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Una storia di Megara03

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Le note del destino

Qui e ora può diventare per sempre altrove

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9 minuti

Pubblicato il 16 settembre 2018 in Storie d’amore

Tags: #amore #carpediem #destino #musica #viaggi

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La giornata stava scivolando lenta e indolente verso il crepuscolo. I rotondi profili delle montagne sembravano grosse palpebre pronte a chiudersi sul sole di fine agosto. Veronica continuava a sonnecchiare con una gamba penzoloni fuori dal rettangolo morbido del materasso, ascoltando il lieve ronzio degli apparecchi elettronici in standby. Non aveva alcuna voglia di alzarsi, né di affrontare qualunque cosa ci fosse nella giornata fuori dalla sua stanza, tanto più che era quasi finita. Erano giorni che si gingillava così, tra il telefono e la pay tv, sdraiata sul letto. Anche mangiare era una faticaccia. La verità era che le cose nella vita di Veronica non stavano andando tanto bene nell’ultimo periodo. Aveva chiuso una relazione importante da poco, sempre per gli stessi penosi motivi per i quali erano finite tutte le altre, non aveva un lavoro, le sue amiche si stavano godendo gli ultimi giorni d’estate senza di lei, e le sembrava di non saper più nemmeno strimpellare un accordo decente con le corde di quella chitarra impolverata nell’angolo ovest della sua stanza. L’aveva messa, senza pensarci, lì dove il sole tramontava, come se dovesse tramontare anche sulla musica. Ed era stata brava, ma brava davvero, per un po’: aveva incassato un sacco di colpi duri mentre la sua vita andava a rotoli. Ma ora… ecco, ora aveva bisogno di poter essere fragile. E di ciondolare sul letto per qualche giorno. Dormire era una buona soluzione per non pensare a tutte le cose che avrebbe dovuto fare di lì a poco o che avrebbe dovuto fare in passato. Così, mentre i suoi occhi restavano ben chiusi, come se questo potesse tener lontano tutto il resto, lo smartphone sotto al cuscino vibrò con insistenza. Sperando di ricevere un messaggio che non sarebbe mai arrivato da qualcuno che non sarebbe più tornato, improvvisamente Veronica si ridestò e corse con le unghie laccate a digitare sul touchscreen. Ovviamente, era un messaggio assolutamente inutile, un’offerta da un’app di viaggi che una sua amica le aveva installato. Un Last Minute: un ultimo weekend estivo a Barcellona, volo e hotel compresi, a soli 60 euro. Veronica ripose svogliata e delusa il cellulare sotto al cuscino, e richiuse gli occhi. Ma una vocina nel fondo della sua testa le sussurrò un aggettivo che la fece innervosire: codarda. “Sta’ zitta”, biascicò la donna contro il suo invisibile accusatore. Ma quella voce continuava a insistere, e quell’accusa decisamente poco gentile a riecheggiare da un orecchio all’altro nella sua scatola cranica. Veronica riprese il telefono tra le mani facendo correre le dita affusolate sui dettagli dell’offerta. Il volo partiva alle quattro del mattino del giorno seguente. Si alzò per constatare l’impossibilità di un viaggio anche volendo e prese, quasi timorosa, il portafoglio dalla goffa borsa grigia in mezzo alla stanza. C’erano rimasti 100 euro. Gli ultimi 100 euro. È una follia, si disse tra sé e sé. Poi si guardò intorno: la casa era vuota, e lo sarebbe rimasta. Lei era sola. Con quei soldi cosa avrebbe potuto fare? La spesa per altre tre settimane. Trovare un altro lavoro avrebbe richiesto più tempo. Fissò la sua chitarra la cui ombra si allungava sempre più con l’andarsene del sole: l’unica cosa che le era rimasta. E quella poteva andarsene con lei. C’erano motivi per restare?


Il volo aveva un paio d’ore di ritardo. L’aeroporto era gremito di gente. Stormi di persone che andavano e tornavano, cercando un posto nel mondo in cui fare il nido, o tornando dove l’avevano trovato. Veronica si sentiva spaesata e agitata all’idea di partire così, all’improvviso, senza avvertire nessuno, con il solo zaino delle superiori in spalla riempito dell’essenziale e la chitarra accanto a lei. Ma in fondo era solo per un weekend. Un ultimo weekend prima di riprendere in mano la propria vita. Se ne stava al gate, guardando fuori dall’enorme vetrata le luci bianche e rosse degli aerei scintillare nella notte calda. A pensarci bene, si sentiva più elettrizzata che preoccupata…


Barcellona brulicava di vita. L’estate era ancora lungi dal finire in Spagna e la gente se la godeva. Alle nove del mattino, mentre i mattinieri se ne andavano correndo lungomare, i bar iniziavano a tirare su le saracinesche. A Veronica sembrava quasi che, nell’aprirsi, le serrande le facessero degli enormi sorrisi di ferro, una sorta di benvenuto arrugginito ma amichevole. Tutto in quella città pareva sorriderle. Era stanca, ma aveva deciso di godersi quella città per tutto il tempo possibile. C’erano tante cose da fare e da vedere e lei aveva solo due giorni. L’albergo era carino, niente di speciale in effetti, ma il servizio clienti era stato ospitale e la stanza era abbastanza pulita. Ma la prima cosa che aveva fatto appena arrivata era stata andare in spiaggia, prima ancora di posare i bagagli. Non si sarebbe persa l’alba sul mare per nulla al mondo. Era da tanto che non si sentiva così viva, tanto che non riconosceva la sensazione, come se i suoi sensi si stessero risvegliando contro ogni aspettativa da una lunga e apparentemente irreversibile letargia. E infatti in spiaggia, quella mattina, era successo qualcosa di altrettanto incredibile: aveva suonato. Sì, sì, non le solite cose trite e ritrite, no!, una melodia nuova, un paio di accordi che non sapeva da dove venissero né dove volessero andare, ma era sicura che in qualche modo sarebbero andati da qualche parte. Probabilmente, avanti. Ma non voleva essere impaziente, voleva godersi la vacanza. Così acquistò in edicola una mappa della città dopo essersi concessa una colazione coi fiocchi. Non aveva alcuna difficoltà a farsi capire dato che aveva studiato spagnolo, e nonostante la perdita dell’abitudine, lo parlava ancora bene quel tanto quanto bastava. Attraversò la Rambla con gli occhi spalancati sulla meraviglia del lento scorrere di vite senza fretta - un’abitudine tipicamente barcellonese. Le persone si fermavano incuriosite dagli innumerevoli artisti di strada, e anche lei venne stregata dall’abilità musicale di un uomo col mandolino. Le sue dita danzavano sulle corde del piccolo strumento come su quelle d’un’arpa. La melodia era allegra, adattissima all’ambiente e alla situazione. Veronica si ritrovò senza accorgersene a imbracciare la chitarra accanto all’uomo col mandolino sull’ennesimo Sol. Non si erano mai visti prima d’allora, eppure la coordinazione era perfetta. Veronica stava suonando qualcosa che non conosceva come se le appartenesse da sempre. Passarono un paio d’ore a suonare senza stancarsi, né presentarsi, né dirsi alcunché che non fosse musica, fino a che l’uomo non si alzò, e facendo un grosso inchino, raccolse da terra la custodia del mandolino. Mentre la gente si allontanava accorrendo per altre meraviglie, l’uomo prese metà dei soldi guadagnati e li porse sorridendo amabilmente a una Veronica improvvisamente molto imbarazzata. “Oh, no, no, quelli sono i tuoi” disse la donna gentilmente, arrossendo dietro le mani perfette.

“Scherzi? Abbiamo suonato insieme tutto il tempo! Te li sei guadagnati!”

Tergiversarono un po’ sull’argomento, quando alla fine Veronica dovette accettare la compagnia dell’uomo e una cena fuori al posto dei soldi. Passarono insieme, in effetti, tutto il giorno. Egli le mostrò le più belle attrazioni di Barcellona, quelle che solo un barcellonese poteva conoscere: i vicoli profumati dalle tapas nei locali, i parchi meno visitati e più tranquilli, le armoniose melodie di fiori delle aiuole più insolite. Verso le due e mezza andarono a pranzo insieme, gustandosi una paella tradizionale unita ad una sana pinta di sangria.

“E così sei qui solo in vacanza.”

“Già, in vacanza dalla mia vita.”

Julio - questo era il nome dell’uomo col mandolino - rise: “Tutti vanno in vacanza dalla propria vita! Altrimenti resterebbero a casa”.

Veronica si scostò la frangia bionda dagli occhi chiari, in un gesto che faceva sempre per distogliersi dall’imbarazzo di una frase detta a sproposito, e sorrise timidamente.

“Che c’è? Ho detto qualcosa di sbagliato?”

“No, no, anzi, è vero… solo che io avrei bisogno di una vacanza molto più lunga dalla mia vita attuale. Una vacanza che duri… che so? Un mese? Due? Un anno?”

Julio si fece serio: “Veronica. Se la tua vita non ti piace, perché non resti?”.

“E come faccio? Non ho un lavoro, non ho una casa, non ho nessuno qui.”

“E lì, da dove vieni, hai qualcuno che ti aspetta?”

Veronica era spiazzata dalla nonchalance con cui quel tipo si era preso tutta quella confidenza. In fondo lui chi era per fare certe domande? Si conoscevano da appena mezza giornata!

“Io, in effetti… no.”

“E allora perché non provare? Qui io vivo di musica: suono per strada o in metro durante il giorno, suono la sera nei locali, guadagno abbastanza da vivere una vita dignitosa e soprattutto felice.”

Veronica lo guardò ammutolita per qualche secondo. Poi fece una specie di risatina e preferì cambiare argomento.


Park Guell era uno spettacolo con le sue forme bizzarre e le sue arabeggianti volte di colonne tortili. Finito il giro del parco, Veronica e Julio tornarono indietro, al balcone fatto di coloratissimi mosaici, per suonare insieme all’imbrunire. Dopo che Julio le ebbe fatto fare un po’ di pratica col mandolino e le ebbe fatto ascoltare qualche pezzo suo, ne partì un ultimo: il primo accordo rievocò qualcosa alla mente della chitarrista, e suonò molto bizzarro. Il secondo fu il rintocco del destino: erano le stesse note che aveva suonato lei stessa quella mattina sulla spiaggia. Ma nelle dita di Julio erano ipnotiche. Il brano che ne venne fuori era di uno struggente romanticismo, e di una bellezza irripetibile. Veronica e la sua chitarra non poterono che accompagnare dolcemente l’altro. Era una serenata, sì, ma era anche molto di più. Una musica il cui direttore era per Veronica il proprio cuore, che finalmente, dopo un’eternità, batté un colpo nel suo torace, e l’impatto di quella percussione interna contro gli altri organi, le fece salire le lacrime agli occhi. Era come se dopo tanto vagare disperato avesse trovato il suo posto nel mondo. E fu sulle ultime note del pezzo e del giorno che sorrise a Julio e commossa decise di ascoltare la stessa vocina che l’aveva fatta partire, e che ora suggeriva ammaliante: resta. Nella sua mente, il biglietto di ritorno era già strappato.





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