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Una storia di DomenicoDeFerraro

CANTO DI UN INDIANO METROPOLITANO

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12 minuti

Pubblicato il 11 maggio 2019 in Storie d’amore

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DI :DOMENICO DE FERRARO





Le bugie hanno le gambe lunghe, forse ne hanno tre, non hanno il senso della misura , neppure il senso di essere eterni ma in ogni riscontro culturale si ripercuote in quello che crediamo certi nel contrapporsi ad ogni costo ad una realtà soggettiva . Una dimensione operaia , frustata, messa in croce venduta per pochi spiccioli vissuta laggiù in strada rincorrendo le farfalle dalle ali d’oro . Inseguendo sogni e speranze. Ed in ogni luogo noi viviamo, emerge in noi un punto interrogativo che ci lascia inermi contro la nostra volontà. È siamo fatti ad immagine di un dio troppo bello o troppo piccolo per accoglierci sul suo seno , che può generare a volte un malinteso , una forma bisessuale che imbocca ogni coccola e può divenire un grappolo alla gola . E questo grande gioco fatto di forme e di cose che non hanno senso ci lascia meravigliati in un faticoso divenire.


Un vecchio sedeva sulla panchina di un giardinetto pubblico era convinto che quel giorno andava tutto bene così si girò sui tacchi e rendendosi conto del male che saliva lento dal ventre della città si tolse il cappello ed aggiunse :

E ti pare una cosa bella rapire questa estasi che mi cambia l’esistenza ? ho sempre tifato Napoli ed ora che ho le tenebre alle calcagna una gomma da masticare che mi cade dalla bocca insieme al canto dell’allodola. La ricchezza è una tenera ebrezza , meglio se fossi emigrato nei paese bassi ma alle tante disgrazie non c’è mai d’ anteporre un vaso di fiore . Mi scuote questa sfiga mi sfiora e corre in me fino a condurmi verso quel maestoso camposanto.


Meglio forse essere rinato dal nulla, parte dalla polvere che sparsa nel vento e giunta fin qui nella vigilia di Pasqua senza rimpianto con l’onore di essere compreso nel fare quello che mi pare con tutti i miei anni trascorsi da solo , confesso sono rimasto bambino.


Il vecchio aveva all’incirca settant’anni portati male come la gomma di un auto che si sta consumando che presenta un imperfezione linguistica. Il vecchio si chiamava Albert ed era del Massachusetts ed era venuto in Italia perché doveva sbrigare una commissione per il governo degli Stati Uniti ed il vecchio la sapeva lunga , oltre alla barba aveva uno stuolo di medaglie che lui mostrava a chiunque andasse a trovarlo. Era buono il vecchio Albert aveva viaggiato in lungo ed in largo per l’ intero globo terrestre in veste d’infermiere aveva diagnosticato tante malattie, ne aveva curate a milioni. Aveva conosciuto da vicino la pelle di tante popolazioni ed il dorso dei scarafaggi che volano nell’ aria di maggio con in dorso , palle di sterco. Ed Albert era contento di vivere a Napoli precisamente a monte di Procida su un picco d’ una collina dove si poteva vedere il mare e le sirene danzare nell’ acque limpide d’un sogno di un dio morente. Dalle sue mani volavano le immagini della sua vita , ed era difficile capire se il vecchio Albert scherzasse o facesse per davvero quando diceva chi te muorte chi te stramurte , maledetto il giorno in cui ho comprato questa casa . Maledetto il giorno in cui mi sono innamorato di una italiana precisamente di una napoletana . Io, che ò pesce non mi è mai piaciuto e penso sempre al Massachusetts ai suoi grandi prati verdi. Rammento le vacche per i prati fare l amore con tori novelli nell’eco di una lirica legato ad un sogno giovanile di un mondo bello come il cubo dove la donna siede con le gambe aperte.


Una vita tra sogno e realtà, tra quello che credi giusto o sbagliato, tra un panino ed un sorriso, tutto scorre anche la vita del vecchio Albert che ne ha viste di cotte e crude, come quella volta che volò sopra l’Africa e vide gli elefanti rosa volare , vide una scimmia andare dal parrucchiere e ridere di un altra scimmia , perché si era fatta le trecce bionde. E la vita scorre come un fiume , come quelle lacrime sulle rose gote di una fanciulla perduta nei suoi sogni e nella speranze di un esistenza migliore si apre questo sipario sulla sua sconosciuta storia di soldato e di padre d’infermiere e di sacerdote del dolce far nulla. Le giornate trascorrono pigre in casa di Alberto che a volte fa fatica ad alzarsi dalla poltrona, per cercare la bottiglia dell’alcool , per farsi la siringa nelle natiche bitorzolute, rappellati , mitocondri che strisciano nella propria genetica , surreali figlio di microbi meditabondi che trasportano da cellule amorfe ad altre cellule impazzite il grasso di città, il gas che alimenta una fiamma , forse la vita in quel corpo decadente che stenta a stare all’in piedi . Albert figlio di un Apache della tribù di cervo ferito , figlio di una figlia dei fiori dell’indiana che amava decantare ai quatto venti cosa significa essere liberi in America che s’innamora tutto ad un tratto di quello strano indiano che non sapeva parlare bene l’inglese. Di nome Gufo ferito che ogni volta che la vedeva s’alzava in volo e adorava manitù come pochi. Ed era un grande ubriacone, gufo ferito beveva Whisky di sottomarca e faceva la spola tra la riserva in cui abitava ed il paese dove viveva la sua amante . La mamma di Albert era bella cosi bella che sembrava un girasole impazzito al sole isogenetico dell’America ribelle. Un raggio di sole che penetra la terra e fa sbocciare magici fiori da quell’arido deserto .


I fiori nascono e muoiono si piegano alla forza del vento si piegano alle tante domande a chi ne sa più ne metta con chi gioca con il destino altrui , come una domanda bollata fatta per essere trasferito in un altro nosocomio in un altro continente . Ed il vecchio Albert era il figlio di un indiano Apache detto Gufo Ferito e di una figlia dei fiori perdutamente innamorata degli indiani del sole di manitù . Che rideva quando girava intorno a quell’idolo di legno , saltellava porgeva l’altra guancia cercando un senso alle proprie disgrazie . E quando nacque Albert piccolo rosso e bianco , dai capelli biondo quasi argenti con tante lentiggini come se avesse l’allergia di maggio. Fu un onda di sentimenti strani che ti entrano dentro il corpo nel vederlo . La madre di Albert Lidia era cosi contenta che ringraziò manitù poi Allah e poi nostro signore Gesù di aver avuto un figlio maschio che il nonno indiano piede storto figlio di toro zoppo fece dare una festa immane e cosi opulente , piena di pietanze di ogni genere che rimase nella memoria indelebile delle generazioni future. Un tempo felice che rimarrà nel ricordo immemore di quanta roba furono capace di ingurgitare , di divorare, di bruciacchiare sulla fiamma ardente dei falò . Sotto la calma tonda luna, del deserto nell’accampamento degli Apache della tribù di Toro zoppo in molti si giocarono numeri a lotto , altri finirono per ubriacarsi e fare l’amore strano , ma proprio strano dentro una tenda laggiù vicino al fiume che passa e conduce alle miniere d’oro e d’argento.


Lidia non avrebbe mai creduto di partorire un cosi bel bambino, rosso , biondo e rubicondo che sapeva già dire augh e salutare con la manina alzata come i romani de Roma. Il bimbo sapeva sorridere e tirava forte al suo seno quel latte materno che ti da forza, tanta forza. Bello Albert piccolo mezzosangue crebbe in svelta giocando agli indiani dentro l’accampamento e qualche volta andava insieme a caccia con il nonno Piede Storto .

Nonno cosa significa essere pellerossa

Noi ridiamo ed amiamo la natura siamo indiani

Forse mi prendi in giro

Una penna d’indiano non indietreggia davanti nessun pericolo piccolo cerbiatto

Anch’io un giorno sarò grande come te

Il vento e manitù ci conducono dove il sole tramonta ,

dove le parole emergono dall’animo afflitto della natura

Io sono fiero d’essere un indiano

Noi viviamo per morire, a volte per essere liberi , per essere noi stessi

Ed un giorno i nostri avi ci porteranno nei loro pascoli , sempre verdi ed andremo a caccia insieme, del bisonte.

Nonno non svegliarmi , ma dammi una pacca dietro la schiena voglio continuare a sognare

Non dormire troppo chi dorme troppo non prende pesci

Scendo lungo il fiume e con l’alba mi alzo, combatterò con orgoglio la mia guerra.

Siamo rimasti in pochi un tempo tutte quello che vedi era nostro, fin dove calava il sole , fin dove nasceva la luna e le stelle luccicavano sul nostro cammino ed il cavallo ci portava verso terre meravigliose dove lo scoiattolo saltava tra ramo in ramo fin dentro le foreste fitte dove abitano le belle squaw


I ricordi di Albert sono immagini che emergono da un vaso di pandora ora Albert naturalizzato napoletano gli sembrava assai ridicolo stare in quella veste di paesano coatto. Considerava quella sua nuova condizione una maledizione lui in divisa , al supermercato in cerca tra gli scaffali di una crema per far ricrescere i capelli e la moglie Giuseppina originaria di bacoli gli dice :

Albert salta la coda non perdere tempo tra quei scaffali

Ma non posso stare mai in pace ora divento un indiano furioso

Non perdere il controllo, oggi ti ho preparato pasta e fagioli

Buono con molto pepe ed un bicchiere di vino questo primo maggio sarà una gran festa

Più tardi facciamo l’amore lo faremo assai strano Albert come piace a te a testa in giù all’indiana

Giuseppina acciuffi questo pesce guizzante come in un sogno tra i miei pensieri, vorrei donarti una calda pelliccia di bisonte nero per i tanti baci dati

Marito mio se non ti sbrighi il supermercato chiude e noi rimaniamo dentro

Sempre di fretta , sempre di fretta napoletanamente di fretta.


Giuseppina piccola tonda , rossiccia molto simile ad una squaw della tribù dei Sioux, una napoletana verace tosta iscritta al partito comunista d’adolescente da quando persa la sua verginità con uno scellerato ragazzo che faceva il cameriere in una pizzeria del centro , da quando c’era Berlinguer sempre in prima fila a combattere contro i soprusi di una società grassa e spregiudicata che ama sedersi a tavola senza dividere il bene culinario con il gatto malandrino che sa suonare il chitarrino e porta l’orecchino . Ed Albert aveva una gran voglia di ritornare in America nella sua terra di origine ritornare in seno alla sua tribù di indiani piedi neri che si davano il cambio quando la luna calava o quando il sole si spogliava e rimaneva nudo lassù in cielo tra le nubi sopra un bianco deserto. Una prateria infinita , madre di tante cavalcate che cuoce il cervello in aforismi segreti e naturali che fanno fischiare la serpe e ragionare il ragno peloso. Ma se la terra è madre dell’anima , luogo mitico in cui si nasce e sviluppa in noi una propria utopia un luogo dello spirito ove ritorneremo una volta trapassati in altra esistenza. Ed il viaggio passa in altre avventure attraverso il nostro cuore rimane immutato in quel mite sentimento. E per tutto quello che abbiamo subito non potranno fare nulla per sconfiggere e soffriggere o crucifiggere di nuovo il ladro di sogni su di una croce di legno. Poiché il mondo ha condannato già mille volte chi sputa in faccia alla libertà. E non c’è rispetto per chi ama con animo sincero e le donne della tribù di Albert non portavano le mutande e dormivano nude di notte sotto le pellicine di castoro, di ghiro , di lupo. Ed i sogni in quell’accampamento colmo di stelle sopra la testa erano cosi teneri come cioccolatini ripieni di crema , di miele. Ed un bacio può essere la vita a volte la morte. Albert l’aveva capito guardando il padre , cervo ferito , quando abbracciava la madre . Lidia figlia dei fiori , figlia di un medico psichiatra che esaltava il puritanesimo che non voleva che sposasse quell’indiano buon o a nulla ubriacone che gridava ogni volta lo salutavi. Che s’arrampicava sull’armadio e gli piaceva fare l’amore come Tarzan con Jane. Ma l’amore è strano è una parte di noi e quel frutto maturo che noi cogliamo dall’albero della vita dentro un bosco sacro a manitù. E questo fiore che vediamo crescere nel bel giardino , difronte al mare nel giardino del vicino di casa che nasconde una bambola gonfiabile sotto il cuscino e non si fa mai mancare i sigari cubani. Un vicino che in realtà è un fascista ed il nonno era uno squadrista ed aveva fatto la marcia su Roma. Ma ora che il regime dittatoriale mutano era morto si era estinto con lui l’apologia di reato , contemplato nella costituzione italiana come un atto vandalico , come un offesa al libero arbitrio. Albert quante volte da buon indiano avrebbe voluto sputare in faccia a quel vicino di casa che si radeva la testa come mussolino e portava sempre la camicia nera.



Ma la vita ci conduce lontano oltre quel giardino dove giocano i bimbi con l’anello di salomone con la barba del profeta con le nuvole tra i prati fioriti ove l’ ape vola ronzando sbizzarrita nell’indifferenza di un emozione asincrona che trascende il bene in una forma fisica. In un narrare che lungi per ogni questioni razziali ci conduce lontano nel paese delle meraviglie nel paese di vattelapesca con la donna più bella di questa terra, infelice, addormentata su un letto di fiori sollevato dal vento che vola lontano oltre la nostra immaginazione. Ed il vecchio Albert continua a sognare ad occhi aperti ancora la seduto su quella sua vecchia sedia a dondolo , affacciato sul mare placido della sua immaginazione, un mare che entra ed esce nel suo animo che lentamente muove ogni cosa e conosce il risvolto della medaglia , conosce gli uomini e rammenta la grande tenda del capo tribù. La rammenta circondata di angeli e anime trapassate che corrono liberi per la grande prateria. Ricorda suo padre e sua madre ricorda il vecchio Toro zoppo e le sue parole acherontiche che sanno di carne di armadillo. Si ricorda il mare e la verde prateria che gode nell’attimo di un amore crudele , nella sensazione di un esistenza effimera spoglia di concetti apollini. Un esistenza ingrata ,gravida di fiabe ed illusioni ricca di congiunzioni e falsi idiotismi. Li ricorda adesso quegli amori venduti ora che se fatto vecchio e vorrebbe ritornare nella sua terra cosi lontana cosi bella che traspare in quella nuvola che vola lassù nel cielo azzurro di Napoli .


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