scrivi

Una storia di Roberto98

Cervello

Al mondo esistono i cadaveri, ma lì fuori no, non così – là fuori il cadavere è vivo per sempre.

285 visualizzazioni

7 minuti

Pubblicato il 20 maggio 2020 in Horror

Tags: #angoscia #mente #morte #terrore #universo

0

Una donna e suo figlio stavano dentro una grande stanza di uno squallido condominio. In quella sala, che fungeva anche da cucina e da camera, c'erano pochi mobili e una sola luce che pendeva dal centro del soffitto; le pareti erano imbottite di uno strato morbido che serviva ad insonorizzarle. Il ragazzo sdraiato sul letto scriveva sopra il suo quaderno. La luce che entrava dalla finestra illuminava il suo viso emaciato: era giovane, ma il volto già pieno di segni. I suoi capelli neri erano sporchi, cadevano a boccoli grassi sulle tempie. I suoi occhi non riflettevano nessuna luce, la bocca raggrinzita non sembrava più capace di alcun sorriso.

“E' tutto così vacuo e fragile. Oggi devo fare questo, domani devo continuare quel progetto... Io vivrò con lei. Non si rendono conto che è tutta carta straccia? Quei bambini lì fuori giocano a pallone, i genitori li guardano sorridenti... Ma non lo sanno che tutto può esplodere da un istante all'altro? Quei signori non lo sanno che loro e quei bimbi, ogni momento, rischiano di scomparire nel nulla?”

La madre lo vide cadere a terra; si strappò i capelli: la tragedia era ricominciata. La donna corse a stringere il corpo del figlio, ma ormai era già andato via, in uno dei suoi febbrili sogni in tempesta. Lo strinse a sé, lo scosse, ma lui si scuoteva ancor più forte, con un rumore sordo, picchiando contro il pavimento. La mandibola gli si serrò, strizzò gli occhi; per i pochi istanti di padronanza sul corpo non gridò, riuscì soltanto a lanciare un lieve mugolio, come un animale che non vuole più lottare, arreso.

L'urlo disumano gli squarciò la mente. Gli odori e il tatto scomparvero. Nei suoi occhi, o ciò che erano diventati, si faceva strada un unico mare di luce rossa densa e accecante, come spingesse nel cranio – no, non aveva più occhi, gli spilli di fuoco penetravano nel suo essere da ogni dove, comprimendo il suo corpo come una pressa, annichilendolo, facendolo sparire: lui non c'era più e le sue spoglie mortali erano rimaste sulla terra. Il suo Io fluttuava nei recessi dell'universo, martoriato da quel grido rosso senza parole, fuori dal tempo e dentro a un altro senza fine. Il non esistere più come essere vivente ma come puro catalizzatore di energie, senza raziocinio, senza scelta, senza pensiero: poteva soltanto subire gli artigli del grido, l'ardere dell'oceano rosso; accettare l'anti umano e non poter morire: un'eterna condanna alla percezione.

L'urlo nel cervello del ragazzo si riflesse nella realtà: con la sua piccola bocca iniziò a gridare mentre la madre lo stringeva fra le braccia; si accorse che aveva gli occhi spalancati e rigirati nelle orbite. La donna piangeva, l'urlo la assordava.

“Smettila!” Gridò.

“Smettila!” Gridava e lo strinse di nuovo al petto.

Quella bocca disperata le faceva tremare la cassa toracica: il figlio non si fermava.

Gli si scuoteva fra le braccia, lei non sapeva cosa fare. Che senso avrebbe avuto chiamare il dottore? Sarebbe stato come sempre.

“Come fa a gridare così?” Pensò, “perché non prende fiato, perché non si ferma?” Piangeva.

Le corde vocali del ragazzo si lacerarono per l'ennesima volta e il suo grido diventò un sibilo.

Nel mentre, lontano dentro di lui, la voce assordante e il mare rosso si scardinarono, la mente abbandonò la linea e si divise su mille strade: l'udito e la vista scivolarono come sui binari di una montagna russa: l'oceano scorreva in caduta libera, l'urlo si ruppe in tante voci dissonanti: un coro di baritoni e di soprani, tutti insieme a cantare strofe da diverse composizioni senza alcuna melodia. Una lama iniziò a scavare nell'oceano in turbinante discesa: non c'erano confini al rosso, l'unisono di grida non aveva né limiti né istanti di pace, ma l'Io sentiva quel coltello penetrare nelle carni, come se sotto la luce ci fosse un gigantesco cervello squarciato da un immenso rasoio: nei lampi sanguigni, nell'urlo infinito, esso scavava e si contorceva, recideva e con i succhi del taglio creava nuova materia da dilaniare.

La madre era corsa fuori di casa: era in cerca d'aiuto ma sapeva che non poteva trovarne. Il figlio aveva riempito il pavimento di saliva e lei non riusciva più guardarlo – ogni tanto il ragazzo picchiava la testa contro le mattonelle con uno spasmo. L'orologio appeso alla squallida parete scandiva i minuti lì, sulla terra – ma non scandivano nulla per il giovane, lui era perso altrove. Soltanto il suo cranio, con prigioniero il cervello, iniziò a seguire l'avvicendarsi dei secondi, costretto a danzare insieme e contro il pavimento, ritmicamente.

Adesso la lama non scavava più indiscriminatamente: nascosto dall'oceano rosso il pugnale si alzava e calava nel cervello, lo penetrava e poi si allontanava meccanicamente. L'urlo disumano prese a seguire quel gesto: quando il rasoio si alzava la tonalità calava subitaneamente, quando la lama tornava a penetrare nel cervello il grido si faceva acuto, così forte che nessun timpano al mondo avrebbe potuto ascoltarlo senza sanguinare. Il coltello si abbassò e si alzò infinite volte, come in una nuova eternità – l'oceano precipitava, sempre più rosso – poi, d'improvviso, gli occhi del giovane tornarono alla realtà.


L'urlo gli stava svanendo nei recessi della mente; ancora persisteva in lontananza, ma il terrore era svanito: ora quegli echi erano sotto il suo controllo, adesso non aveva più da subirne. “Adesso, prima del prossimo salto nel nulla.” Pensò il ragazzo.

Erano anni che non apriva più bocca se non per gridare. Ricordava a stento i colori della città e l'odore del mare. Dentro il cervello scavato dall'angoscia improvvisa portava soltanto i ricordi peggiori: al nero della sua vita, al rosso delle grida che lo sorprendevano, si univano quelle memorie squallide, come di quando da bambino camminava con gli amici per andare a scuola, e senza preavviso il controllo gli veniva meno, precipitava a terra e perdeva ogni senso umano, ogni cognizione di ciò che lo circondava nella realtà. I graffi dell'universo iniziavano a dilatargli la mente con i propri colori, con quei rumori assordanti. Dopo l'infinita tortura si svegliava sempre steso su un letto, in una stanza di scuola o a casa. Le prime volte aveva intorno persone, adulti e bambini, che lo guardavano preoccupato – poi iniziò a svegliarsi nella solitudine, senza nessuno vicino. Si abituò a riprendere fiato nel silenzio.


Il giovane si alzò dal fiume di saliva che aveva lasciato a terra; c'era anche una striscia di sangue: si toccò la nuca, faceva male. Colto da un impeto di angoscia – anche questa terrena, che sentiva di poter controllare e sfogare- riprese la penna in mano, si accasciò sul letto, aprì il quaderno e ricominciò a scrivere.

“Credere che ci si svegli soltanto su questo mondo è una convenzione: ci si può destare ovunque, non abbiamo scelta: in un ospedale come nel mezzo di un grido, dentro un oceano di sangue, fra tenebre pulsanti nel ventre dell'universo. Non sapete cosa vi è nascosto, non sapete cosa si cela lì, così lontano – e no, non vi è soltanto terrore: io so che vi è anche gioia, ma io, qui... Da questo posto qualcosa mi porta sempre nelle sue caverne d'angoscia. Soltanto al mondo si nasce e si muore, nell'universo si è sempre, si esiste senza aver cuore, senza aver cervello, una macchina piena d'energia ma senza corrente... E tutto si riversa indosso, tutto cola dentro. Al mondo esistono i cadaveri, ma lì fuori no, non così – là fuori il cadavere è vivo per sempre. Da un istante all'altro tutto si rispecchia dentro di lui... dentro di me... sì, sì.... sento che arriva...”

Il giovane lanciò per aria il quaderno e si alzò in piedi. Con i suoi occhi languidi, come sciolti, si guardò intorno, cercando qualcosa, impazzito. Quei coltelli sulla mensola.

“No... non posso pugnalarmi il cervello,” pensò, “non devo ferirlo. L'unica speranza che ho è... annientarlo, sì. Sopprimerlo. Tutto insieme, tutto nello stesso istante.” Guardò l'orologio e prese a correre.

Egli spalancò la porta di casa e corse su per le squallide scale del condominio. Arrivò in cima al tetto della palazzo, senza più aria nei polmoni, poi si sporse dal parapetto a guardare il suolo sottostante. C'era qualcuno che passeggiava: da lassù appariva grande come un puntino.

Non ho più tempo... Sta tornando...” Continuava a sudare. "Lo sento."

Era un volo di decine di metri. Era l'ideale.

Il ragazzo si lanciò nel vuoto piangendo. Chiuse gli occhi.

“... Forse sì...”

Le lacrime gli volarono via dalle ciglia.

“... Forse sarò libero.”

La testa si fracassò contro l'asfalto, il cervello si disfò in mille frammenti.

L'urlo ricominciò.


Nessuno ha ancora commentato, sii tu il primo!

Ottimo! Visita la libreria per gestire i tuoi magazine

×
!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×