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Una storia di David1984

Salto nel vuoto

Un uomo fa bungy jumping con un'attrezzatura poco raccomandabile

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4 minuti

Pubblicato il 16 giugno 2021 in Avventura

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Un salto di centocinquanta metri, aspettandomi di finire schiacciato. Mi chiedo quanti siano morti prima di me.

“Non pensare alla morte,” sorride Yap, “Pensa alla vita. Tieni, mangia questo.”

Il bambino mi passa una radice di sassofrasso e scuote la testa ridacchiando, prima di farmi un altro nodo all’altezza delle caviglie, infine m’indica il giardino delle farfalle, ora così piccolo, dalla cima del tempio. “Il tempio è perfettamente in linea con l’orizzonte. I piani inferiori sono riempiti di sabbia finissima, messa lì secoli fa…”

La situazione è quella in cui mi trovo, alla vigilia del mio quarantesimo compleanno, con la mano che tiene strettissima la punta del padiglione, dopo essermi issato ad almeno undici, dodici piani d’altezza. Mi viene l’ansia. Non ci voglio e non ci devo pensare. Annullo il pensiero, esco dal mio spazio sicuro e guardo sotto di me. Un rigurgito, la zuppa di ceci e pomodori che ho mangiato a colazione. Quell’attimo di nausea dura a lungo.

Yap finisce di legare la mia imbracatura in lattice a quella di un’asse di legno. Io dovrei camminare su quella vecchia lastra e poi, semplicemente, gettarmi nel vuoto.

“Ma prima devi aspettare che scendo, Mister”, m’avverte Yap in inglese.

“Ok Yap…”, faccio un poco rassicurante Ok col dito.

“… e poi ti butti. Bang!”, aggiunge Yap.

“Oddio.”, piagnucolo in italiano. “Che sto affa’? Madonnina Santa!”

Il bambino si gratta un tatuaggio sotto l’occhio, un po’ annoiato: “Tu hai capito, mister?”

“Si, si, si Yap...”, faccio io. “Yap… non so se ce la faccio… mi serve qualcuno che mi aiuti a fare questa cosa, uno che mi accompagni a…”

“No!” Il bambino afferra la scala di legno e scende.

“Aspetta!”, lo imploro: “Piccolo amico, ti pago!”

“Non è una questione di soldi!”, la vocina di Yap riaffiora da sotto: “E’ che non voglio tornare a Bang Kwang!”

Inarco il corpo e guardo di nuovo in basso, pensando alla potenza della caduta, all’accelerazione di gravità, alle fratture multiple, al mio cadavere che ondeggia su e giù schizzando sangue dalla testa, una scena estrema che mi crea una pressione cardiaca aggressiva. Ho paura.

Tocco l’elastico che mi tiene per le caviglie. Scuoto l’asse fissata all’esterno, una misura di prevenzione che serve a niente: se quest’asse si deve spaccare, si spaccherà. Mi piego sul fianco sinistro, tendendo di nuovo l’elastico.

Parecchi minuti dopo, vedo la piccola figura di Yap che si sbraccia per attirare la mia attenzione. Con entrambe le mani mi fa ok col dito, infine lo vedo fuggire via come se gli stessero sparando. Sparisce subito.

Sento il corpo pieno di elettricità statica, una scarica di adrenalina che mi permette di arrampicarmi sull’asse. Il legno si curva come un trampolino. “Io cadrò comunque, adesso…”, balbetto, fra un rantolo asmatico e un altro.

Mi lascio andare.

Fluttuo nell’aria, una sensazione che dura come un singhiozzo.

Il mio corpo scivola in una sedazione cosciente, un autismo psichico puro, come se mi trovassi protagonista di un’esperienza extracorporea.

Risucchiato dal pavimento in cotto, il mio corpo supera in picchiata i livelli verticali del tempio.

Nel volo divento acqua: una perdita d’acqua esce dalla mia testa, e poi un’altra e un’altra ancora. Divento come una bomba d’acqua.

Adesso è il pavimento a temere che io lo distrugga, con la mia potenza di dieci tonnellate.

La mia testa è in picchiata verso il pavimento Sono talmente ispirato che tiro fuori il diario dalle mutande e scrivo un pensiero di getto:

Soggiogato da una mutazione genetica che mi trasforma in un fiume vengo spinto da una tempesta che mi scaglia verso il fondale marino con la potenza di un uragano di cento tonnellate.

La mia acqua ricongelata si schianta sul fondale marino, un buio oceanico dove la mia piena si scaglia diventando una bomba.

Vedo il muro d’acqua, i pesci luna che mi saltellano incontro.

Vedo il lembo di terra, in lieve pendio, diventare sempre più grande.

Prima della grande apnea, la forza adesiva di una mano ghiacciata sulle caviglie mi afferra e mi ributta in su, con un contraccolpo, facendomi volare.

E mi lascia di nuovo andare, ma stavolta la caduta è più lieve e il fondo oceanico torna lontano.

L’uragano si è dissipato.

Grazie a un attraversamento subacqueo, vedo l’acqua trasformarsi in carne e io ridiventare umano”.

Il quaderno mi vola dalle mani.

Il fiume di adrenalina si abbassa, scende fino all’ombelico, mi fa sentire in pace. Le fitte e gli spasmi di vomito sono terminati. Dopo tanti su e giù, mi adopero per staccarmi dall’imbragatura. Con una mezza rotazione mi sgancio le cavigliere e faccio un balzo a terra.



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