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Una storia di LuigiMaiello

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"Sul silenzio. Fuggire dal rumore del mondo" di Le Breton

Perché il silenzio oggi è un bene comune da riconquistare.

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7 minuti

Pubblicato il 22 ottobre 2018 in Recensioni

Tags: #recensione #silenzio #societ #sulrumore

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"un gatto che rende ancora più grande il silenzio strofinandosi lungo le file dei libri"


Rainer Maria Rilke



Il rumore è sempre con noi, accompagna la vita personale e collettiva.


Tra messaggi, chiamate, pubblicità, notifiche e tanto altro ancora, siamo immersi costantemente in un flusso di rumori, come mai era successo nelle epoche precedenti.

La parola prolifera in ogni contesto e sembra non essere in grado di tacere, correndo il rischio di non essere ascoltata. È la parola dei media, dei social network e degli smartphone che in molti casi sembra attivare una comunicazione unidirezionale, dove l’unica preoccupazione è parlare per essere ascoltati da qualcun altro, senza però ascoltare.

Gli altri esistono solo in quanto ricettori dei nostri messaggi. E così dalla conversazione (e comunicazione) passiamo alla pura connessione.

Il solo silenzio possibile per questo tipo di comunicazione è legato a un guasto tecnico, a un’assenza invece che a un’esigenza di interiorità.

"Sul silenzio. Fuggire dal rumore del mondo"


Di questa nuova esigenza di fuggire dal rumore della società contemporanea parla David Le Breton nel suo saggio “Sul silenzio. Fuggire dal rumore del mondo”, edito dalla Raffaello Cortina Editore.


“Quando la presenza basta a se stessa,

non c’è alcun bisogno di popolare il tempo di parole”.


Davide Le Breton ci mostra come il silenzio sia oggi un bene comune da riconquistare, nella conversazione, nella dimensione politica, nella spiritualità e nella religione.

Ce ne mostra i vari aspetti facendoci capire come porti con sé anche un carico di ambiguità e una miriade di significati che variano in base ai contesti politici, sociali e culturali.

Parole e conversazione

Pause e silenzi assumono sempre un significato, ma il silenzio in sé non significa nulla, è sempre definito da un rapporto.

In una conversazione ci sono dei tempi per la parola e altri per le pause, in un’alternanza che varia da un luogo all’altro, a seconda delle consuetudini sociali e culturali.

Così, se in alcuni casi le pause possono consentire una migliore comprensione, dall’altro un silenzio prolungato può essere associato a una persona taciturna, o può segnalare indifferenza o presunzione di superiorità.


“Oggi fa più caldo di ieri”, “Quest’autobus non passa mai”, sono solo degli esempi di frasi che pronunciamo pur di non rimanere in silenzio.

In queste situazioni preferiamo essere banali, perché stare senza parlare per troppo tempo con persone che conosciamo ci crea disagio.


È quello che accade anche alle feste, dove spesso il padrone di casa di turno gira tra le persone per incentivare la chiacchiera, o per far emergere punti in comune tra gli ospiti.

Ritornare alle cose semplici

Tv e radio sempre accese, per non parlare dei pc e degli smartphone che ci tartassano con le loro notifiche. Il traffico nelle ore di punta. Gli elicotteri nel cielo, il citofono, le sirene degli allarmi… parole, rumori e suoni vengono emanati da tutte le fonti.

Per questo in molti desideriamo una tregua, il ritorno alle cose semplici, alla possibilità di percepire i suoni della natura, ma anche la capacità di fermarsi a riflettere su stessi.

Non è un caso se proprio in questo tempo va veloce, stiamo rivivendo la riscoperta di alcune pratiche come la meditazione o le lunghe camminate all’aria aperta.

“Il camminatore crea una distanza tra sé e il rumore del mondo, per immergersi di nuovo nel mare di silenzio offerto da una foresta, un sentiero, un deserto…”

Il silenzio è diventato una merce rara, così fioriscono proposte turistiche che promettono paradisi di quiete e comunicazioni che pongono l’accento sulla poca rumorosità di nuovi autoveicoli, elettrodomestici, attrezzi per l’uso quotidiano.

Dopo l’era dell’industrializzazione sembra sorgere svilupparsi l’industria dell’insonorizzazione.


In questa parte del libro ci sono dei passaggi in cui mi riconosco:

«Io il silenzio lo trovo camminando. In una società competitiva, flessibile e piena di stimoli come la nostra fermarsi per capire e prendere delle scelte in una dimensione intima è necessario».

Silenzio e controllo.

Il silenzio secondo Le Breton deve diventare un bene accessibile a tutti, ma deve essere sempre una scelta e mai un obbligo.

L’autore evidenzia che spesso la parola è monopolio o priorità che avvantaggia il detentore del potere o dell’autorità gerarchica.

“La possibilità di zittirsi va perduta quando una società è soggiogata e ridotta al silenzio: controllo della popolazione, imprigionamento, esilio, messa in quarantena sono tutti mezzi per condannare la parola alla perdita di significato, alla solitudine.

Basti pensare al caso estremo dei regimi territoriali in cui viene “tolta la parola”, anche con l’eliminazione fisica, a tutte le opposizioni.

Oppure ci sono situazioni in cui le parole non bastano per descrivere una tragedia o per raccontare l’indicibile. Ci sono alcune cose che non si possono spiegare con le parole.


Così Primo Levi racconta la disperazione di Auschwitz:

«Il cielo sopra di noi era silenzioso e vuoto: lasciava sterminare i ghetti polacchi, si faceva strada in noi l’idea che eravamo soli...». E ancora: «ci guardavamo senza parola».

Elie Weisel, ne La Notte, il suo resoconto autobiografico in cui racconta la sua esperienza di prigioniero e superstite nei campi di concentramento di Auschwitz, ha scritto:

il mondo civile sapeva;

e il mondo civile stava in silenzio

Spiritualità e silenzio

Un capitolo viene riservato al rapporto che le varie religioni intrattengono con il silenzio.

Mentre per la religione cristiana la quiete è necessaria per avvicinarsi, e poi entrare in contatto con Dio, per i musulmani l’attaccamento al Corano e alla lingua araba, considerata la lingua di Dio, privilegia la parola nella relazione con il divino. Anche qui sono però necessarie delle pause affinché il credente si lasci meglio penetrare dal testo.

L’ebraismo invece intrattiene col silenzio lo stesso rapporto della religione cattolica.


Particolare rilievo assume poi il silenzio nella tradizione orientale e nel pensiero buddhista, dove l’Essere si dissolve nel nirvana, forma del silenzio assoluto.

Qui l’arte dello zen viene insegnata attraverso l’intelligenza di un discorso, bensì sotto l’egida di un maestro.

“A differenza di altri sistemi religiosi, nei quali la conoscenza è un’accumulazione, lo zen è una privazione, una rottura, un abbandono negli antichi saperi della vita corrente, un distacco pacifico”

Con dei riferimenti letterari come Lo zen e il tiro con l'arco di Herrigel e Il libro del tè di Okakura, Le Breton ci mostra la differenza della cultura occidentale rispetto a quella giapponese.


Le tradizioni orientale, in definitiva, conoscono una musica silenziosa silenziosa al di là dei sensi, che invita al raccoglimento e a intraprendere un cammino interiore.

Aspirare al silenzio.

Nell’ultimo capitolo, intitolato proprio “Aspirare al silenzio”, Le Breton ci spiega come in definitiva il silenzio assoluto non esiste, un mormorio c’è s’è sempre, ma alcuni luoghi o situazioni ci danno comunque la sensazione di un avvicinamento alla quiete:

“un soffio di vento tra gli alberi, una sorgente d’acqua che si fa strada tra le pietre, un torrente che giunge a lambire la sabbia… il salto di una carpa sulla superficie del lago o lo scricchiolio di una pigna sotto il sole danno sollievo al silenzio. Il loro manifestarsi accentua la sensazione di pace emanata dal luogo”.

Il silenzio a seconda dei casi serve ad esprimere il dolore meglio di qualsiasi parola, e diventa una colpa quando non si ha il coraggio di parlare o di ribellarsi.

Può essere utile, quando c’è qualcosa che è meglio non rivelare, o pericoloso quando esprime ubbidienza e sottomissione.

Può essere complice in una coppia in cui bastano un gesto uno sguardo per farsi capire.

C’è poi il silenzio saggio di colui che sa ascoltare, là dov’è utile e necessario, prima di parlare.

C'è il silenzio che provoca paura, come quello di un una stanza al buio.


Però anche il rumore può essere un modo per isolarsi, come avviene, ad esempio, con l'ascolto continuato di musica ad alto volume nelle cuffie. Qui sarebbe il silenzio a diventare fastidioso.

L'importante, e Le Breton ripete più volte, è avere la possibilità di scegliere.

Il silenzio è pensiero, quando ne parli non c'è più.

Il silenzio è scrivere, leggere, è il libro, è lo schermo, pieni di parole mute e silenziose.

Il silenzio è lo spazio che la parola inter-rompe, divide in blocchi insinuandosi nei suoi interstizi.

David Le Breton
David Le Breton

L'AUTORE – DAVID LE BRETON


David Le Breton, sociologo e antropologo, insegna all'Università di Strasburgo.

Con Raffaello Cortina Editore, nella collana "Scienza e idee", ha pubblicato "Il sapore del mondo. Un'antropologia dei sensi" (2007), "Esperienze del dolore. Fra distruzione e rinascita" (2014), "Fuggire da sé. Una tentazione contemporanea" (2016) e "Sul silenzio" (2018).


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