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Una storia di Purpleone

Merlock Sholmes e il caso della polinesiana

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10 minuti

Pubblicato il 15 maggio 2020 in Humor

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Quando l'ultima goccia di pioggia finì di rotolare lungo vetro della finestra, Sholmes, il grande investigatore, esalò l'ennesimo dei suoi sospiri. Egli mal sopportava la pioggia ed il tempo uggioso in generale e così, in occasione di qualsiasi pur lieve rovescio atmosferico, non mancava di esternare il suo disappunto con una innesauribile varietà di grugniti e borbottii.

Il più delle volte restava confinato nell'angolo più remoto della stanza, le mani sotto il mento e un'espressione arcigna stampata sul volto, già normalmente poco incline a qualsivoglia altra espressione; aveva lo stesso identico sguardo quella volta che... oh, scusate. La mia tentazione a divagare si è ancora una volta subdolamente palesata. Per questo mio innocente ma seccante vizio, Sholmes, con la sua non comune e pungente arguzia, mi ha soprannominato "Dottor Divago".

Divertente, non trovate?

Avevo dunque preso penna e calamaio con lo scopo di narrarvi della nostra ultima avventura e però, come al solito, fatico a resistere alla tentazione di imboccare viottoli traversi. Il mio inseparabile compagno di interminabili partite a rubamazzo al Club della Caccia, Spencer Globbertaller Jr., lo classificherebbe come inevitabile pedaggio alla vecchiaia.

Purtroppo, questo difetto mi accompagna da molto tempo prima che avessi la fortuna di incontrare il grande Merlock Sholmes; credo che iniziò a manifestarsi quando ancora servivo, con orgoglio mai sopito, nella X^ Compagnia Fucilieri del Bengala, nell’ esercito di Sua Maestà la Regina, una decina di anni fa.

Eravamo, ricordo, di guarnigione nel desolato avamposto di Burmhanhtraphal, a ovest di Calcutta, ed io, come ufficiale più anziano, avevo l’ingrato e noioso compito di redigere il resoconto giornaliero delle nostre operazioni militari. Però, ahimè, nulla di interessante turbava mai l’apatia generale e allora divagavo…

Per Giove! Ci sono ricascato.

Devo veramente fare uno sforzo notevole per non uscire dal seminato, come disse il grano al contadino.

O era viceversa?

Orsù, credo che titolerò questa avventura in codesto modo: “Merlock Sholmes e il caso della Polinesiana”.


Tutto iniziò in una anonima mattina di settembre.

Sholmes era rintanato nell'angolo accanto alla scrivania, intento a rimuginare su chissà quali pensieri e io, profittando di quel particolare momento di tranquilla pax domestica, mi dedicavo alla lettura dell'ultimo appassionante studio del mio esimio collega, il professor Taddeus Blinkermater, nel quale si disquisiva dottamente sulle patologie intestinali dei Kaiaki della Nuova Guinea.

Alle dieci del mattino, minuto più minuto meno, fummo entrambi distolti da un fermo e insistente scampanellìo (che aveva finalmente sostituito gli irrittanti e funerei tonfi del battente di bronzo). Sollevai lo sguardo e, incrociando quello del mio amico, gli diedi la precedenza datosi che sedeva alla mia sinistra.

“Questo è per noi”, disse alzandosi di scatto dallo scranno di legno di pioppo del Madagascar.

“Sarebbe una vera benedizione.” replicai “Una qualsiasi distrazione, di questi tempi, sarebbe la benvenuta.”

A coronamento di queste mie parole fece da contrappunto il suono ritmato di passi sulle scale e, qualche istante dopo, l'ingresso del nostro ospite accompagnato dall'orribile figura della nostra padrona di casa, la signora Groptermaster che, come suo costume, minimamente si peritò di bussare e di attendere da parte nostra, il necessario “avanti” .

“Una visita per voi, signor Sholmes.”

gracchiò la megera calcando, con mal celato sarcasmo sulla parola "signore".

Io, che sono più sanguigno del mio flemmatico amico, non avrei resistito a a cotanta palese mancanza di rispetto e gliene avrei cantato delle belle, come si suol dire.

Il vecchio Sholmes, invece, da perfetto gentiluomo, si limitò a lanciarle con regale noncuranza il candelabro di piombo massiccio che da anni sostava immoto sul terzo ripiano della nostra libreria.

Il manufatto saettò obbediente e con parabola perfetta colpì il cranio della signora Groptermaster la quale si accasciò, senza un gemito, ai piedi del nostro stupefatto visitatore. A quel mirabile esempio di arte balistica non potei che esternare a Sholmes tutto il mio compiacimento.

Egli, scostando un invisibile peluzzo sul davanti della vestaglia, accolse i miei applausi con un leggero inchino e invitò l'uomo a farsi avanti.

Con la punta del piede spinsi sul pianerottololo l’arpia svenuta e chiusi la porta.

Il nostro cliente si accomodò e si presentò come allevatore del Glouchestershire, di nome Emanuele. O era Ismaele? O forse Daniele? Non ricordo. Il nome comunque non è fondamentale. Non fece però in tempo a parlarci del motivo della sua visita che Sholmes, fissandolo negli occhi, gli fece una domanda che, sul momento, mi parve alquanto bislacca.

“Vostra moglie insiste affinché vi mettiate la maglia di lana?”

L’uomo lo guardò interdetto. Poi guardò me come a chieder conferma di aver udito tale bizzarra domanda.

“Si, ma cosa...?”

Sholmes lo interruppe con un gesto della mano.

“Vostra moglie è scomparsa e siete qui per chiederci di ritrovarla. Esatto?”

L’uomo restò come uno stoccafisso e devo dire che persino io, benché sia da tempo avvezzo alle più contorte deduzioni del mio amico, non fui di meno sbalordito.

Fortunatamente l’arcano fu presto svelato.

Il grande Sholmes, con l’ausilio della sua acutissima vista e memore dei suoi solitari studi - dei quali forse sarà pubblicata una esauriente monografia dal titolo “Deduzioni temporali da tonalità di sporco su maglie e calzini”- aveva riconosciuto, da un’unico filo che sporgeva dalla manica della giacca, che la maglia di lana del nostro ospite non veniva lavata da almeno cinque giorni. Ordunque, grazie alle sue geniali asservazioni sul campo, egli dedusse che nessuna donna con la fissazione “della maglia di lana”, lascia che il proprio marito vada in giro con la suddetta per più di due giorni consecutivi; e una donna non lava le maglie solo se è assente o inferma. Quindi, continuò :

“Ne consegue, che la moglie è scomparsa, poiché nessuno si rivolge al grande Merlock Sholmes per una moglie semplicemente assente o inferma”.

Restammo strabiliati.

I fatti, secondo il nostro ospite, stavano veramente così e il mio amico annuì soddisfatto con un gesto di quella sua mirabile testa ricolma di irrequieti e infallibili neuroni.

Il nostro cliente precisò inoltre che la donna, quattro giorni addietro, non era rientrata dal pascolo e, oltre a lei, erano scomparsi anche quattro magnifici bovi pezzati di razza Polinesiana che ella, originaria di quelle esotiche isole, aveva a suo tempo portato in dote

L’uomo aveva passato i giorni precedenti ad esplorare in lungo e in largo la sua vasta tenuta e le zone circostanti, recuperando tutto il suo bestiame e temendo un incidente ogni volta che si apprestava a un diruppo, ma della dolce Camateotosuppai - questo era il nome della donna – e degli altri bovi, nessuna traccia.

“ Avete informato la polizia?”

“Certamente signor Sholmes, ma sapete come sono i poliziotti di campagna... Ho anche fatto il giro delle fattorie confinanti alla mia, ma nessuno ha visto mia moglie o i buoi.”

Sholmes annuì pensieroso.

“D’accordo signor Longhertoner, accettiamo il vostro caso. Concedetemi due giorni di tempo affinchè possa riflettere sulla faccenda, poi vi farò sapere.”

Il nostro ospite si alzò soddisfatto, strinse ad entrambi calorosamente la mano e imboccò l’uscio.

“Che dite, questo caso vi scuote dall’apatia caro Sholmes?”

Dissi mentre mi riacciambellavo nuovamente sulla poltrona.

“ Non male per una giornata di pioggia. Ora se volete scusarmi vado a meditare.”

Così dicendo si rinchiuse nel bagno ed io mi immersi nuovamente nella lettura del saggio sui Kaiaki quando, dopo circa dieci minuti, intesi il rumore dello sciacquone.

Ora dovete sapere che la mia vescica (sicuramente in virtù dei miei trascorsi militari) ha un potere di trattenimento che mi lascia sbalordito: posso restare ore e ore senza avvertire il benchè minimo stimolo, ma per Giove, quando sento il rumore di uno sciacquone vado fuori di senno.

Successe così anche stavolta.

Balzai in piedi trafitto dagli antefatti di quella che minacciava essere un’inondazione biblica e cominciai una poco signorile pantomima, fatta di saltelli a ginocchia strette e smorfie di silenziosa atroce sofferenza. Poi, visto che Sholmes ancora non usciva, mi affidai all’ultima speranza: il terzo atto del Barbiere di Siviglia.

Proprio così! In questi terribili frangenti è la mia sola ancora di salvezza. Se mi concentro abbastanza da poterlo cantare, riesco a dominare le staffilate della vescica. E così feci.

Fortunatemente bastarono pochi gorgheggi per indurre in Sholmes un moto di pietà, e così venne fuori dal bagno seguito da una rivoltante nuvola di fumo da pipa.

Riconobbi subito l’odore: era il terribile tabacco dei cammellieri Abissini che avevo cercato, senza successo a quanto pare, di ocultare tempo addietro. Non potevo però trattenermi oltre per cui raccolsi il fiato ed entrai diffilato.

Qualche ora dopo, a cena, affrontammo di nuovo il caso che il destino benevolo ci aveva affidato.

Fu Sholmes a rompere il silenzio mentre raccoglievamo dal piatto gli ultimi chicchi di riso alla Carlona (riso di pessima qualità cucinato malamente).

“Un caso alquanto insolito, non trovate Zotzon?”

“Non saprei Sholmes. Una donna scomparsa non direi che sia cosa insolita.”

Con mossa rapida, usando la forchetta in guisa di catapulta, mi lanciò nell’occhio destro una pallina di riso e scosse la testa stizzito.

“Usate il cervello Zotzon. Da quando in qua una donna scompare e con lei si eclissano pure i buoi della fattoria?”

La domanda era pertinente ma non riuscii a trattenere un sorrisetto idiota.

“Che c’è di buffo?” Chiese contrariato.

Pur sapendo che mi sarebbe costato il dolce e forse anche un colpo di forchetta sulle dita, non seppi trattenermi dal dire la facezia.

“Sapete com’è caro Sholmes, ‘mogli e buoi...’ ”

Il suo sguardo gelido frenò la mia incipiente sghignazzata e mi ricomposi in men che non si dica.

“Scusate, mi son fatto trasportare...”

Ora lo sguardo divenne di fuoco.

“Sholmes, insomma! Ho detto che mi dispiace.”

Quando parlò lo fece con una voce tale da farmi venire i brividi.

“Zotzon, voi a volte mi lasciate senza fiato.”

Feci per chiedere ancora più umilmente venia, magari prostrandomi a terra come uno schiavo ottomano, pur di evitare il suo biasimo, ma egli mi trattenne con un gesto della mano. Si erse in tutta la sua statura e levando il bicchiere fece, con il capo, un leggero inchino alla mia persona.

Lo fissai incredulo con occhi da batrace.

“Brindo a voi dottore. Provo un grande piacere nel constatare che, seppur arrancando e spesso scivolando, le vostre oziose meningi seguono testardamente le orme delle mie.”

Lo continuai a fissare con gli stessi occhi di prima.

“Scusate Sholmes, ma non capisco...”

“Non siate modesto mio caro amico, l’intuizione che poc’anzi avete avuto ha gettato un salvagente ai miei pensieri in procinto di affogare nelle gelide acque dell’incertezza.”

Finalmente afferrai la portata di quell’evento.

Lungi dall’offendersi per la mia inopinata facezia egli, da quel grand’uomo che è, aveva riconosciuto nelle mie parole un valido spunto per la risoluzione del caso.

Mi vennero le lacrime agli occhi al pensiero di aver suscitato la sua ammirazione. Sollevai il bicchiere e brindammo insieme.

La mattina dopo, di buon’ora, mi recai prima al porto, dove verificai che effettivamente una donna asiatica con dei buoi per bagaglio, si era imbarcata su un veliero che faceva rotta per i mari del sud. Poi mi recai all’ufficio postale dove dettai un telegramma per il nostro cliente il cui testo così recitava:

“CARISSIMO MR LONGHERTONER –STOP- CAUSA LAMPANTE E VERIFICATA INTUIZIONE COMUNICHIAMO IMBARCO SU MERCANTILE WILD-PIG VOSTRA CONSORTE ET BOVINI TUTTI -STOP- DESTINAZIONE POLINESIA –STOP- PER AVVENIRE RAMMENTATE INFALLIBILE DETTO POPOLARE –STOP- MOGLI E BUOI DEI PAESI TUOI –STOP- SALUTI SHOLMES ET ZOTZON DETECTIVES STOP SEGUE PARCELLA –STOP-”.

il vedere il mio nome al fianco di quello del grande Sholmes mi fece venire un groppo di emozione che mi attanagliò la gola.

Ritornai a casa in uno stato di così celestiale beatitudine che non mi scomposi neppure quando, appena spalancata la porta, venni accolto dall’inequivocabile lamento dell’ultima mania di Sholmes: il violino monocorde di sughero tibetano.

Stetti ad osservarlo con affetto mentre i denti mi ballavano in bocca al ritmo di quell’unica stridente nota.

Diavolo d'uno Sholmes.


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