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Una storia di AndyArton

La macchina impossibile

Esperimenti di patafisica

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9 minuti

Pubblicato il 12 novembre 2020 in Fantascienza

Tags: #alchimia #fantascienza #follia #francia #patafisica

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Pierre Devineau. Alchimista. Esperto della fine arte del sapere trascendentale, in altre parole di quanto non è riconducibile all’esperienza, ma la rende possibile. La materia. Gli atomi. Gli elettroni. I neutroni. Sempre più giù fino alle particelle elementari che compongono l’universo stesso. Tutte le cose. Ogni cosa. Non c’è niente che non faccia parte della sua eclettica conoscenza.

Nella confusine del suo laboratorio, che è anche la sua casa, ma più il suo laboratorio, provette, tubi, incartamenti, libri, teorie inconciliabili, idee, genio si sono impossessati di ogni superficie contenuta nella dimensione del tangibile. Nient’altro che palta. Inutile ingombrante paccottiglia, ciò che rimane dei suoi reiterati fallimenti.

Ogni suo tentativo gira e rigira intorno ad un unico grande scopo, trovare la sorgente di tutte le cose, la particella di Dio. Credono che sia il bosone di Higgs, ma Higgs non ha capito niente, nessuno ha mai capito niente. Al confronto con la sorgente della realtà la particella di Higgs è una gigantesca cascata, la verità è una minuscola entità invisibile da cercare tra le cose invisibili eppure in bella vista, proprio lì, davanti agli occhi di tutti.

La verità. Dio. È un segreto e lui, avventuriero di mondi microscopici ed immensi, lo velerà e farà propria la scintilla della creazione. Freme già nelle sue dita la sensazione di possedere quella conoscenza e può sentirne l’esaltante frenesia innalzarlo al di sopra di tutti gli altri. Ma per adesso si limita a stringere il collo di una bottiglia con cui brinda a se stesso e al completamento del suo lavoro monumentale.

Difronte a lui c’è un mastodontico progetto di distillazione, con esso arriverà a separare la materia dalla sua essenza e la farà sua, proprio lì, in quel momento, quella notte, immerso nell’inconsapevolezza ottusa delle case sonnacchiose di Rue de la Fontaine. In uno squallido sottotetto in affitto con una sola minuscola finestra affacciata su un parco annaffiato da una pioggia scrosciante si compirà la storia.

La struttura di sua creazione, progettata e costruita da lui, mai brevettata per non lasciare che nessuno scopra quel segreto, consta di dodicimila metri di microscopici tubi capaci di far passare a stento uno spillone e poi sempre più sottili fino a quando non passerà che l’origine del mondo raffinata in un’ampolla di vetro. Pura essenza di Dio. In un numero approssimativo di quindici milioni quattrocentomila particelle, stando ai suoi conti.

Cammina febbrilmente come colto da uno stupore magnetico che lo attrae da quella e l’altra parte del suo progetto per controllare che ogni dettaglio sia al suo posto prima del grande salto. E poiché cammina, scavalca tubi, tira cinghie e manovra ruote cigolanti, provoca un insistente scalpiccio unitamente a rumori rimestati tra quelle quattro pareti umide.

La confusione desta l’attenzione della signora che abita al piano di sotto, che è anche la padrona di casa. Sale furente per il fracasso e bussa alla porta del suo molesto affittuario.

Toc toc toc.

Nessuna risposta. Pierre la ignora, se ne andrà, o forse no, non ha importanza, quel pensiero rimane confinato alle sue orecchie tant’è incredibilmente affollata la sua mente di grandezza e pensieri in corsa.

Toc toc toc ho detto!

Quel bussare diventa un battere prepotente contro il legno della porta con il palmo dell’intera mano. “Devineau! Devineau! Per l’amor del cielo apra! Cosa sta combinando lì dento? Si ricordi che posso trattenere il suo deposito cauzionale per qualsiasi danno alla mia proprietà. Mi sente?”. Pierre dubita che il deposito possa essere abbastanza per ripagare la sua casa e quelle del vicinato se l’esperimento dovesse andare male e, come dire, esplodere. Ma d’altronde non avrà alcuna importanza perché a quel punto saranno tutti morti. Meglio la morte di un fallimento. Poco ma sicuro.

La signora però, insiste, non ne vuole sapere di mollare l’osso, è rigida e perseverante, ma in fin dei conti una brava donna, gli porta sempre un piatto con quello che le avanza dalla cena, se avanza. “Sei magro come un chiodo”, glielo dice spesso, anche che è pallido e allampanato, ma fa parte di quella schiettezza tutta francese che è un po’ anche un complimento perché s’interessa, ma non vuole darlo a vedere fino in fondo nel caso lo debba cacciare di casa il giorno dopo.

Alla fine, esasperato, Pierre le apre. La donna sussulta spaventata. Lui ricorda di togliere i grossi occhialoni e il respiratore che indossa perché i fumi delle sue miscele non gli facciano perdere la vista e l’olfatto, soprattutto dopo aver dato alla scienza buona parte dell’udito per via di un precedente esperimento. Poco importa, anche i fallimenti sono utili.

“Finalmente! La stavo aspettando, signora Dubois!”, grida a voce un po’ troppo alta, ma l’entusiasmo gli ha preso anche le corde vocali, è troppo vicino al momento in cui cambierà la storia per badare a queste sciocchezze. La donna lo guarda stizzita, ma anche un po’ curiosa, non in quella maniera genuina dei bambini, più impicciona.

“Di cosa sta parlando, Devineau?”, glielo dice brusca con aria di rimprovero e lui in tutta risposta si volta in direzione del suo appartamento, che poi non è suo, è solo un affittuario, per di più temporaneo. Solo allora, quando Pierre le lascia spazio per vedere all’interno, gli occhi della donna escono letteralmente dalle orbite. La casa è un disastro, un macello, una discarica, un porcile. Non ci sono sufficienti metafore per definire la confusione e la sporcizia che si ammassano dovunque posi lo sguardo.

“Signora Bubois! Lei assisterà all’evento che cambierà la storia dell’umanità, ancora più sconvolgente della scoperta di Joseph Priestley, del sogno di Friedrich Kekule, della penicillina di Fleming. Cambierà il significato della vita stessa!” e mentre lo dice Devineau ne sembra assolutamente convinto, estasiato, mentre invece alla signora Dubois dà solo l’idea di essere un pazzo invasato e quasi ha paura di rispondere per non innervosirlo. Lancia occhiate costernate tutt’intorno per carpire indizi su quale genere di droga abbia preso, se invece di un ospedale psichiatrico sia più saggio chiamare la polizia. Ma quello che trova ad una prima indagine sono solo bottiglie vuote, sparse ovunque.

“Ho deciso di eleggere questo momento a giorno zero, se lo segni. La nascita di una nuova era! Forse domani avrò raggiunto una consapevolezza della materia talmente elevata che non sarò più parte di questo mondo come entità fisica univoca, ma sarò disperso nell’aria e in ogni cosa, esattamente come Dio, signora Dubois”, la donna lo guarda perplessa, non ha capito una parola, ma ormai ha deciso, non vuole rimanere in quell’appartamento un attimo di più. “Lei non paga l’affitto da due mesi, se sparisce nell’aria si ricordi di lasciarmi i soldi e rimetta tutto in ordine!”. Pierre si affretta a riacciuffare la donna che già si svincola in direzione della porta. “Dove va, deve assistere”, ogni grande momento ha bisogno del suo pubblico, tanto più che forse l’indomani potrebbero essere entrambi corpi carbonizzati tra le macerie.

La trascina attraverso l’intricato labirinto di tubi e macchinari, fino ad una leva, con una serie di inutili salamelecchi alla fine, solenne, l’abbassa. Cigolii e vibrazioni corrono per ogni angolo dell’appartamento, da un capo e dall’altro, duecentocinquantamila gocce di una miscela da lui ideata filano ad una rapidità allarmante, con un rapporto vibrazionale per secondo rispetto alla risonanza della materia di cui sono fatti i tubi di sessantaquattro mila per dodici elevato al peso specifico della componente molecolare. Tutto questo sotto la semplice forza della spinta idrostatica più intuitiva, la stessa che muove una cosa comune come il filtrato ematico attraverso la parete delle arterie. In quel modo il surplus inutile di materia viene sparato fuori in sbuffi di vapore incandescente.

Le luci sfarfallano, l’umidità è feroce, l’indicatore della temperatura del marchingegno schizza al di là della fascia rossa di pericolo. Il fischio è talmente assordante che la signora Dubois si mette ad urlare di spegnere quel maledetto affare. Forse ora ha capito che rischia di saltare tutto in aria, lei compresa. Chiamerà i pompieri prima di tutto, poi la polizia e anche un avvocato. Colta dall’urgenza di quelle telefonate se la svigna al primo momento buono dandogli del pazzo, sfugge alla sua presa facilmente, perché adesso Pierre ha gli occhi fissi sull’ampolla in cui distillerà il potere di Dio.

Al limite della pura estasi aziona il pulsante di rilascio. Le lampadine di tutto l’appartamento esplodono in una pioggia brillante di scintille. Con una spaventosa melodia metallica il contenuto all’interno dei tubi s’infiamma. La macchina si arresta di colpo, il fuoco si consuma e il distillatore non emette che uno sbuffo di fumo. La stanza si riempie di un leggero, ma inconfondibile profumo di lavanda.

Pierre apre la finestra per lasciar passare l’aria gelida della sera perché raffreddi le guance che già bruciano di delusione. Si arrampica sulla ringhiera deciso a farla finita. Guarda in basso non c’è folla. Non c’è nessuno a dire il vero. Morirà senza nessuno che veda la sua ultima grande impresa. Se non può ottenere ciò che sta cercando allora vuol dire che è mediocre esattamente come il resto di quell’ottusa umanità che infesta la terra. Si ripete che è troppo stupido, troppo lento, non arriverà mai a soddisfare le sue grandi aspirazioni perché forse quello che vede riflesso davanti a lui è qualcuno di molto più grande di quanto sarà mai in grado di essere.

“Non ridere di me!”, lo grida in direzione del cielo che addita con rabbia come fosse una minaccia, “vuoi umiliarmi? È questo che vuoi? Pensi che non sarei in grado di essere te? Io sarei grandioso al posto tuo!”.

Alla fine abbassa lo sguardo. Se non può avere la sua opportunità di dimostrarlo allora tanto vale farla finita.

Respira pesantemente per molti secondi, il suo fiato gonfia nuvole di condensa davanti la su bocca orribilmente dischiusa. Il silenzio gelido che gli attacca i capelli sudati alla fronte cala anche nella sua mente. E d’improvviso di nuoto tutto è chiaro. Ma certo. Ha sbagliato la miscela di polveri metalliche, la macchina non può aver fallito, è lui che ha fatto male i calcoli. Serve più energia, molta più energia. È lampante, ovvio, come ha fatto a non pensarci?

Deve solo provare ancora una volta.


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