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Una storia di DomenicoDeFerraro

LA MEMORIA DELLA LUNA

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10 minuti

Pubblicato il 27 gennaio 2020 in Storie d’amore

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LA MEMORIA DELLA LUNA


Di D. DE FERRARO




La storia siamo noi ,siamo noi questa scodella di minestra fredda mangiata in fretta sotto le stelle , lungo questa strada che ci porta lontano oltre ogni muro, oltre ogni crudeltà , oltre ogni realtà o delitto, commesso . Siamo noi che viviamo ed amiamo cerchiamo d’essere migliori in un tempo che ci trascina verso il fondo di un mondo legato ad un male che si perpetua nel tempo. Siamo noi che ridiamo e speriamo in un domani migliori in giorni migliori liberi dal peccato dall’odio razziale , diverso da oggi. Diversi nel nostro divenire. Tutto accade per caso in un giorno qualunque quando la notte s’era dissolta con le prime luci dell’alba . Il sole giocondo rubicondo, sorse raggiante ad illuminare la poca vita che brama l’amore ed ingorda , assale se stessa , mite nelle mille triste vicende della nostra quotidiana esistenza. Un uomo di nome Pietro dall’aspetto assai gentile dal passato quasi sconosciuto ,andava per la sua strada, attraverso i suoi pensieri nella gioia nelle disgrazie di mille e mille genti di ogni razza , di ogni religione Al suo risveglio, improvvisamente s’accorse di aver perso la memoria ,non si ricordava più chi fosse, ne da dove venisse ,quale era la sua origine . Dove fosse nato , dove era cresciuto , quale era il suo nome . Incredulo in quello stato confusionale si mise a cercare la sua memoria che conteneva la sua triste storia d’uomo qualunque. Una storia uguale a quella di Vincenzo ed Andrea , Filippo e Pasquale cosi uguale a tante altre uguale alle tante faccia di un vivere aldilà del bene e del male. Cosi ovunque andasse, vagando romito , incapace d’intendere, chiedeva esterrefatto a chiunque incontrasse, persone o cose , chi egli fosse . Vivere quel suo stato confusione , appucundruto,lo rendeva inerme incapace di reagire alla sorte alla storia che lo condannava e lo gettava dentro un fosso dove non c’è storia, dove non sei nessuno, uguale alle ossa dei cani, uguale alle ossa dei morti. Provò a lottare contro i suoi fantasmi ed altri idiozie , mitologismi e misoginie ermetiche che rendono l’uomo schiavo dei sui vizi e delle sue virtù. Un dubbio atroce prese sopravento in lui una consapevolezza che lo rese incapace di reagire al male. L’uomo incredulo, provò perfino, stanco di vagabondare , per molti continenti senza trovar risposta alcuna di chiedere alla luna che luminosa , stava là con i seni da fuori nel fosco cielo mezza ignuda , affacciata sul davanzale di quel luminoso universo, beata nel cielo a sera trapunto di stelle, pallida e pura. Splendeva la luna nel buio sopra la terra , l’ammirava dall’alto muta e suadente .

Sai dirmi vegliarda luna , tu regina della notte chi sono io?

Non ti conosco non so chi sei

Non mi conosci ,non mi hai mai visto al bar

Io al bar non ci vado

Neppure a prendere un caffe

Credimi preferisco stare da sola

Sei una solitaria

Io ragiono

Io non ricordo più chi sono

Eccomi sono qui prendimi

Vorrei ma non posso

Hai spostato le tendine

Si le ho socchiuse ho avuto paura che ci vedano

Sei uno sciocco

Io non conosco ecco

Non fare quella faccia

La luna delicatamente mosse i cigli degli occhi poi con voce soave e dolce, colta di sorpresa in quel momento non sapendo effettivamente , cosa rispondere disse:

Vorrei aiutarti ma vedi son tanto vecchia, così tanto da non ricordare neppure io chi sono , ne tanto meno rammento , confesso del mio passato. Del mio morire del dire bislacco che mi conduce ad un sapere profano. Il tempo ahimè ha ingannato anche me , mi ha lasciata da sola . Tanto tempo è passato cosi velocemente nell’oscurità dell’universo in cui sono immersa non ho potuto vedere cosa ti è accaduto per poterti oggi aiutarti .

Troppe cose oscure non mi hanno permesso di vedere cosa veramente , accadesse sulla terra impedendo alla mia fioca luce illuminasse quelle disgrazie che colpiscono ogni essere vivente nell’ore funeste.

Poveretto che sono.

Non disperare.

Ed io piango per nulla?

Per nulla ? Sei vivo tanto basta.

Vorrei essere un astro anch’io.

Sai che barba.

Sei propria bella.

Grazie.

Mi rifiuto di credere.

Non ridere allora.

Non sono cosi cretino.

Non seguire l’ira.

Mi bevo un caffè.

Forse è Meglio.

Il tempo ci ha trascinato in una fossa comune

Sono la che chiedo aiuto

Non piegare le braccia

Ti ringrazio per i tuoi consigli , comunque proverò a chiedere a qualcun altro disse l’uomo amareggiato. Cosi prosegui per la sua strada recandosi lesto da una stella assai luminosa .

E tu Stellina che brilli lassù nel cielo sapresti dirmi quale è il mio nome, chi sono io ?

Bella domanda rispose la stellina , vorrei tanto aiutarti ma credo di non essere in grado di farlo .

Perché mai?

Perché, perché, quanti perché.

Scusa.

Ecco non volevo.

Va bene non grattarti il capo.

Non sono io che mi gratto.

Sarà il gatto.

Una corona d’alloro mi cinge il capo.

Non dirmi ti amo.

Ecco sono nel sacco.

Fosca la via , stretta la strada.

Quanto dolore provo dentro di me.

Allora chi dici d’essere?

Non lo so . Ti prego aiutami.

T’immagino con i baffi, staresti meglio.

Io con i baffi mi prendi in giro.

Vestito da bersagliere.

Trafiggi il mio dire.

Ma io non ho paura, ma fuggo davanti al fuoco.

Tira l’acqua dal pozzo.

Non ho sete.

Chi di conoscenza vive di gaia esistenza si bea .

Ma io sono il figlio di nessuno.

Credi di essere l’unico a non capire.

Credo, non vedo, ne vendo non provo compassione.

Sei proprio un bel tipo.

Forse sono quello che sono.

Ecco hai trovato un indizio.

Ti son veramente grato bella stellina.

Vedi di non smarrire la strada intrapresa.

Va bene stella ti saluto , non voglio farti perdere altro tempo prezioso. Così il povero uomo assai goffo di presenza s’incamminò di nuovo per la sua strada , facendo ritornò su i suoi passi , andò a bussare ad ogni porta , incontrasse , ogni pubblico ufficio , palazzo , ogni luogo di culto che gli fosse utile per ritrovare quella sua memoria perduta. Ma purtroppo la sua ricerca fu assai vana e in quella frenetica ricerca, passarono giorni , mesi , anni . Con il passare del tempo , guardarsi allo specchio divenne sempre più faticoso , continuare a non sapere chi sei , per il misero uomo diventò un gran problema. Quasi un castigo ,una colpa non sapere chi fosse stato in quella sua antecedente esistenza, trascorsa , chi sà in che modo.

Essendo solo , senza parenti , decise dopo tante peregrinazioni di far ritorno a casa sua l’unico luogo che egli conosceva e di starsene finalmente in pace , con se stesso nella sua casa comodamente seduto nella bella poltrona appartenuta un tempo a suo nonno ed aspettare qualcosa accadesse . Qualcosa succedesse tutto ad un tratto . Aspettò un giorno, due , un mese ed un anno e forse più , attese tanto che l’uomo divenne tanto vecchio ,decrepito e debole. Il mondo s’era dimenticato di lui e lui del mondo che gli aveva dato una vita difficile ,raminga ,anonima a tal punto da perdere il ricordo di chi fosse , una vita fatta di brevi piaceri e piccole sciagure ,dignitosa intrisa di minuscole soddisfazioni . Vita misera che lui con coraggio aveva affrontato ,una vita che gli aveva dato un nome che adesso non ricordava un amore ameno , immagini vaghe d’un tempo trascorso nel bene e nel male . La memoria è un bene prezioso , storia di un individuo , parte d’un popolo , sintesi di un soggetto ed un oggetto figlio , padre , senza domani , senza corpo e senza alcun spirito che ti spinge a credere ancora. E noi siamo prodotto di quel passato , di quella storia a volte meravigliosa, malvagia , ingannevole che ci guida attraverso una multietnica realtà , verso un singolare destino. Nel passato soltanto ,nelle opere compiute con giustizia l’umanità acquista nozione e consapevolezza di se stessa ,di quel che è dei suoi valori dei suoi errori ,la fiducia nei suoi ideali e l’avversione, verso l’orrore delle cose negative e demoniache che la insidiano che spesso continuamente si persegue . Ignari lungo il corso naturale delle sue cose . Non bisogna mai dimenticare il proprio passato ciò che fummo , saremo . Solo attraverso l’amore potremmo ritornare a credere in noi stessi e nel rispettare il prossimo , nel confronto con qualsiasi colore della pelle che veste il nostro essere , saremo liberi dei nostri pregiudizi . Il vecchio così s’addormentò , con quelle riflessioni provò a volare oltre questo muro che circonda l’individuo . Così ciò che un giorno era stato nel dormiveglia rivide per un istante la sua misera vita, lo scorrere di immagini in immagini , attimo dopo attimo , nel ridere , soffrire , amare , sognare, credere ,rivide quelle intime emozioni che lo resero felice nel viaggio intrapreso. Incominciò così a correre ad abbracciare quelle persone care, scomparse per sempre ,ma nel mentre correva forte prese ad avvicinarsi sempre più alla tetra signora della morte . Ed un vecchio come lui gli andò incontro affondando i piedi nella neve insieme ad altri suoi compagni di sventura, spinto da una mano crudele fu gettato verso neri forni infernali ove danzavano le fiamme dell’inferno . Forni dalle terribili fauci dai denti aguzzi e con gli occhi umidi di pianto vide bruciare ossa e carne il quale emanavano un forte lezzo. Nubi nere senza tempo che diveniva nera cenere , fumo intenso , nube oscura sul capo di chi attendeva il suo turno.

Si sentì chiamare nel dormiveglia :

Compagno vienimi ad aiutare, questa pietra è troppo pesante .

Non c’è la faccio ad alzarla.

Vengo , aspetta.

Presto ,corri son quasi allo stremo.

Vengo con l’ ali dell’ angelo benedetto.

Scendi come le lacrime chiare.

Non lasciarmi solo compagno.

Vengo non arrenderti .

Lasso son perduto.

Muoio nei miei sogni.

Funesto destino.

Finestra che s’apre una porta si chiude.

Angelo vieni. Aiutami a scappare da qui

Vengo non piangere

Sei qui nel mio cuore

Sono sopra le ossa dei morti

Sono qui ad un passo dalla morte

Chiamatemi santo.

Son solo con la mia pietra.

Avanti compagno.

Non cadere di nuovo.

Ed il cielo era pallido nel mattino insipido, senza sale e senza nubi , un tempo ordinario come le idee disordinate .E là , su una oscura scala come una maledizione un soldato si avvicinò e lo colpì con un bastone , ripetutamente con violenza imprecando contro il laido destino di quegli uomini di quelle donne di quei bambini.

Il povero vecchio crollò a terra distrutto e l’aguzzino gli gridò :

Vedrai signor nessuno di massi ne porterai non uno , ma due.

Ed il vecchio sofferente , rispose con un filo di voce :

Ne porterò due ed anche tre , signore non ho paura , son forte

e dopo sé non sei codardo t’ imbatterai con me fino alla morte.

Ma, quando giunse il suo turno si trascinò come un verme

in lacrime verso il varco il vecchio chiese alla morte .

Signora la prego mi dica chi sono io?

La signora, bella e decisa in quel momento , angusto , sorrise ed in poco tempo si tramutò in un angelo di luce e così gli rispose :

Povero caro , non piangere più , figlio mio e l’abbracciò

baciandolo sulla sua rugosa fronte.

Il vecchio senti dentro se tutta la storia del mondo e tutto il dolore del suo popolo , ritornò così per un attimo ad essere di nuovo un bambino , un pargolo roseo tra le braccia di sua madre. E nell’innocenza riconquistata gli ritornò alla mente il suo passato. Rammento la sua esistenza trascorsa, riemerse in lui tra le onde dal mare in tempesta la sua memoria di uomo libero. E con quei ricordi egli chiusi gli occhi dolcemente , addormentandosi per sempre tra le braccia d’un angelo dalle immense ali che lo condusse in cielo cantando il cantico dei cantici.




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