scrivi

Una storia di GioMa46

Questa storia è presente nel magazine PICCOLI OMICIDI QUOTIDIANI

A Mysteries Collector / 1

Mavruz In Me : Il Lato Oscuro.

68 visualizzazioni

26 minuti

Pubblicato il 10 ottobre 2020 in Horror

Tags: #Darkside #Esorcismo #Mistero #Nero #Parapsicologia

0

Mavruz
Mavruz


Se non volete mettere a repentaglio la vostra integrità morale e psichica non leggete questo racconto perché potreste scoprirvi qualcosa di “voi stessi” che non vi piacerà.



A Mysteries Collector.

Mavruz In Me. Il Lato Oscuro.


Il segno nero del carboncino scorre rapido, sicuro, essenziale sul foglio di carta che fa da supporto all’opera grafica, traccia un perimetro che rasenta i margini come fosse quello il limite, oltre il quale s’apre uno spazio imperscrutabile che l’immaginario estende all’infinito e che si colloca in un non luogo, estremo, attraversato da migrazioni d’idee e immagini intraviste nell’ottica di un caleidoscopio in bianco-nero.

L’unica nota di colore, una macchia rosso sangue che improvvisa s’impone all’attenzione, come di ferita che non coagula e si ravviva costante, sporcando l’immagine onirica di una grande magione che pur si profila nel fitto biancore incombente del foglio, e che pur si cela alla vista di possibili occhi indagatori, di chi venga a interrompere una stasi perenne attraverso l’antro murato del buio, verso l’oblio, il nero mistero.

L’ampia costruzione lineare, progettata e mai ultimata, manca di successione di piani e di pareti che pur si combinano allo sguardo con effetto d’insieme, rimandando a invisibili divisioni contratte, a prospettive irrisolte, a soffitte e cantine buie che non vedranno mai la luce, né mai respireranno l’afflato dell’aria. L’unica porta d’accesso è tratteggiata, come fosse sprangata, affinché nessuno vi possa entrare o uscire, dissimulata com'è agli sguardi indiscreti da un arcano volere che non prevede intromissione alcuna.

Ciò nonostante sembra che il vento di tanto in tanto la sfiori, come a raccogliere l’affannoso respiro che pur s’ode attraverso i graffi profondi incisi dai tarli nel legno, come di tracce lasciate da un’oscura esistenza che si consuma all’interno, cui fa seguito uno scalpiccio affrettato di passi che si avvicinano, per poi allontanarsi e farsi di nuovo radenti. Un respiro che incute timore a chi casualmente vi porge l’orecchio, tale da presagire qualcosa di funesto che incombe nell’incessante attesa: l’acre alitare di un’ombra che indugia nel pieno congiungimento di ciò che ancora è vita.

«Mavruz, sei tu?»

Son io, Mavruz, chiuso in me stesso, il servitore ascoso che mai riposa.

«Mavruz getta altra legna sul fuoco, fai in fretta, ho freddo!»

«Vengo, vengo!»

Rispondo al richiamo del mio arcigno Signore che regna incontrastato in questa austera magione, e che vigilo costante, affinché il fuoco non venga a spegnersi nell’ampio camino intrappolato nella parete, tenuto acceso per riscaldare la lunga e fredda notte che incombe sul suo e sul mio destino, mentre l'ambigua attesa del vuoto insidia ogni possibile decisione, che se da un lato porta all’annullamento dell'uno, dall’altro, contribuisce alla sopravvivenza di entrambi.

«Maaaavruz!»

«Vengo, vengo mio Signore!»

Ripeto una volta ancora, calpestando le piastrelle del pavimento, nell’unica immensa stanza in cui il mio Signore dimora. A passo lento mi sposto dal bianco al nero dei riquadri come per una partita a scacchi, onde sottrarre ora all’ombra più scura, ora all’abbaglio della luce, la mia figura che d’improvviso s’infrange contro la fiamma tornata ad ardere nel camino. Sì da far credere ch’io stia arrivando da chissà dove, quando son qui da sempre, accanto al suo capezzale d’infermo che scolora.

«Malevolo fannullone, sei tu?»

Chi altro se non io, Mavruz, chiuso in me stesso, il dissoluto compagno di sbronze, ubriaco da sempre, che non gl’importa d'esser lasciarlo in attesa di qualcosa che non è, pur di sentirlo sproloquiare sugli atroci misfatti perpetrati nel tempo. In ogni caso ciò che più conta è quello che il mio Signore vuole essere e non colui ch’è stato, e che in fondo io stesso sono; quasi a estirparne la colpa, a voler dimostrare che qualcosa di sbagliato è in lui quanto in me, da sempre.

«Mavruz, cane figlio di cane, dove sei?»

L’assenza del passato pur mi regala una sicurezza e una chiarezza di pensiero sovrumana, che rende pericolosa la mia stessa incolumità, onde, ‘sottrarmi alla vita’ o ‘fuggire dalla vita’, assume per me un significato diverso e comunque inconfutabile. Pertanto, ogni singola idea inespressa, ogni strada intentata dal mio Signore, diventa visione insoluta di un io ipotetico, ingigantito a dismisura, che spinge all’abnegazione, al sentimento sporadico, allo stato d’incoscienza che a lungo è portatore di malsana follia.

«Maaaaavruzzzzzz! Dove sei……..?»

Impossibile cercare una via di fuga verso l’oblio, nella costante sensazione di vuoto che in qualche momento di sconforto giunge a compromettere l’esistenza virtuale di quell’io irrisolto, incompiuto, non omologato qual io sono, per quanto prono di fronte all’assoluto pur vivo della irrealtà impalpabile e irrazionale che spesso rasenta l’irrisolutezza del . Non c’è determinazione capace di riedificare sopra le macerie di quanto andrebbe abbattuto, che andrebbe necessariamente demolito, o forse semplicemente can-cel-la-to dell'insieme mai realizzato.

Quand'anche, occorrerebbe immaginare un non-luogo, (acciò basterebbe un nuovo cartoncino inviolato), un terreno edificabile onde ricostruire il sottotetto, aprire un abbaino, o forse, scardinare una porta dell’interrato e andare alla ricerca della pietra-lata su cui tutta la costruzione si fonda. Ancorché risollevare i pilastri d’insieme, ricollocare al loro posto, se mai ne hanno avuto uno, gli architravi che delimitano i piani nobili, le coperture delle volte, sostenere i costoloni possenti che spingono in altezza le navate gotiche, degli alti spalti, delle torri merlate, dei poderosi bastioni della magione-cattedrale-castello che ha scelto di abitare per sua ascosa dimora. Ed anche, riposizionare l’assetto interno di un perimetro più ampio che porti alla dissoluzione del superfluo, del sovra-strutturato; depennare i divisori invisibili, spalancare gli spazi delle travature inesistenti, sfondare le coperture antiquate dei solai, ridisegnare la struttura portante dell’intero edificio, concepito dalla genialità di quell’io immaginario che è il mio Signore,

«Mavruz, maledetto te, non è ancora pronta la mia vestizione?»

Già, al mio Signore piace indossare ogni volta un toilette differente, l’abito talare o il mantello da re, la zimarra dell’avvocato e la cappa da giudice, com’anche sporcarsi la faccia da clown o mettersi sul viso la maschera asservita al suo logoro opportunismo. Per quanto non gli riesca di soggiogare gli angeli idolatri e i demoni del male che il soffio del destino gli fa alitare sul collo, e il cui sospirare nell’attesa della fine, gli provoca un brivido di gelo lungo la schiena e negli inconfessati anfratti della sua anima nera.

«Maledetto Mavruz, ti avevo appena detto di mettere dell’altra legna al fuoco, fa freddo qui dentro!»

Ordina il mio Signore, affinché il fuoco continui ad ardere, ne vale la sua incolumità, e la mia.

«L’ho appena fatto mio Signore!».

Rispondo, ma è così stanco che appena un attimo dopo lo trovo appisolato, con lo sguardo rivolto a rimuginare sui logori epitaffi che non ha ancora scritto, e che, nell’attesa, tramutano in rivoli di sangue. La fiamma, tornata ad ardere nel camino, proietta sulle pareti immagini d’appartenenze obliate, di volti intrusi che non riconosco, di antenati estinti, una pinacoteca di morti, un inutile agitarsi di ombre.

Ciotole e pennelli posati alla rinfusa, cocci di vasi infranti, sollevano ricordi d’ingenue scaramucce con la tela; e bandiere sparse di vecchie guerre forse o giochi, mute statuette d’ebano d’altri continenti, ninnoli impolverati d’infantile memoria, strumenti abbandonati senza corde, archetti muti che obliano a spartiti ricolmi di note incerte, tenute prigioniere in pentagrammi dissolti. L’arido sguardo accumula polvere dove più ce n’è, come scorie del tempo che scende dagli intonaci fioriti, dalle fessure interstiziali degli archivolti, notifica di una costruzione appena edificata che si va sgretolando. Non resta che un battito di solitudine a colmare il vuoto senza tempo, dove il mio Signore giace, provato e stanco, schiacciato al suolo dal peso dei secoli che incalzano.

Sospesi candelabri reggono smunte candele di notturne lotte con le tenebre, presenti in ogni momento, nella stanza, dove l’io immobile si fa oggetto fra le coperte sparse del letto, fra le molte parole spese senza senso. Nel frattempo l’inchiostro nel calamaio ormai seccato ha vergato frasi che risuonano come scolpite nella dura pietra, inutilizzabili altrove, che, neppure il copista più scaltro, qual io sono nel riciclare idee e concetti altrui levigati dall’uso, riesce a pronunciare sull’altare della verità assoluta, e che pur aderendo alle fuggevoli insistenze dei fantasmi notturni, si avvalgono di un errore divino, inevitabile quanto eccessivo, pensato allo scopo di confinare l’altrui destino, dentro un senso di colpa assoluto, durevole e costante.

Si dovrebbe tornare a risalire la corrente del tempo, ritrovare le ragioni della mente, rivedere le allocuzioni, superare le lacune, riconoscere le mescolanze, gli amalgami, le misture; lasciar scorrere limpido il flusso ininterrotto dei segni e dei simboli che con grande pazienza il mio Signore da sempre tiene racchiuse nel labirinto della sua conoscenza. L’ermetica scienza che solo un alchemico della sua stazza, o forse quel negromante di Athanasius Kircher avrebbe saputo decrittare, permettendo così alla felicità umana di svincolarsi dall’ingranaggio dell’infame destino che la sovrasta.

Nondimeno è proprio dell’infelicità umana che il mio Signore si nutre, spingendosi a leggere gli accadimenti della cronaca più nera di cui si nutre la sua perseverante infingardìa. Una rete di misfatti e d’orrori, di cui lui soltanto detiene la password segreta, sì da rendere più difficile lo svelamento del mistero in cui egli si cela. Soprattutto che lo preservi da chi vuole inoltrarsi nel labirinto della sua mente e che vaga cercando “di stabilire un ponte, una connessione possibile tra il suo pensiero e la sua esistenza”… partendo da quella macchia rosso sangue che, versata sull’altare del suo narcisismo inenarrabile, persevera, si ravviva e agghiaccia, e che mai permetterà al mio Signore di apprendere quella verità che la coscienza della morte gl’impone.

«Mavruz infame, per oggi ho deciso d'indossare la mia veste cardinalizia.»

«Si mio Signore, è già quì!»

Finis nusquam, non qui né in nessun altro luogo della magione, la fiamma diabolica che arde nell’anima nera del mio Signore potrà mai essere spenta, che la legna riposta non ancora si è esaurita del tutto. Come d'altronde non si esauriscono mai le sue richieste, pretenziose non poco. Ma chi sono io, se mai sia stato qualcuno, a sindacare l’operato del Signore che mi comanda?

«Mavruz sei tu? Mi è sembrato di udire qualcuno.»

Son io, Mavruz, chiuso in me stesso, il ministro oscuro, il molosso dalla mascella poderosa che attende nell’ombra, pronto a frantumare le ossa di chi osa avvicinarsi; che vigila attento sulla porta di questa magione, affinché le urla dell’umanità corrotta, non arrivino a disturbare il sonno ascetico del mio Signore.

«Sei tu, l’infedele che avanza?»

Son io, Mavruz, chiuso in me stesso, il demone orrifico che ripone in seno all’erudizione colta, gli elementi e i simboli ermetici elaborati dal mio Signore, e che tiene rinchiusi negli antri bui invasa dagli spettri, che attende, nell’unica sala adibita a ‘biblioteca’ senza scaffali, che all’occorrenza contiene i resti di vecchi libri polverosi, cataste di legna di librerie schiantate sotto il peso del tempo e delle parole, che finiscono per ardere nel camino, soffocando l’aria di capoversi, di virgole e punti, di spazi vuoti e di accenti, nel riecheggiare informe di affabulazioni consunte, di parole oscene che non oso ripetere.

No, nessuna particolare struttura architettonica, né altra barriera, interrompe la struttura lineare della costruzione, oggettivamente visibile, come di un’esperienza che ritorna, quale immagine di una realizzazione terribile e nefanda, che il mio Signore, anfitrione di se stesso, porta stratificata nella memoria, e che solo la ragione suggerisce di tacere. È dunque del fuoco la macchia rosso sangue che illumina il riquadro dell’unica finestra accesa, aperta sul nulla, da cui l’afflato orrifico che porta le tenebre, una zona franca dove restare invisibile al passare inesorabile del tempo, nell’attesa…

Finis nusquam, come in nessun altro luogo, quell’unica finestra ha il vetro infranto, fatto a pezzi dall’indifferenza che domina sovrana. Lame affilate di vetro come ghiaccio tagliente che attentano all’incolumità di chi si arrischia di penetrare nel prodigioso maniero che domina questo spurio feudo di sale, così come nel labirinto oscuro dell’inconscio, che pure il respiro affanna.

«Sei tu, Mavruz, perverso infame?»

Son io, chiuso in me stesso, il filosofo del residuale, che imprime al nucleo orrifico della mente “..il fascino irriguardoso e contiguo dell’animalità, l’aggressività e la virulenza animale che ri-emerge nella passione umana”, e non all’anima morale l’afflato del suo male. Ma nonostante in me parli la voce della ragione, tutto ciò che appare partecipa quì di una contiguità attraverso la passione che da sempre il mio Signore intrattiene nel suo rapporto con la natura animale di se stesso, che la sola presenza nell’anima ancora sopravvive alla sua figura corporea, in costante attesa di luce che la illumini, e non sa quand’anche questo ricongiungimento accada, segnerebbe la sua dissoluzione, pur nella pienezza della luce raggiunta.

Che al dunque egli è ombra, fatto della stessa materia gassosa delle nuvole che passano e vanno; e che le sue azioni non possono considerarsi veritiera testimonianza di eventi in quanto soltanto narrati, piuttosto come mai davvero accaduti. Come tutto ciò che accade trova posto solo nella sua mente, in forma d’immagini di un mondo assoluto, estremo, dove in realtà non accade nulla, dove ad ogni battaglia vinta, o persa che sia, non sopravvive e non perisce nessuno. Dacché l’ansia del passato che ritorna procura l’emorragia del tempo attuale, ove ogni accadimento è il frutto di un’attesa prolungata all’infinito, in cui le parole tramutano in pensieri, diversi e pur sempre uguali a se stessi, a dar luogo a costrutti senza domani, dove non arriva nessuno, perché non si aspetta nessuno.

«Mavruz sei tu? Villico infame, non senti che stanno bussando alla porta?»

«Sono qui mio Signore. Mavruz, chiuso in me stesso, il cane ubbidiente e ringhioso, che adesso va ad aprire.»

«Chi mai osa disturbare il mio Signore a quest’ora, in questa notte gelida d’inverno?», chiedo.

«Maaaavruz, và ad aprire bastardo infame!!!»

Grida il Mio Signore.

«Vado, vado, ma datemene almeno il tempo.»

Apro (fintamente). Ma come temevo non c'è nessuno, che la porta è sbarrata da sempre.

«Maaaavruz!, (chiuso in me stesso), ho sete, fai presto, porta dell’elisir oppure del veleno, che liberarmi voglio da questo consiglio immondo, senza consenso.»

Deve pur esserci un tempo in cui giungerà fino a me il vostro sguardo attraverso l’intercapedine dei muri di questa prigione che mi tiene segregato, per quanto, io non posso restare nascosto nell’alveo oscuro della mia mente, che il segreto che non può essere svelato, infine sarà manifesto.

«Sei tu, larva di umani escrementi?»

Son io, Mavruz, chiuso in me stesso, il carceriere amoroso e spietato dell’impietoso destino, colui che gioisce della pena e che segretamente gode della tortura inflitta alla creatura sciagurata che è il mio Signore. Anche se ciò che più mi preoccupa è il suo trasformare in fobie ossessive tutto ciò ch’è di spettanza al buio, ai sogni, alle allucinazioni, quegli incubi procreatori dei fantasmi che riempiono le sue (e le mie) notti insonni.

Ma ora mi si voglia scusare se mi astengo dal parlare ma, mi mancano le parole davanti ai papiri sparsi del suo continuo scrivere in una lingua che non è la mia, fatta di oscuri ritorni, di richiami al ‘mito’, di simboli di un’arte occulta e incomprensibile. Pagine su pagine da riempire tomi di crimini orrendi, ispirati per lo più dalla bieca religione ch’egli professa, e che lo spinge all’adorazione sacrificale di divinità mostruose che presidiano i cancelli dei cimiteri e le porte degli inferi, esigendo tributi di sangue.

«Sei tu, la serpe velenosa che porto in seno?»

Son io, chi altro se non Mavruz, chiuso in me stesso, il despota incontenibile che abita il lato oscuro della costruzione. Colui che non conosce il tempo che verrà, ma solo il presente, che non si fa scrupolo dell’attesa, e che pure aspetta la notte in cui lo raggiungerà il destino. E sarà l’ultima, quella definitiva, come andare incontro alla disgrazia fatale che ha visto gli angeli ribelli cadere davanti alla lesa maestà del vero Signore, contro la falsa innocenza dello spietato Iddio.

Colui che nella diatriba immutata e costante contro l’umanità, ha decretato la sua miserevole colpa, senza possibilità di riscatto. Questo sono io, Mavruz, chiuso in me stesso, che nulla può il mio chiedere senza il volere altrui, che l’infelicità e la colpa preposte sono ciò che concerne all’ordine demoniaco, i cui statuti giurisdizionali regolano le relazioni tra gli uomini di qualunque grado e ceto, e che nell’infrangere le pareti impenetrabili del proprio ego, altresì lo riesumano dal profondo abisso dov’egli è inginocchiato al cospetto dell’altrui volontà. Sssssst!, adesso si deve fare silenzio, che il mio Signore dorme.

Orché la magione non dorme mai, dall’alba al tramonto, nelle ore in cui apparenti striature scarlatte, quasi violacee, si distendono lineari e piane sul foglio bianco, resto in attesa della notte. Nel contesto quotidiano gioca il tiranno al dominio della Terra. Al tramonto che precede l’alba, fantasmi a richiamo, aprono trabocchetti infimi di torri audaci cedenti a impalcature, né l’urlo di spavento del mio Signore, serve a tenerle, né la forza che ormai vien meno. Forche aggettanti chiamano a distanza campane, visione di penzolanti ideali cosparsi d’egoismo.

«Serenità impiccatela! Tranquillità è già stata impiccata!»

Sono parole non mie ma del mio Signore, ogni volta che s’abbandona alla contemplazione delle cose astratte. Specchi apatici di saloni immensi, colmi di vuoto, scricchiolio di travi, s’abbattono porte in solaio. Destreggiato di vento gira un arcolaio, filatura di vita arde nel camino, avanza sul pavimento, infrange pareti tendaggi, avvolge candelabri immaginari, candele che dileguano in fumo, carbonizzato il ceppo contorto, esaurisce a vita.

E già egli è sveglio, di nuovo.

«Mavruz! Mavruz, (chiuso in me stesso), chi bussa alla porta?» – chiede astioso il mio Signore.

«È il Vento», rispondo.

Sospira.

Ascesa forzata dell’intimo volere, ideali solidificati a crinature di vetro, stalattiti negli occhi stanchi, a scrutare costruzioni impossibili dell’io immaginario, al pari di un re assiso sul trono del nulla, che trascina con sé un destino non suo. Visioni di rocche poderose, di mura insormontabili, ove cavalieri armati fedeli all’ambizione, tengono una battaglia antica, a difesa di un feudo di sale.

«Mavruz, (chiuso in me stesso), la mia investitura! I miei ori! Le mie armi!»

«Ma, Signore

Chiude orecchie a non voler sentire. Orda mercenaria chiamata a raduno, già occupa la rocca più alta, sopra le spalle l’alto monte della testa coronata, cristalli azzurri degli occhi a infrangersi, folti steli biondi e neri tramano ragnatele, scale porte finestre ponte levatoio, rigurgitante d’avida sete, sua Maestà e mio Signore, è solo a sbranare, necessari vassalli incatenati, nessuno accorre, nessuno si leva a difesa. Sua Maestà inghiotte carogne morte d’inedia.

«Evviva Sua Maestà, evviva!»

Alla rocca s’ammaina bandiera, s’alza quella più nera, macchiata di sangue. Suoni di trombe e tamburi, orda feroce, esce e scorazza. Urla implacabili di Sua Maestà, “uccideteli tutti!”.

«Altre rocche, altre carogne, non leale battaglia sul campo, ma distruzione, stupro, violenza» – l’orda selvaggia abbatte torri d’ideali, rocche di infinita speranza, calpesta germi di spiriti eletti.

«Ahhhh! Ahh! Ahahaha!»

Ride insolente Sua Maestà, con le mani insozzate di sangue, fa il giro dei saloni vuoti, specchi d’argento macchiati d’infima fede, lacera carni a brandelli, alla finestra cristalli azzurri degli occhi, s’infrangono di pura follia. Saziata la sete, quinto elemento il tiranno potere, sua Maestà s’affaccia, leva alta la voce. Orda malvagia chiamata a raduno, libidine al cervello lo acclama:

«Evviva Sua Maestà. Evviva!»

Quest’io re, quest’io nullità. Che l’ambizione trova terreno fertile per l’inquietudine, l’accanimento, la concitazione, a voler rincorrere al vento ideali fuggevoli, entusiastica spinta in avanti, arti schiene criniere di bianchi cavalli spronati alla corsa. Gioco di fili a tendere, a cavalieri, esploratori dell’infinito universo, di matematiche sfere a me sconosciute, arpa a canto ambizioso tendo.

«A te che ti proclami ambizioso, spronato a tutto, a sventolare bandiere pronto sul campo, sopra ogni campo di battaglia, a urlare il tuo grido: Avanti! Avanti! Avanti! A conquista avanza a conquista indietreggia, vinto a vincitore, guerriero di me, maschera e istrione, a seguire cavallo impavido impazzito di vento, il crine all’aura e zoccoli alla terra, a narici avida spuma, a labbra sete di sangue, al petto battito irrompente ambizione.»

«Avanti! Avanti!»

Cavalli pazzi, guerrieri straordinari senza posa, pupazzi della mia ragione, a guerreggiare nelle notti insonni, nei bicchieri vuoti, nel gioco di luci ed ombre della stanza, fra le coperte del letto, a sventolare bandiere stravaganti per una guerra a morte di nobili cavalieri. Quand’ecco s’armano i difensori del grande castello del cielo, che fortissima luce balena di scudi d’elmi e di spade, acuti vertici nel complesso concerto, l’orchestra al completo coi suoi migliori strumentisti, solleva ansia al coro.

Cavalli scalpitano alla piana, tenuti a briglia, a forza tendono a catene, muovono pareti d’universo, cavalieri impavidi d’azzurro, cedono al vinto, castelli di nero fumo. A cento a mille le torri crollate, ferma a bufera, ancorché spalancate muraglie del giorno, di rosso sangue la piana riposa. Placata l’ira iniziale, il vento riporta a primiere note. Posa il coro, compenetrato a silenzio, resta a sussultare il vento, maestri a spezzati archi. Una breve pausa e poi, la ripresa segna echi sferzanti. E già il vinto declina sul fianco, la battaglia è perduta, mentre il giorno lentamente muore.

«Mavruz! Mavruz!, (chiuso in me stesso). Dove sei miserabile?» Grida il mio Signore, colpito da malore che già stramazza a terra. L’io che rimane, nulla può. Ciò che avrebbe voluto, utopia. Uno a uno, e più forse, crollano i giganti, ideali inevitabilmente perduti, calpestio di piedi e d’armi nel fango, morti a battaglia. Quando, sollevati i giganti per chimera, lottano coi giganti di chissà quale altra guerra, e ora vincono, e ora, cadono a terra. Un’altra guerra persa, ma per chimera nulla può quest’io re, resta inamovibile al fato, a occhi aperti e vivi, morto.

Sulla carta graffiati a pennino d’inchiostro, i disegni suoi, rifugio arcano di trasparenze di luce nel segreto diario del destino, a separare, i sogni miei segreti, giorni d’oro e di smalto, a incastonare tessere di vita nel mosaico di complicati arabeschi che forse non s’incontreranno mai.

Sì, son qui io Mavruz, quello che hai voluto che fossi, chiuso in me stesso, architetto ingegnoso, a sospendere castelli di nubi, a immaginare ponti d’inerzia per una disfatta al tempo che tutto nega e tutto contrasta, la corona che mi poni sul capo, di ferro resta, che giammai fu d’oro. A battaglia, lacero s’avanza il guerriero che sono, la spada a brandire spauracchi d’orgoglio, d’ambizione, immuni al fato, fantasmi dell’immaginario, nel gioco d’un blasfemo potere. E già s’ergono altre rocche, altre cadono a terra, l’una dopo l’altra senza posa, nulla ormai resta della primiera fortezza. Quand’ecco, abbandonato sul campo giace il guerriero ch’io sono, dissanguato e stanco.

Quel tuo non essere son io, architetto intraprendente, a innalzare strutture impossibili, di un castello di carte che mi crolla addosso. Che pure, malgrado tutto, resto in attesa, al riparo dei muri possenti della costruzione-impalcatura-prigione, fin quando la masnada degli insospettabili risorgeranno impavidi e si presenteranno davanti alla porta della magione-cattedrale-castello, a chiedere l’obolo per ossequiare il feretro del mio Signore. Ma lungi da me aprire quella porta che da sempre resta chiusa, murata di dentro, che non c’è posto per riceverli tutti, non c’è spazio.

No, non c’è posto per quanti ne sono, che la costruzione giace nell’ombra e io non ho ricevuto nessun comando in proposito. Da tempo ormai non c’è più legna da ardere in camino, e ogni stanza è fredda e buia come l’anima che la abita, nascosta nei meandri dei labirinti del male. Nessun lamento o richiamo s’ode provenire dalle stanze mute, che vantano il silenzio dell’eterno. Che l’angelo ribelle è disceso al varo, accolto negl’inferi dei semi-dio, alla sinistra del Supremo che tiene in scacco il mondo.

«Mavruz, Mavruz! (chiuso in me stesso)».

Sento ripetere l’eco lontana della sua voce rauca, catarrosa, angosciante. E nel buio spesso di questa notte che non finisce mai, lo sento avanzare nell’ombra, insofferente, impaziente di mettere fine al mio/suo stesso destino, che quasi tenta di schiacciarne la figura. Mentr’io, all’apparire del suo spauracchio nero come la pece, respingo la sua ombra con la mano, e torno a nascondere gli occhi dietro le palpebre stanche di così ingiusta luce, di sì ingiusta fine. Che al mercato delle cose, da sempre vado comprando fiori che non appassiranno, mentre al mercato della vita rubo incustodito seme troppe volte germogliato di speranza che più non s’illumina: “Ho sempre pensato che chi spera nella condizione umana è un pazzo, chi dispera degli eventi è un vile”, come sosteneva il filosofo sopravvissuto all’ecatombe: “Siamo pionieri della globalità, ma prigionieri dei castelli feudali”.

«Ma cos’è questo brusio, questo nuovo clangore d’armi, questa levata di scudi? Cos’è questo tumulto di folla che s’agita, che corre, che bussa alla porta con sì veemenza?»

«Mavruz! Mavruz! Mavruz! (chiuso in me stesso), dove sei, maledetto, non senti che buttano giù la porta?»

Ripete l’eco al tempo.

«Lo sento, non si fermerà la ferocia umana, che già si scatena un’altra guerra: Corea, Afganistan, Nigeria, Costa d’Avorio, Zaire, Palestina, Israele, e ancora Cecenia, Irlanda, Pakistan, India, Tibet, ma quando finirà?»

D’intorno, da tutto il contado, accorrono con le fascine, con zappe, forconi, bastoni, martelli.

«Che vogliono fare, Mavruz (chiuso in me stesso), abbattere la costruzione dei miei affanni? Ridurla un ammasso di rovine? Che sperano di trovare, tesori, opere d’arte, calici d’oro, crocifissi tempestati di diamanti?»

Blasfeme, corrotte, giungono le ingiurie al mio Signore, che non è più qui. Io, Mavruz, chiuso in me stesso, non sono che il suo umile servo, il faccendiere della magione, il cane da guardia del castello, la spalla sulla scena del suo teatro, il compagno di giochi, lo spartiacque dei suoi pensieri, il suo confessore benevolo, colui che asseconda i suoi voleri, l’avvocato difensore che non può sottrarsi al suo incarico, lo snaturato essere dei suoi desideri, delle sue oblazioni, il capro espiatorio dei suoi offertori, l’erede della sua malvagità rimossa, abbandonata come i vestiti vecchi e corrosi che sono nell’armadio, quel Catone che, malgrado tutto, lo aiuterà a oltrepassare la parete del Tempo.

«Come potrei diversamente?»

La paura cattiva non ti fa diventare una persona cattiva. So già che stragrande scoppierà domani, la ribellione del vinto, quando dall’alto degli spalti s’udranno altri squilli di tromba, quando altri guerrieri, bardati di bronzee corazze e di scudi, prenderanno d’assalto il castello per una disfatta al tempo, che non è la mia. Ed è già è tutto un levarsi di spade, di scudi, di vessilli al vento.

«Bruciamo tutto! Uccidiamolo! A morte! Al fuoco! Al rogo!»

Gridano gli invasati. Non intendo fermarli. Non li fermerò. A nulla servono più le parole. Sbavano dalla bocca nel dare sfogo alla loro rabbia insana, che non dalla ragione deriva, bensì dall’accidia, dall’invidia, dall’avidità che sollecita il potere. Non c’è ragione che tenga quando si arriva a codesta bassezza.

«Al fuoco! Al rogo!»

Impazzano i più facinorosi, i faziosi del male, gli agitatori violenti, mentre le fascine si assiepano a ridosso delle mura. Basta poco, una torcia accesa gettata contro la finestra, per riaccendere le fiamme malvagie nel camino. Allorché tutta la magione arde come un falò di carta ingiallita dal tempo, la macchia rosso sangue fuoriesce e si riversa lungo il bordo bianco circostante.

Nei campi riarsi intorno alla magione è tutto un fuggire in qua e in là senza direzione, a decine, a centinaia, a migliaia cadono i felloni, i palafrenieri, i cavalieri, le guardie, i servitori, i cortigiani, i preti. Con loro cadono le teste e i busti dei grandi accolti nella biblioteca, bruciano i quadri degli antenati alle pareti che li hanno sostenuti, le carte sparse nei cassetti, si scioglie la ceralacca delle bolle, il sego delle candele, arde la tovaglia bianca inzuppata di sangue tinto.

Crollano i muri di sostegno, i contrafforti, gli archi romanici, le ogive gotiche, le cuspidi levate al cielo, in un unico falò delle vanità che vede il mio Signore levarsi al di sopra di questo mondo estremo, abbandonato da Dio.

«Mavruz, (chiuso in me stesso) chi è?», mi chiedo.

«È giusto arrivato l’ospite che aspettavamo, il reverendo Bergson della contea di Bedford per pranzare e pregare con noi», sento rispondere dal Padre Superiore.

«Venga Mavruz, ci aspettano nel refettorio dove già sono raccolti gli altri confratelli (gli angeli ribelli), per il convito.»

«Reverendo Bergson le presento il religioso di cui le ho parlato, ma la prego si accomodi.»

«Dopo la preghiera di ringraziamento, il diacono Mavruz le indicherà la sua stanza, dove potrete ritirarvi in fede e spiegargli con umiltà la ragione della sua venuta qui.»

«Sì, certamente reverendo padre.»

Rispondo, mentre avverto improvvisamente un senso di colpa verso me stesso e la mia cronica incapacità di vivere alla giornata, nel rispetto degli altrui desideri, fosse pure di correre consapevolmente qualche rischio. Da tempo, ormai, le mie notti sono affollate di sogni infecondi, di visioni oscure, di persone e di avvenimenti di cui ho una vaga consapevolezza, e che al mattino si dissolvono in ombre e sussurri indistinti, come per una fuga dalla realtà. Spezzoni esistenziali, coacervo di sentimenti ed emozioni, di ‘se’ e di ‘ma’ riposti in una sorta di soffitta psicotica dove non ho più smesso di entrare. La sensazione di paura e dolore si accompagna a quella di euforia nei momentanei trionfi, quando tutto sembra determinante e definitivo. E poi, il salto nel buio, no, nel vuoto pieno di luce che rende tutto indistinguibile e apparentemente estraneo a me stesso.

«Sogno o visione?»

«Mavruz!, Mavruz!»

Esclama il Padre Superiore con la precisa sensazione ch’io sia altrove, in un luogo indefinibile e improbabile, perso in mezzo al nulla, se pure da qualche parte, in qualche angolo riposto della psiche.

Poco dopo, seduti a tavola, con un gesto maldestro rovescio il bicchiere di vino tinto sulla tavola apparecchiata, quand’ecco la macchia rosso sangue s’allarga sulla tovaglia bianca e scola sul mio saio intonso.

«Mavruz, (chiuso in me stesso), che c’è, non si sente bene?»

«Non è niente, vogliate scusarmi», rispondo, levandomi in piedi e affrettandomi a uscire nell'atrio adiacente, allorché nel silenzio irrompe la voce alterata che mi chiama ...

«Maaaavruz!!!»

«Sì, mio Signore!»


Finis nusquam!









Nessuno ha ancora commentato, sii tu il primo!

Ottimo! Visita la libreria per gestire i tuoi magazine

×
!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×