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Una storia di Filippodilella

Questa storia è presente nel magazine Humour di serie b

Sull'inutilità della retorica da stadio

Ben tornato, Professore!

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5 minuti

Pubblicato il 14 maggio 2020 in Humor

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-... Che alla fine, ragazzi miei, fatevelo dire da un vecchiaccio come me, - , accompagnato dai risolini della classe, - ciò che vi inganna di più non facendovi vedere barboni, disadattati, emarginati, sesso e miseria ovunque è il vostro buon gusto e vi illude che un drogato sia un sognatore, che una schiava possa essere felice, che i servi non tradiscano facendo nel silenzio ciò che non dicono, vi illude con la possibilità e il desiderio di far assomigliare il mondo a voi, vi fa cercare la percezione del buono e il riflesso distorto del vostro io in ciò che vi circonda e vi fa ignorare tutto il resto, come la gioventù inganna facendo credere lontana la moira e dimostrando da voi in voi la stessa cecità di chi va pensando che lo zero non conti nulla tralasciando che un dieci è tante volte un uno quanto un cento è tante volte un dieci: non esiste niente che possa essere considerato superiore senza un termine di paragone minimo, senza la disfatta che è la nostra vera forza perché il fallimento non è solo insito nella natura ma è addirittura indispensabile ad essa. -

Ora si era fatto un gran silenzio, persino il ticchettio dell'orologio sembrava essersi interrotto per ascoltare e digerire parole di quel calibro, parole che nessun altro Professore al mondo avrebbe mai osato pronunciare ( e con che enfasi poi! ) in quel prestigioso istituto.
Il silenzio di quei pochi istanti si sgretolava nella voce valanga che ricominciava a far piombare parole come massi nell'animo di quei giovani altolocati.
Il Professore sembrava tremare un po' come fosse preso da una rabbia sottile che pesava sulle sue spalle frapponendosi tra la sua testa bianca e il soffitto dell'aula.

- La vera barbarie è figlia indiscussa di ciò che vantiamo come progresso nel campo delle relazioni moderne del mondo occidentale, di ciò che si definisce successo e della iper esasperazione del concetto di individualismo che tende a volere un ammasso di zeri dai quali potersi distinguere e verso i quali dirigere una sprezzante indifferenza. Le risorse, il capitale e il tempo, di fatto, sono finiti, non infiniti e questo, oltre a generare un naturale trade-off, crea la corsa all'accaparramento in cui i favoriti restano non gli animali che si adattano meglio ma quegli animali che riescono a togliere di più agli altri, generando una corsa alla sopravvivenza dominata da individui meschini che hanno accesso a più mezzi e in virtù dei quali riusciranno ad avere accesso ad una quantità ancora maggiore di mezzi tralasciando la loro responsabilità nell'impoverimento generale causato da tale condotta, anzi, esponendo il loro stile di vita come l'unico promuovibile o sensato usando mezzi subdoli come, appunto, il buon gusto. -
- Quindi, ragazzi miei, abituatevi a fallire, abituatevi a guardare oltre alle maniere consuete, oltre alla cecità imposta da un buon gusto voluto da altri e che nulla ha a che vedere con il mondo quotidiano se non lo sputo beffardo dei pochi sui molti, la condanna al disprezzo per ciò che è volgare, del popolo, abituatevi alla compassione che non cede alla pietà, al ridicolo che non cede allo scherno, all'umiltà che non cede all'umiliazione, allo sfruttamento o alle elemosina, abituatevi a vedere il mondo com'è e a chiamare le cose e gli eventi con il loro nome... -

- Scusi Professore, - diceva G. interrompendo, - sta forse dicendo, citando Bauman, che dobbiamo tornare a costruire legami e non solo connessioni? Dovremmo sviluppare un'empatia che leghi nuovamente le persone e i luoghi che ci circondano ad un lato sentimentale irrinunciabile quanto insensato e irrazionale del nostro io? O sta solo dicendo che per essere tutti uguali dovremmo essere tutti degli zero pronti, per esempio, ad accorrere come sciacalli su ogni ora di supplenza disponibile per porsi in condizione di giustificare e propagandare scelte improponibili e
idee di cattivo gusto?! -

- Molto bene signor G., mettere in discussione una comunicazione a senso unico è già un buon primo passo, ma lei mi sembra ancora fermo al mero tono della contestazione e del gioco di parole, seppure giovane, lei si limita allo sfottò il quale è semplicemente reazionario perché, alla lunga, rende simpatico il soggetto ovvero l'oggetto della sua azione. Mi lasci spiegare meglio: se lei insisterà a lungo con questo tono, alla fine mi avrà reso una macchietta nell'immaginario collettivo e dunque sarò libero di agire in qualunque maniera nascondendomi dietro ad essa; non solo, badi bene, agendo in questa maniera rivelerà ad un occhio attento il suo desiderio di affermazione sugli altri (ponendosi tra l'altro nella pericolosa situazione di stare su di un piedistallo pericolante quanto i gusti mutevoli delle persone) e il suo desiderio di realizzare un'immagine del sé gradita al pubblico.
Si lasci dire, signor G., che così facendo mancherà del tutto il traguardo dell'autodeterminazione perché dovrà badare scrupolosamente all'immagine che darà agli altri e al gradimento che suscita, lei, G., non sarà mai libero e di dire ciò che davvero crede e di agire in maniera non coerente col personaggio o personalità che avrà interposto come un filtro tra lei e il mondo.
La persona libera non fa e non dice cose necessariamente gradite, tenga presente per il suo luminoso futuro, signor G., che certe fellatio letterarie puzzano di sifilide a chilometri di distanza, così come negli ambiti della nostra vita dovremmo subodorare il marcio dietro al muro di scuse che lo ricopre e mi faccia aggiungere che spesso questo non riusciamo a farlo per via della nostra vanità.
Inizi a cambiare, signor G., non prenda me come esempio, certo, ma cambi direzione, si renda libero, sia volgare quanto può, non abbia paura, prenda a pugni l'immagine di lei che gli altri cercano di affibbiarle, non sia definitivo ma perentorio, sia ciò che lei è.
Ora, per quanto riguarda la lezione di domani...-
Il Professore finì la sua lezione con la consueta enfasi da logorrea ispirata tra il silenzio totale che lo circondava e l'imbarazzo di alcuni alunni.
Quando finì la sua settimana di supplenza, al rientro del titolare della Cattedra, i ragazzi erano cambiati in maniera significativa e, di fatto, discutevano di ogni argomento con maggiore partecipazione, leggerezza e senso critico.
Quella fu la migliore classe a laurearsi durante quell'anno accademico, divennero tutti dei fantastici dentisti.


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