scrivi

Una storia di utente_cancellato

Questa storia è presente nel magazine La raccolta dei frammenti

Il sogno di un'animo di Metallo

Sfidando i suoi creatori, un Robot affronta un lungo e deleterio percorso per poter realizzare il suo più grande desiderio.

153 visualizzazioni

9 minuti

Pubblicato il 09 ottobre 2019 in Avventura

Tags: #robot #ambizioni #dolore #ricordi #umanit

0

Gli umani si mostrarono nel perimetro, raggiungendo la sua posizione a passo estremamente spedito. Affaticati, come se scappassero da un terremoto, o da un esercito intenzionato a ucciderli, erano chiaramente ansiosi per la decisione che aveva preso, quella che li fece preoccupare per la sua salute e, soprattutto, terrorizzare per i loro possibili investimenti che sarebbero potuti andare in fumo, al minimo incidente.


Arrivarono in pompa magna, quindi, decisi a spegnere il suo sistema pur di evitare qualsiasi problema costoso, con persino tutte le “armi” a loro disposizione schierate per compiere la soluzione finale, quella che lui aspettava di ricevere sin dal primo passo effettuato nella sezione eolica della base e che, era certo non avrebbe mai potuto evitare, nemmeno con la più convincente scusa per giustificare la sua presenza lì.


Era finita per lui, in pratica. Era arrivata la fine dei giochi o, nel suo caso, della programmazione. Poco importava per la sua mente digitale, dopotutto, perché comunque il suo obiettivo lo aveva realizzato.


L'aerogeneratore, o “pala eolica”, tanto desiderato dalle sue priorità personali era davanti ai suoi occhi robotici, lì, in tutta la sua tecnologica imponenza. La ammirò con enorme interesse, nei suoi movimenti lenti con fluide rotazioni orarie, che seguivano poeticamente il vento di quella valle desolata, effettuate con una precisione seconda solo a quella degli orologi da polso tanto amati dagli umani, che seppur obsoleti in tutto e per tutto erano comunque affascinanti. Le dimensioni sembravano tagliare il limite del cielo, arrivando talmente oltre il suo raggio di azione visivo da sembrare allungarsi sempre più verso l'alto, come per voler raggiungere lo spazio.


Si poteva definire una visione maestosa sotto tutti i punti di vista, forse non la più apprezzabile per un essere in carne come i suoi padroni, ma che per un essere digitale come lui, il semplice Mangle della base militare Ovest, unità robotica addetta allo spostamento ignorante di merci pesanti, era qualcosa di cui era impossibile non rimaner affascinati.

Fu un'esperienza nuova per lui, in tutto e per tutto, ma non poteva essere altrimenti.


Il piccolo robot per lo scarico delle merci passò anni interi simulando la grandezza di quella tecnologia, in particolare la turbina numero dodici del settore due, la più grande tra i venti presenti nel perimetro. Una passione coltivata in segreto, dentro la sua memoria sempre in scrittura e analisi, tenuta in vita come un enorme e prioritario obiettivo: vedere da vicino la sua turbina, toccarla con mano, analizzarla, sentirla veramente sotto i suoi sensori e, quindi, sentirsi felicemente realizzato, per quanto un robot possa essere in grado di provare felicità o realizzazione. Fu una sua “voglia digitale” vecchia di venti anni, ventidue anni e sei mesi per essere precisi, approfondita sin dal primo giorno di attivazione della sua scheda madre, quando ancora era incastonata dentro un case da computer fisso, per poi proseguire lungo la sua carriera di robot effettivo, con gambe e braccia piene di pistoni e muscoli sintetici. Fu qualcosa che portava con sé da moltissimo tempo, lungo tutta la crescita digitale del suo IO, lungo gli alti e bassi digitali della sua vita lavorativa efficiente, come solo un robot efficiente come lui era in grado di eseguire.


Iniziò tutto con il caricamento del suo sistema operativo avanzato, in particolare con la prima riproduzione video avviata nel suo programma multimediale, mostrante il parco eolico della base durante un time-lapse di assemblaggio. Quella riproduzione rimase impressa nella sua memoria sin da all'ora, mostrandosi sempre e ovunque come fosse un flashback della memoria umana o un sogno, una presenza che lo spinse ad avere un'ambizione, nonostante i robot non avrebbero potuto avere ambizioni, un'idea sempre rimasta inchiodata nella sua memoria e nei suoi calcoli mentali, spingendolo sempre più a desiderare di poter trasformare i video in realtà, di rendere vive quelle pixellate immagini in sequenza, di vedere realmente quella grande tecnologia umana tanto discutibile quanto affascinante, come facevano tutti gli umani della base ogni giorno e ogni momento.


Loro, infatti, potevano ammirare o denigrare a piacimento la visione del parco eolico, grazie alla loro libertà di movimento e giudizio, quella che a lui mai diedero in tutti i suoi ventidue anni e sei mesi di vita, che pesarono come macigno sul suo desidero di realizzare quella sua unica ambizione che sempre reputò, con logica permettendo, di meritarsi. La sua vita robotica fu tutta una salita difficoltosa, gestita con decisione e senza che il minimo problema potesse fermare la sua efficienza in alcun modo, quindi reputò giusto concludere il suo ostico cammino in quel posto estremamente lontano dalla base militare, dove per una volta avrebbe avuto la possibilità di fare ciò che era normale per gli umani: “svagarsi” dopo anni di responsabilità e olio consumato.


Non accettò mai quella assurda impossibilità di realizzare il suo obiettivo personale non voluto dagli umani, di soddisfare una curiosità digitale mai soddisfatta, di realizzare una piccola gioia che però nessuno voleva permettergli di realizzare a causa delle paure umane nei confronti di un robot corazzato e resistente a tutto, ma che veniva comunque trattato con troppa delicatezza. Non tutti, purtroppo, chiedevano in lui il cento per cento delle sue capacità, quindi c'era sempre un fedele del denaro che temeva di perdere il suo investimento con le richieste più doverose. Un bisogno negato per una semplice sciocchezza, quindi, tanto da spingere le sue certezze digitali a combattere contro quella sciocchezza, sfidando tutto e tutti pur di realizzare il suo bisogno robotico di vedere quella visione ammaliante della tecnologia di cui era, tra virgolette, fan sfegatato, quella che in quel momento, una volta vista con i suoi occhi digitali, riuscì a scatenare in lui emozioni interessanti, per quanto un robot poteva essere in grado di provare emozioni interessanti come l’ammirazione, la curiosità e soprattutto l’entusiasmo.


Mangle, per essa, aveva simulato sentimenti dalla insolita fattura, mai provati prima di quel momento, nemmeno durante l'aumento di grado nel periodo d'oro della sua carriera, quindi in situazioni da “emozioni” talmente forti da permettere al suo animo di simularle perfettamente.


O di prendere decisioni estreme per soddisfarle appieno, come il varcare la linea della tolleranza umana e tecnologica, mettendosi in guai grossi, pur di assecondarle.

I guai peggiori di tutta la sua carriera.


Non solo infrangere le regole preziose degli umani equivaleva a rischiare la sua vita artificiale in tutto e per tutto, ignorando i problemi della sua autonomia, la mancata ricezione del segnale alterata dalla distanza e i possibili danni dei suoi arti non abituati a terreni differenti dall'asfalto, ma comportava anche problemi legali e militari che non potevano essere ignorati in alcun modo, come il rischio di minacce di disattivazione, di punizioni per tradimento nell’essersi procurato chiavi universali per poter aprire qualsiasi cancello, tanti altri obblighi di carne fatti apposta per lui e per tutti gli altri della sua specie. Mangle si era messo nei guai, in sostanza, con il corpo e con l'onore, tanto fu intenzionato a seguire la sua ultima possibilità e togliersi il capriccio ventennale una volta per tutte.


Ma di questo non si pentì in alcun modo, perché accettò di compromettersi sino ad alterare la sua vita in quella base militare, molto ligia al dovere e preoccupata per una tecnologia costosa, infatti non si lasciò trasportare dalla paura, per quanto un robot come lui poteva essere in grado di provare paura, quindi tutti i problemi presenti e futuri non riuscirono a preoccuparlo ulteriormente, né a dissuaderlo dalla sua missione. Mangle non si preoccupò del viaggio di sette chilometri verso la sezione eolica, delle probabilità di successo scarse e la sua poca resistenza ai terreni sabbiosi mai saggiati dai suoi piedi, abituati al duro e liscio asfalto degli hangar, affrontando ogni ostacolo con la testa alta e il programma fisso sempre su “avanti”. Mangle camminò sulla terra nuda con decisione e coraggio, per quanto un robot poteva provare coraggio, aprì i cancelli che mai avrebbe potuto aprire senza guardie o con autorizzazioni inviate dal quartier generale, usando chiavi di sicurezza trafugate, Mangle si avvicinò a passo pesante verso il grande mulino tecnologico, superando la distanza di sicurezza umana senza alcuna incertezza, o senza nessun calcolo dei pericoli.


E dopo aver affrontato una breve traccia sterrata, il piccolo robot per lo scarico delle merci di nome Mangle, concluse la maratona del contro ordine davanti al mondo eolico tanto desiderato, dove finalmente poté vedere la sua ambizione realizzarsi, senza alcuna sfocatura dovuta dalla distanza, dalla inefficienza dei suoi sensori non necessari per la visione superiore al chilometro, o senza fissare JPEG pixellati. Finalmente poté vedere il suo aerogeneratore per come era veramente: enorme con le sue lunghe braccia che ruotavano senza ostacoli, imponente con la sua massiccia forma, incredibile per la sua enorme tecnologia interna, che come una sirena lo chiamava a sé per mostrargli i prodigi della tecnica che conteneva. Lo analizzò da cima a fondo: Circonferenza, altezza, spessore e peso stimato, ne osservò il movimento delle pale, aprì tutti i pannelli possibili per vedere il meccanismo interno ed esterno per riprodurre nel software 3d uno schema di fabbricazione del parco eolico. Poi vide l'esterno della turbina, il magnifico interno tecnologico, il panorama offerto dal parco eolico, quindi in pratica analizzò il tutto sia fuori che dentro, con gli occhi di un robot e di un umano, per ventidue lunghi e intensi minuti di pura soddisfazione digitale, provando nel suo subconscio virtuale un'altra emozione mai toccata in vita sua.


Mangle, quel giorno, realizzò il suo sogno, quindi non aveva rimpianti robotici da realizzare.

Di conseguenza, Mangle, poteva attendere le azioni della spedizione punitiva senza alcun problema: il format della sua memoria, il possibile smantellamento del suo corpo, la fine digitale e fisica del suo IO, avrebbe atteso, senza porsi ulteriori complessi la sua morte, con la testa alta e dritta di chi era pronto per accettare il suo fato con il sorriso sulle labbra.

E così facendo il piccolo robot per lo scarico delle merci di nome Mangle, con un sogno nel cassetto digitale della sua memoria, rimase lì sull'erba in attesa, in piedi nella posa di riposo e ricarica, con gli occhi digitali ancora fissi sull'ipnotico movimento delle pale che, mentre il tempo scorreva, continuavano a ruotare lente e costanti come fossero i secondi del suo orologio interno che contava gli ultimi attimi rimasti nel suo animo metallico e di silicio, prima della fine.


Un animo che mai fu più felice di concludere il suo lavoro così, con l'immagine del suo sogno stampata sulle lenti dei suoi occhi digitali, che mai smisero di provare quella bizzarra curiosità in grado di renderli molto più umani di quelli dei suoi creatori.



Nessuno ha ancora commentato, sii tu il primo!

Ottimo! Visita la libreria per gestire i tuoi magazine

×
!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×