scrivi

Una storia di QuintoMoro

Scappati di casa

Partire è un pò morire

142 visualizzazioni

8 minuti

Pubblicato il 02 settembre 2020 in Thriller/Noir

Tags: #adolescenza #famiglia #infanzia #ricordi #traumi

0

Pubblico qui uno stralcio del romanzo breve "Scappati di casa", scritto con la formula del flusso di coscienza e pubblicato integralmente in chiaro sul mio sito a questo indirizzo.
[Ho scelto il capitolo 5, che potrebbe essere un "capitolo zero" che funge da introduzione agli eventi.]

Ricordi. I ricordi sono un dito al culo. Il dito sudicio e rugoso di un vecchio di merda che non si taglia le unghie, né le pulisce dopo una giornata a frugare merda di cane, e t’infetta dall’interno che nemmeno te ne accorgi. È sempre così quando devi ricordare qualcosa, inchiodare un impasto maleodorante di sensazioni e immagini con parole da comporre su una pagina. A volte, quando devi scrivere un ricordo, ci costruisci sopra castelli pieni di torri, arazzi, guglie e gargoyle, ponti levatoi e candelieri. Ti ci perdi dentro, e lo fai apposta. Ricostruisci i tuoi vecchi amici e nemici, parenti e sconosciuti in una sequela di dettagli, aneddoti. Non tutti veri. Non tutte bugie. Perdi il tuo tempo a sforzarti di ricordare com’era il colore o l’odore di questo o quello, e con gli occhi da adulto dai nuova forma alle sgorbierie della tua mente di bambino. La memoria è il giullare cantastorie che un po’ ti intrattiene e un po’ che ti prende per il culo. È il cervello che fotte se stesso. È il più grande meccanismo masturbatorio dell’essere umano. Un meccanismo freddo, insincero e vago.

Volevo raccontarvi questa storia come avrebbe fatto un romanziere capace. Sono sempre stato un pessimo lettore di romanzi. Non mi è mai piaciuto leggere. A scuola cercavano di convincerci a leggere, racconti e libri. Per me era un mucchio di puttanate. Non avevo mai letto nulla che somigliasse alla vita reale. Non alla mia almeno. Nei racconti, nei libri, nei film, le cose sembrano sempre succedere per qualche motivo. E quando ti metti a scrivere un racconto finisci per cadere nell’imbroglio di piegarti a quegli scheletri senza carne e senza organi, a fare l’impalcatura per dipingere le mura di ricordi in un palazzo che non c’è, come in quel film di Fellini. Strutture, sostegni, puntelli di verbi e aggettivi, dialoghi e descrizioni. Tutto per dare forma a qualcosa che non è la vera verità. E allora vaffanculo. Chi l’avrebbe mai detto che sarei finito a scrivere, io, che a dieci anni ho sputato dentro la borsa della maestra d’italiano dopo che aveva litigato con mia madre davanti a tutti i miei compagni. Era stato umiliante che tutti vedessero che razza di madre avevo, e diventare l’argomento del giorno nei discorsi dei miei stronzi compagni appena uscivano, correndo a raccontare tutto ai loro genitori più o meno benestanti, più o meno normali. Io che non sapevo mettere la punteggiatura. Io che non sapevo coniugare i verbi, che capivo male le parole, e che facevo da monumento d’imbecillità nella lettura a voce alta d’ogni mio tema. Io, l’esempio da non imitare. Per non farsi ridere addosso. Per non diventare cattivi. Per non sembrare scemi.

Ma ci sto io a scrivere questa storia, e non dev’essere uno stronzo resoconto romanzato. Non è un racconto di formazione. Non è una delle Stagioni Diverse del Re. Ma è pur sempre la storia di un ragazzo morto.

Ecco. Non ve l’aspettavate. Fregnacce di reminiscenze da scuole medie e nient’altro. Così sembrava. Ma questo è il racconto di una fuga da casa andata a farsi fottere. Letteralmente. Quello che ho cercato di spiegare finora, orpellando ricordi e dettagli inseriti a forza nei miei ricordi sbiaditi, è che avevo dodici o tredici anni, davvero non mi ricordo di preciso. E non voglio nemmeno essere troppo preciso nel caso qualche vecchio sbirrodimmerda si svegli convinto di risolvere il cold case della vita, gasato solo perché ha visto qualche episodio di una schifosa serie tv dove inchiodano vecchi responsabili di crimini di cui non importa più un cazzo a nessuno.

La memoria non funziona come ci si aspetta, ché quando succede qualcosa ti si fotografa in mente l’ora e il giorno, la data, la stagione, il mese. Ti ricordi un odore. Un colore. Ti ricordi la paura e a volte neanche quella. La paura è difficile da ricordare, è momentanea e quando passa stai già lì a sminuirla, a riderci sopra, a pensare quant’eri coglione a provarla. Non è qualcosa di cui vai fiero. Resta così poco della paura. Non resta integra come l’avevi provata, anche se le costruisci un’impalcatura per farne monumento e scuola per il futuro. Un giorno guardi al centro e vedi un mucchio di macerie, sembra poca roba laggiù nel fondo. Sembrava tutto solido, duro e pesante. Doveva essere qualcosa di grosso, per lasciare tante macerie, ma ti resta solo una sensazione simile a quando ti spiegano un trucco di magia, e non ti sembra più granché.

Il centro di questa storia è che per quanto fossi un tozzo e gradasso ragazzino che si accompagnava a un branco di cazzoni più grandi, avevo una paura fottuta di mio padre. Una paura che con gli anni mi è parsa sempre più ingiustificata, anche se quanto avvenne durante e dopo quella fuga, è in gran parte responsabile della svalutazione.

Mio padre era come quei cani che abbaiano forte dietro una reticella. Ringhiano, latrano da farti rizzare i peli che nemmeno hai. Quei cani che speri sempre non trovino un buco nella rete o ti farebbero a pezzi. Non urlava a vanvera, non urlava sempre. Aveva un atteggiamento spavaldo e deciso, di chi è intoccabile, di chi non puoi scalfire. Ed io volevo essere allo stesso modo. Volevo quella grinta che fa tremare gli altri, se si accorgono d’averi fatto incazzare, perché è inutile incazzarsi se nessuno ha paura della tua rabbia.

C’è chi non vorrebbe mai ricevere uno schiaffo, e preferirebbe mille rimproveri e punizioni. Sono quelli che hanno davvero preso tante, troppe botte. Sono quelli che pensano che prenderne di meno o non prenderne affatto sia meglio. Io ho sempre pensato che fosse peggio restare alla corda, sotto la minaccia perenne, in quella paura costante di qualcosa di terribile pronto a venirti addosso, perché non sai con che violenza si sfogherà.

Facevo un sogno ricorrente da bambino. Il soffitto mi crollava addosso mentre dormivo. Sentivo un terremoto, come un asteroide fosse precipitato sul tetto della casa e grossi pezzi del tetto venivano giù ad immobilizzarmi. Mi schiacciavano sul petto e sulle gambe, io cercavo di tirarmi su ma non ero abbastanza forte. Poi veniva mio padre a tirarmi fuori. All’inizio urlava dietro la porta, incazzato perché pensava avessi fatto chissà quale casino. Sfondava la porta con una spallata e le schegge mi volavano in faccia. Quando mi vedeva sotto le macerie si preoccupava, diceva cose eroiche tipo “vengo a salvarti!”

Aveva braccia robuste e tirava su i massi e li gettava dalla finestra della mia stanza, ancora miracolosamente intatta. Ricordo che apriva la finestra prima di lanciare i sassi, per non rompere il vetro. Quand’ero libero mi afferrava per il colletto, e mi chiedeva cos’avessi fatto al tetto. Cos’avevo nascosto nella mansarda? Mia madre dal fondo della cucina gridava che era colpa sua, che mi aveva dato i soldi per i petardi, ed io li avevo nascosti in soffitta. Poi erano esplosi, facendo venir giù il tetto. Guardavo il cielo gonfio di nuvole e cominciava a piovere. Mio padre mi colpiva ma la pioggia e il vento freddo stemperavano l’attrito delle mani che schioccavano sulla faccia. Mi preoccupavo più del fatto che mio padre non avrebbe mai riparato il tetto, lasciandomi dormire sotto la pioggia per tutto l’inverno. Mi preoccupava più di tutte le sue botte. A volte, c’erano sogni in cui passava il tempo e mi costruivo una mini-casa sotto il letto, con un campionario dolciumi e pupazzi che trovavo stupidi, ma avrei potuto rivendere a qualcuno l’indomani, a scuola.

All’epoca della fuga da casa, quella vera, non quelle vissute nella mia testa nei pomeriggi da tiratardi, avevo già preso qualche sberla. E non avevo paura per il dolore. Ne avevo perché quel terrore rimasto in sospeso per anni fra i ruggiti e le minacce di mio padre iniziava a farsi concreto in quei primi schiaffi, che non erano così terribili a ben vedere. Ma era come se per anni mi avesse promesso tali orrori e nefandezze che sembravano dover arrivare tutti in una volta. Come quando guardi il cielo nero in lontananza, mentre sul paese splende ancora il sole, ma senti il vento sulla faccia e lo sai che sta portando le nuvole nella tua direzione, e lo sai che prima di sera saranno arrivate da te, sparandoti in faccia grandine e tuoni, che la promessa del disastro si abbatterà nella notte quando sarai troppo stanco per poter rispondere. Ti sveglierai pensando se hai chiuso la finestra. Se quel cazzone che ti ha montato gli infissi e lavora in nero senza nessuna qualifica avrà fatto un buon lavoro, o ti troverai con la casa inondata domani mattina. Ma sono cose che ti vengono in mente solo quando sei invecchiato. Quando a dieci o dodici o quattordici anni sentivo tuonare mi bastava non svegliarmi sotto macerie di cemento umidiccio e il digrignare dei denti marci di mio padre.

Avevo paura. Una paura irrazionale. Non era nemmeno la paura del dolore fisico. È difficile spiegare che paura fosse. Senza stare a fare altre seghe mentali su chissà quali incubi mi sarebbero spettati tornando a casa non dopo una stronza autentica sospensione, non di quelle finte con-obbligo-di-frequenza, come se mi fregasse qualche cazzo della scuola.

Cominciavo a rendermi conto che in un modo o nell’altro avrei sempre irritato i miei genitori, soprattutto mia madre. E in un modo o nell’altro, avrei sempre dato a lei una scusa per lamentarsi e a mio padre una scusa per gridarmi contro o alzare le mani.

Non ho detto perché ero stato sospeso. E non lo dirò perché non farebbe nessuna differenza.


Continua... (link esterno)


Puoi leggere questa e altre storie complete sul mio sito www.cantastoriestonato.com, accesso libero e gratuito, senza pubblicità e senza registrazione.


Nessuno ha ancora commentato, sii tu il primo!

Ottimo! Visita la libreria per gestire i tuoi magazine

×
!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×