano mentre io camminavo davanti a lei; piangevo perché avevo freddo e perché la mamma si era arrabbiata. Non vedevo l'ora di arrivare a casa, la stufa accesa mi avrebbe subito riscaldata; una tazza di latte caldo attendeva il mio ritorno. Con sorpresa notai che le lacrime si erano fermate; non come al solito che cadevano per terra, no, quel giorno faceva talmente freddo che le lacrime smisero di scendere. Due goccioline ghiacciate sulle mie guance attendevano di sciogliersi al calore della stufa. Finalmente a casa! Il caldo e l'odore della legna mi accoglievano nell'abbraccio familiare che ritrovo nei miei giorni con la cara vecchia stufa a legna; la stessa della mia infanzia.
La stagione fredda è alle ultime battute, le brinate notturne si attenuano allentando la morsa del gelo. Sembra non voglia finire mai, poi, all'improvviso, una mattina usciamo e sentiamo un alito di vento meno freddo, il sole più tiepido e tutto sembra risplendere di una luce nuova e diversa. E la primavera, quasi inattesa, ci appare come la visione di un tempo tanto desiderato. Abbiamo voglia di colori allegri, di profumi intensi di rose e fiori di campo. Abbiamo voglia di sfilarci i maglioni pesanti e mettere scarpe leggere per camminare meglio lungo il sentiero, sulla terra morbida mentre gli alberi da frutto esplodono dei colori più belli da sembrare pennellate improvvise qua e là.
Esiste cosa più grandiosa della primavera?
Tondeggianti i declivi vestono le sfumature del verde mentre i monti maestosi sembrano proteggere, con la loro possente ombra, ogni cosa. La primavera ci inebria con i suoi colori e i suoi profumi e ci invita a goderne, prima che tutto, ancora una volta, si trasformi lasciando che i frutti prendano il posto dei fiori, che l'erba diventi troppo alta e il sole troppo cocente.
La primavera è lo spettacolo naturale a cui noi tutti possiamo partecipare senza nulla pagare ma solo ringraziare per tanta straordinaria bellezza. Quale rappresentazione naturale ci riempie di più i polmoni di aria pura, gli occhi di colori accesi e l'odorato di profumi inebrianti?
Non esiste niente di più bello!
Mi emoziono nell'osservare il giallo tenue delle primule costringendomi a una specie di gincana per non calpestarle, mi affretto sul sentiero costeggiato dai verdi prati. Il silenzio invernale ha lasciato posto al cinguettio degli amici che nel cielo terso allegri se ne vanno. La gente sembra più allegra, le giornate si allungano, preludio alla stagione più calda che sta per arrivare.

Giugno è già qua; sembrava ieri tuffata dentro al mio giaccone con solo gli occhi scoperti, aperti nel freddo e nei colori grigi dell'inverno.
Luglio si impone con forza, senza paura e senza rivali, ora tutto è compiuto, la natura è esplosa regalandoci tutto quello che poteva. Il sole si fa più splendente e caldo per maturare i frutti, scaldare l'erba soffice ove riposare dopo lunghe passeggiate tra stretti sentieri che attraversano pianure verdeggianti macchiate dai fiori di campo ondeggianti nella lieve brezza arrivata, come un ristoro, dalle amate cime che si stagliano in cieli azzurri.
Il caldo mi permette di entrare nell'acqua fresca del torrente meno irruento, docile e silenzioso nella calura estiva dove anche cervi e cerbiatti trovano la freschezza dell'acqua e lo stupore del mio sguardo mentre estasiata li osservo senza muovermi, senza fiatare, per non perdere nemmeno un attimo della loro bellezza. Un fruscio, un piccolo rumore, forse uno scoiattolo spaventa i miei amici che, con un balzo spariscono nel folto della boscaglia.
Mi sento sola senza la loro presenza che per un attimo ha riempito la mia vita; ho visto quegli occhi scuri e mi sono commossa. Adesso sono cresciuta; le lacrime scendono libere di cadere.

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