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Una storia di MirianaKuntz

Non un romanzo rosa

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19 minuti

Pubblicato il 30 luglio 2019 in Storie d’amore

Tags: #amore #fine #lettera #storie

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Ricordo ancora quando l’impossibile ci sembrava possibile. Forse perché noi due siamo bravi ad immaginare, io che scrivo da quando sono una bambina, e tu che ti -riscrivi- la vita e la faccia da quando ne hai memoria. Non è semplice fingere davanti agli altri, è facile crearsi due binari, e scegliere di volta in volta dove correre col treno. Il nostro era un binario a parte, nascosto sotto la selva della giungla cittadina, coi tubi dell’acqua corrotti, tanto che se venivano giù due gocce, nuotavamo in una piscina. Per un po’ siamo stati bravi anche a nuotare nell’acqua stantia, il fatto che fossimo insieme ci permetteva di domare le onde più alte. Il difficile è arrivato dopo, quando ci eravamo rilassati troppo, e pensavamo che prima o poi tutta quell’acqua avrebbe avuto il modo di incanalarsi in un buco e sparire, tutta. Così ci siamo messi a fare dei buchi in tutta la stanza, con un martello di quelli che faceva paura, a volte capitava di pestarci i piedi, una volta hai sbagliato mira e mi hai ferito alla fronte, poi mi hai chiesto scusa, e ci siamo messi ad aspettare. A volte aspettavamo seduti vicino, altre volte di spalle, con la fronte corrucciata. Divisi da mille muri invisibili, dove se per caso mi fossi messa a gridare tu non mi avresti sentita. È così che è stato, quando l’acqua è iniziata a salire fino alla gola, ho gridato, aspettando che tu, bravo a nuotare più di me, mi venissi a salvare. Ma sei rimasto immobile, a galleggiare nel mare delle cose che mi facevano male, a volte ti giravi con freddezza e mi gridavi – che sarebbe passata- che i buchi sarebbero serviti. Dai buchi non è uscito un goccio d’acqua, né è entrata il doppio, fino ad annegare la nostra storia d’amore. Non ha toccato riva, non si è aggrappata ad un ramo, ha toccato il fondo della stanza e si è arenata. Da quella caduta non sono più stata la stessa. Ho maledetto il martello, i buchi, il mare, la stanza, ho maledetto persino te, ho pensato che se ti fossi messo a nuotare e mi avresti guidata lontano, saremmo arrivati al sicuro su in isola, e con noi si sarebbe salvato il nostro amore.

Ricordo quando ce ne stavamo lì a morire di dolore perché non potevamo toccarci, che il vetro che ci divideva era l’ostacolo più potente del mondo. Ricordo che in alcuni momenti se avessi potuto masticarti, l’avrei fatto, il giusto per sentire la consistenza della tua pelle in mezzo ai denti, l’aroma naturale prima delle tue guance e poi della tua bocca. Ricordo che soffrivamo tantissimo a saperci distanti, ad accontentarci di una vita dove potevamo solo avvicinarci per poco tempo, solo di nascosto, solo se tutti i pianeti riuscivano ad allinearsi, e se il sole riusciva ad oscurarsi abbastanza, tanto da rendere possibile i nostri abbracci. Per quanto facesse male, quella distanza mi faceva sentire al sicuro, pensavo, scioccamente, che se tu fossi potuto venire da me, così, una mattina a caso, sorteggiata da un calendario vecchio, tu saresti venuto da me, con il cuore in gola, con le mani sudate, con gli stessi occhi con cui mi guardavi troppo tempo fa. Giustificavo tutti i tuoi -non posso- col fatto che non potevi davvero. La cosa ha iniziato a stupirmi quando ogni volta che potevi tu continuavi a dire di non poterlo fare. È venuta meno la potenza delle cose, l’effetto esplosivo che solo le cose migliori possiedono.

Tu non saresti venuto da me, perché alla fine eri abituato al fatto che io fossi lì ad aspettare, che non fossi impaziente come tutti i tuoi amici, che non c’era bisogno di -conquistare- terreno nelle mie giornate, se tutti i campi di ogni mio tempo possibile gridavano il tuo nome. Che -ci sarebbe stato tempo- per tutto, e anche per me, solo dopo, solo alla fine.

Ho pensato per molto tempo che fosse giusto, poi ho capito che gli innamorati veri, quelli che si sentono mancare l’aria senza di te, 120 Km tra andata e ritorno li bevono come acqua fresca, che non sanno dirti - ci vediamo- solo come scusa per metterti paura, come modo per installare un terrorismo psicologico di chi ti tiene al guinzaglio senza considerarti una cosa seria e duratura, ma solo per divertimento.

Ho capito che non basta l’amore per vivere d’amore, che non si può creare una storia d’amore su basi mezze rotte, su pilastri senza cemento, e con il risentimento sulla punta della lingua. Non si può amare quando non si cammina verso la stessa direzione. Prima pensavo che si potesse accettare tutto, poi ho capito che ci sono cose che non puoi accettare e basta, sono cose che ti portano lontano da dove vuoi essere, cose che ti cambiano le giornate, scelte che ti precludono baci, tempo che va perso e che non ti torna più indietro.

Me ne sono accorta quando i miei – desideri- sono iniziati ad essere fonte di litigate, e motivo di problemi. Ho sempre pensato che desiderare le stesse cose, fosse normale, poi ho capito che ci sono persone che mettono al primo posto prima ciò che vogliono in singolo, e poi ciò che si vuole in coppia. Che un mio no, non conta più di un tuo sì. Che una mia decisione non è mai una decisione, se non è quella che piace a te. E una mia decisione su di te, non è mai una decisione se non è quella che piace a te. Ho capito che non ti importa delle mie allergie, delle mie gambe corte, del posto dove ho sempre voluto vivere. Non ti importa nemmeno se sono io a non fare vacanze, a non vedere il mare. Non ti importa se passo le mie giornate chiusa in camera a piangere e guardare il muro, se non sei tu quello che guarda il muro e piange. Non ti importa delle mie perplessità, delle cose che voglio io nella vita, del fatto che sono stanca di ascoltare solo la mia voce ogni giorno, di adattarmi ai tuoi mille impegni, alle tue parole che mi rimbalzano sulla gola solo per mettermi a tacere.

Li ricordo i tuoi occhi, mi guardavano come una cosa che può rompersi da un momento all’altro. Una cosa che vuoi tenere in mano perché la ami, ma senza stringere troppo, senza metterla via, col rischio di dimenticarla. Poi mi hai guardato con rabbia, con odio, con vemenza. Poi mi hai guardato senza calore. I tuoi occhi mi hanno messo pezzi di ghiaccio addosso. Mi si è congelato il cuore, e alla fine non ho riso più, e con me hai smesso anche tu.

Con gli altri ridi. Sei bravo a ridere, è la cosa che ti riesce meglio, ed è una di quelle cose che mi ha fatto innamorare di te. Ogni tuo sorriso mi metteva di buon umore. Come in quelle sere, dove ancora sembra tutto in equilibrio, dove ridi dall’altra parte del letto, ed io resto ad ascoltarti ad occhi chiusi, in pace col mondo.

Tu sei profondamente strano, un attimo prima sembri perso di me, e l’attimo dopo puoi già a farne a meno. Un secondo prima abbiamo la storia più bella del mondo e che nessuno può avere, quello dopo ci odiamo da morire.

Mi sento bella, unica, speciale, poi subito dopo divento la polvere delle tue mensole, il motivo della tua noia, le preoccupazioni delle tue notti, lo sbuffo delle tue frasi, la voce alta, l’orgoglio appuntito che sgonfia la nostra felicità.

L’attimo prima mi sembra tutto possibile, e dopo un po’ invece, smetto di crederci. Perché me l’hai detto tu, tante volte, a voce alta – non siamo un romanzo rosa- anche se spesso ti comporti da pagina e copertina, anche se sembri il protagonista bullo che prima ti tratta male e poi torna a prenderti.

Non siamo un romanzo rosa, ma pensavo molto di più, che potevamo smettere di scrivere la nostra storia su carta e tenerla solo nella testa, solo per un po’, nei periodi di ferie, nei periodi in cui tu eri tranquillo ed io pure. Senza tenerne traccia per nessuno, solo seduti accanto, sulla stessa sedia, a torturarci le mani con le dita intrecciate e il fiato corto.

Me li ricordo quei momenti dove il fatto di -non poterci avere- ci sembrava un mostro altissimo. Dove quella volta hai pianto, forse solo una, perché avevamo finito il tempo, ma non la voglia. Quei momenti dove non conoscevamo scudi ma nemmeno spade. Dove la guerra non si faceva, se non quella di gambe intrecciate e pizzicotti, di letti e cuscinate, di morsi sulla bocca.

Quella guerra mi faceva male e bene insieme. Sapevo di poter perdere tutto, di poterti perdere da un giorno all’altro, ma averti con me un attimo di più, mi sembrava il regalo di un Dio buono e misericordioso. Pensavo di meritarti più io che lei. Pensavo di essere migliore, non come persona, ma come pezzo di un oggetto incastrato ad un altro.

Pensavo che la sua indifferenza ti mandava in tilt, e che invece la mia dolcezza ti facesse sentire piccolo e grande insieme. Pensavo che fare la spesa io e te, fosse un gioco bellissimo, dove io ti insegno a mangiare meglio, e tu mi insegni a mangiare qualcosa di sbagliato senza sentirmi troppo in colpa, banciandomi ogni centimetro di pelle che io considero grasso che cola, accarezzando ogni pezzo che ho torturato cercando di pressarlo nei vestiti più piccoli. Ogni cicatrice lasciata dal mio dolore. Uno scambio di cose che sappiamo fare meglio, uno scambio d’amore che mi sembrava così bello.

Eppure no. Alla fine io passo da autoritaria perché troppe patatine fanno male, e tu passi da stronzo, perché non puoi sgridare chi ti vuole -dare qualcosa- che possa farti del bene.

Pensavo che aiutarti a riordinare casa ti facesse piacere, che non trovassi il mio ordine stressante, che ti piacesse il mio gusto nel comprare le cose, che volessi -la mano di una ragazza- nella casa dove avresti vissuto da solo, ma anche con me. Mi immaginavo un letto di coccole, una tv in penombra mentre ci si accarezza, le fughe d’amore, le sorprese semplici, le lenzuola che sanno di fresco, e la biancheria che non siamo bravi a sistemare.

Pensavo di essere una brava ragazza, di essere utile, di essere giusta per il tuo schizzare in aria, di essere pace per le tue infinite guerre interiori. Immaginavo i -mi manchi- per tutte quelle sere che non potevo raggiungerti, i – se mi mandano lontano a lavoro l’anno prossimo, troverò una soluzione, ma non ti lascio di nuovo.- i -se la moto non ti piace, comprerò cento auto e tu sceglierai quella più bella, perché non importa dove siamo, importa che tu sia a tuo agio, che non hai brutti ricordi nella testa, che siamo insieme- Mi immaginavo i -se vorrai prenderemo un cucciolo, ma solo se ti sentirai al sicuro, solo se la casa sarà grande abbastanza, solo se avremo il tempo per fare l’amore senza correre all’impazzata per ogni guaito- I – non la contatterò mai più per nessuna ragione al mondo- Mi immaginavo i – faremo tutto quando sarai pronta, perché tu hai atteso me più di quanto avresti dovuto, e adesso tocca a me aspettarti anche tutta la vita- Mi immaginavo che bastassi, e non di essere l’anello mancante per la procreazione di un figlio, che se non arriva entro cinque anni, allora mi rende incompleta e disamorata. Perché a me nessuno l’ha chiesto cosa volessi fare, dove volessi andare, se volessi essere la madre di una bambina, di un cane, di un pesce rosso, o se volessi solo essere la tua migliore amica, la tua innamorata per tutta l’esistenza, la tua amante, il tuo punto di riferimento.

Se si parla di me ci sono sempre state tappe fisse, punti immobili per arrivare a dimostrare il mio amore, se si trattava di te, tutto un -forse- un – domani si vedrà- - non ne sono sicuro.-

Questa disparità di intenti mi ha sempre fatto male e mi ha sempre fatto paura.

La stessa paura che mi veniva sbattuta in faccia quando non -ne potevo avere- quando – non ti farei mai male- mentre mi sono ritrovata a combattere contro denunce millantate, minacce di aggressione, serate in cui se stavo male e non rispondevo alle chiamate la mia vita poteva cambiare in un istante con una telefonata, un cecchino sotto casa, o dei ricatti al sapore di -suicidio-

Io che sono sempre stata fragile, io che se ho un senso di colpa non esisto più. Io che pensavo tu mi conoscessi, e che tu potessi proteggermi, che come tutti gli innamorati fanno, anche quando ti faccio arrabbiare non ci sono ripercussioni per la mia vita, invece ce ne sono sempre state, e ce ne saranno sempre.

Tu vuoi essere libero, senza regalare la libertà. Vuoi avermi senza starmi accanto, senza difendermi, senza tenermi al sicuro. Vuoi avermi senza vincoli, senza colpe. Vuoi una storia dove quando sbagli si azzera tutto, e tutto gira all’infinito, come un gioco arcade dove quando muori, con un nuovo gettone, puoi rifare la partita da capo.

Nel mondo reale se spari non torni indietro, nel mondo reale quando sbagli, lo sbaglio diventa un mattone, a volte esso cade e ti spacca la testa, altre volte si aggiunge ad altri, e col muro di silenzio che si forma, ti si anestetizza il cuore e i desideri. L’amore diventa asettico, e tutte le cose belle perdono colore. Alla fine non le senti più, e il silenzio assordante si porta via tutta te stessa.

Ho capito che alla fine non posso avere paura, non posso desiderare, e non posso gridare. In ogni caso io sono – la pazza- quella che vive in un mondo parallelo fatto di esagerazioni e fantasmi.

La cosa bella è che tutte le cose che prima amavo adesso mi fanno paura. I cani mi ricordano -la casa- che non è stata mia, i bambini l’ansia -di far presto, l’idea di non bastare- le due ruote, il senso di inferiorità, i gelati che non ho mangiato. Il cibo spazzatura tutte le sere dove io piangevo e tu ridevi in salotto con lei. La notte, quella che volevo fosse solo coccole e tenerezze, momenti tragici in cui le nostre vite tremano e tutto sembra diventare un film horror dove uno dei due alla fine muore.

Tutte queste cose messe insieme mi fanno stare male. Tutte queste cose mi rendono debole.

Tengo a mente tutte le cose piacevoli, i messaggi che ho messo da parte in una cartella dal nome-le cose belle- dove la nostra unica foto brilla di luce propria. Ma le cose brutte fanno tremare i gradini delle cose migliori. Il terremoto fa crollare anche le radici oltre che le foglie. Interi alberi cadono giù.

Ricordo quando ti ho preso per mano e ho capito che eri -la persona della mia vita-

Poi ricordo quando mi hai spinta e te ne sei dovuto andare, perché il telefono scottava e tu avevi paura. Ricordo anche quando la tua rabbia è diventata così grande da mangiarmi la testa: tu volevi che io morissi, ma non ti eri reso conto, che io ero morta già qualche attimo prima, quando ti ho guardato negli occhi e tu non c’eri più, quando piangevo come una bambina e a te non interessava, quando ti dicevo di cambiare, ma tu ti amavi così com’eri e amavi le cose che facevi, le ami ancora, adesso, anche se quelle stesse cose ci hanno spinti lontano.

Qualcuno potrebbe chiedermi cosa ho trovato in una persona così -dolorosa- e faticosa. Non ho una serie di parole da poter usare per descrivere il nostro amore. So che l’ho sempre saputo, so che una cosa forte la senti nello stomaco ancora prima di assaggiarla, e so che se da bambina ho lottato così tanto per averti, un motivo dovrà esserci, perché ho sempre avuto ragione, perché io avevo visto cose che tu per paura non riuscivi a vedere, io ci vedevo già, adesso, dieci anni dopo, a camminare vicini, a sapere tutto della vita dell’altro, e scriverne una nuova, solo nostra.

Tu non ci credevi, camminavi a testa bassa, io non ti ho mai perso di vista, perché il coraggio non mi mancava.

Pensavo di essere il meglio per te, di poter essere il sentiero in mezzo all’inferno che ti porta in salvo e ti fa salire di un piano. Perché io ci credevo, perché le lettere sono le stesse, ma scritte in maniera diversa, perché tutte le cose che non so fare volevo impararle insieme a te.

Pensavo che la mia spesa ti rendesse felice, che avere una casa solo “nostra” ti rendesse completo, e che la vita avesse smesso di farti paura, adesso che ci sono io.

Ma non ha smesso, io non sono giusta se non ti dormo accanto, se non divento moglie, se non divento madre, se non ti lascio due carrelli per la spesa, se non mi crescono le gambe, se non puoi dormire con un cane sul cuscino, se non amo tutti i tuoi amici, e se non imparo a stare da sola, quando tu hai così tanto da fare, ogni momento, ogni giorno, ogni pezzo di vita.

Pensavo che il silenzio a volte possa risultare meno dannoso e più proficuo, che dopo tante parole non dette, le mie due parole, messe insieme, di notte, potessero farti stare meglio, potessero farti capire che dietro il mio scudo da persona ferita, ci sono ancora io che ti aspetto. Pensavo che aver aspettato tre anni fosse il tempo giusto per essermi guadagnata il tuo rispetto, il tuo tempo, le tue chiacchiere con gli altri che portano il mio nome.

Credevo che avessi capito quanto mi hai spezzata in due, quanto la presenza di una terza persona sia stata una prova di coraggio ogni giorno, e di come la sua presenza eterna nelle nostre vite, sia una tortura continua alla mia testa, in un posto dove tutti sono allacciati a tutti, dove nessuno esclude nessuno, dove ci sono continue cene, saluti infiniti, e ringraziamenti speciali. Dove io sono l’alieno, dove io sono la -puttana- che è venuta dopo, quando nessuno conosce la verità, dove io ci sono sempre stata, rannicchiata sotto le gambe di un tavolo, ad aspettare che il tuo ansimare finisse, che le tue amicizie diventassero davvero amicizie, che la neve non ti piacesse più, che capissi in fondo che un’amica non può diventare un grande amore. Sempre lì, sotto lo slancio disumano delle tue indecisioni, della tua rabbia, dei tuoi – forse- delle tue prove e tentativi errati. Ero sempre lì, solo che nessuno mi vedeva, solo che nessuno mi conosce.

Pensavo che con pazienza avresti baciato tutte le mie ferite, che col tempo avremmo dimenticato il male, avresti smesso di gridarmi in faccia, avresti avuto più pazienza, dissipato qualche mio capriccio, esaudito qualche mio desiderio. Dato le cose che non ho mai potuto avere, difeso, come io ho sempre difeso io da chiunque abbia aperto bocca di te.

Resto una non madre, una che per te non ama gli animali, una che non si accontenta mai, che non ha le palle per niente, che non è capace di niente, che respira aria per rovinarti le giornate, che non ti capisce, e vuole cose da te impossibili.

Pensavo che l’amore fosse una cosa semplice, se vissuta in due, nei giusti tempi e spazi. Che non è difficile trovare il tempo per i baci e quello per i chiarimenti. Che gridare sottovoce serve per farsi capire, ma che i baci sono meglio, e che spiegano più veloce. Che non sono la persona giusta per te, perché hai smesso di vedere in me la soluzione la prima volta che spaventata sono corsa via da te, io ho continuato a lottare, ad aprire le porte del mio orgoglio alle tue spade corazzate, a farmi bastare i – poi lo facciamo, poi lo farò, i vedremo- i continui nascondigli che tu trovavi alla mia persona, gli escamotage per non accostare mai il mio nome al tuo, i – salvi tutti- a nascondino che escludevano sempre la mia di salvezza.

Tutte quei buchi ci hanno fatto imbarcare tanta di quella acqua che alla fine siamo diventati una piscina, ho nuotato, mentre tu eri di spalle, ho usato le bombole e il boccaglio, ho toccato con la fronte la parte alta della stanza, visto anche i fondali più spaventosi, poi ho terminato le forze, e mi sono lasciata morire.

Tu non sei tornato a prendermi, eri nella stanza accanto, ad ascoltare la pressione delle tubature scoppiarmi in faccia. Avevi messo in salvo il bambino, il cane, gli amici, lei e l’orgoglio.

Io ti aspettavo, nella mia storia tu saresti tornato a salvarmi, mi sono addormentata così nelle acque gelide della mia testa. A volte mi sveglio di soprassalto, perché la vita sembra scorrermi di nuovo nelle vene, come una batteria che si ricarica per inerzia ma dura solo qualche minuto e poi si spegne, di nuovo. In quei tre minuti di tempo trovo le energie giuste per sussurrare il tuo nome, aspetto che la stanza esploda, che la mia testa si disgeli, e che tu con la luna sotto il braccio e il sole sulla fronte, venga a riscaldarmi, anche se sono passati cento anni, anche se mi resta ancora qualche attimo di vita.

Nella mia testa ci siamo io e te, e questo mi aiuta. Ci sei tu che mi ami, e che ti va bene tutto, purchè sia con me, ed io che ti sorrido. Non esiste la morte, non esiste la giornata che finisce, non esiste il silenzio. Ci stiamo guardando innamorati come una volta, nudi, vergini di errori, e tutto è più semplice.

Ricordo ancora quando l’impossibile ci sembrava possibile. Adesso ho capito che è possibile solo se credi che lo sia, e che tu sei fatto per credere solo in te stesso e alle cose che ami davvero.

Io non ne faccio parte, e non sono mai stata io il vero epilogo della tua vita.


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