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Una storia di GioMa46

FLAVIO ERMINI … o la ricerca infinita della Poesia d’Autore.

(La poesia non è un genere letterario).

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17 minuti

Pubblicato il 25 dicembre 2019 in Giornalismo

Tags: #Letteratura #Poesia #Pubblicazioni #RivistaLetteraria

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FLAVIO ERMINI … o la ricerca infinita della Poesia d’Autore.


Con l’affermazione “La poesia non è un genere letterario”, tema del Simposio aperto nell’Ottobre 2017 alla Biblioteca Nazionale Braidense, Flavio Ermini, poeta, narratore e saggista, nonché direttore della rivista di ricerca letteraria Anterem fondata nel 1976 con Silvano Martini, di fatto conferisce alla ‘poesia’ una prospettiva dinamica esclusiva che la distingue dalle altre forme narrativo-letterarie, in ragione di una di empatia sostanziale che l’accomuna al canto e alla musica, per lo più afferenti alla sfera del patrimonio immateriale dell’umanità.

Flavio Ermini
Flavio Ermini

La ‘poesia’ dunque come forma d’arte a se stante di un “pensare che può strettamente coniugarsi con il poetare, alla luce di un rapporto sempre nuovo tra parola e senso”, per quanto l'attuale ‘ricerca di senso’ possa sembrare in contrasto con l’attualità intimistico-minimalista inerente più all’indicibile che al non-detto. Oppure, diversamente, legata al linguaggio massimalista-globalizzato, in cui la ‘poesia’ ripone la riflessione sul ‘senso’ che, seppure con differenti modalità di ricezione e comunicazione, non sminuisce la portata antropologico-culturale del messaggio che racchiude in sé.

Da un lato, quindi, la rappresentazione onomatopeica della ricerca vocale-linguistica oltre che acustico-sonora che è all’origine della parola “che consente di riguadagnare la continuità originaria tra parola e mondo”; dall’altro, l’avanzare costante di una ricerca che adotta dalle varie scuole stilistiche i differenti approcci teorici e metodologici, riguardanti ‘il pensiero visivo’ e la ‘percezione dell’immagine’, qui intesa nell’accezione di ‘percezione delle forme dell’arte’.

Onde per cui: “Il dire del poeta ci parla di un ‘altrove’ dov’è in opera una prospettiva rovesciata rispetto al mondo sensibile” – scrive Flavio Ermini (in “L’altrove poetico” Editoriale n. 95 - Anterem), in cui l’immaginario è il vero interfaccia del poeta, il quale anche se “non nomina le cose esperibili”, pur si avvale di binomi di ‘senso’ come: fisico-psichico, interiore-esteriore, indefinito e comunque intenso e/o estremo. Allora l’ ‘altrove’ è il Nulla e il Tutto, è l’oceano e il deserto, la germinazione e la seccura, la speranza e l’abbandono, il moto e la quiete, l’essenza e l’assenza, l’immobilità e il trapasso, la stasi e la morte, plausibilmente e/o verosimilmente contenuti nel dialogo poetico.


Qui si viene non per celebrare una dimora, un giardino, ma perché ci si è persi” – cita Flavio Ermini (in “Non c’è fine al principio” Editoriale n. 94 - Anterem). La frase è del filosofo Lacoue-Labarthe alla quale inavvertitamente egli sembra rispondere proponendo alla lettura un’altra frase: “Se volete incontrarmi, cercatemi dove non mi trovo. Non so indicarvi altro luogo.”, del poeta Giorgio Caproni (cit. “L’altrove poetico” n. 95 - Anterem). Un non-luogo dunque che pure è “il luogo che ospita la domanda sull’essere, testimoniando la profondità della physis quale si era rivelata agli albori del pensiero”.

Se consideriamo le due frasi contigue, non senza una qualche forzatura intellettuale, si raffigura un ‘ossimoro’ dove dimora-persi /altro luogo (dove non mi trovo), spingono verso quell’ ‘altrove’ dove “non c’è fine né principio”, che è poi il luogo della ‘poesia’, in cui: “..la natura può ancora parlarci come all’origine parlava [...] dove le antiche parole tornano alle nostre labbra come strappate al silenzio; vere quanto è vero lo sgomento dinanzi all’inconoscibile.”

Il ‘gioco letterario-filosofico’ (perché di questo si tratta), si avvale qui dell’interposizione di punti di riferimento alquanto labili, in cui la ‘poesia’ è sinonimo di mobile (solubile), contro la ‘parola’ per sua natura immobile (insolubile), malgrado l’alterità dei contrari che ne negano la relativa effettuazione. Si ha dunque che se possiamo considerare la ‘parola’ come ‘liquida’ per effetto della ‘Retrotopia’ (Z. Bauman) avanzata, ancor più la ‘poesia’ si volatizza nell’aere, divenendo 'solubile' allo stesso modo della fotosintesi clorofilliana, avvenendo cioè alla metamorfosi della forma data, spingendosi alla germinazione del nuovo; onde per cui ('dissoi-logoi' - Anassimandro) le parti mutano ma tutto resta immutevole” , in quanto le differenze ‘affermazione e negazione’ mantengono uno stesso valore.

In quanto scrittore e poeta Flavio Ermini si inserisce nel ‘gioco’ sfruttando proprio questa formula inconfutabile nelle sue pertinenti scelte Editoriali, interponendosi, per così dire, nelle linee direttrici della scelta e raccolta dei testi che compongono ogni singolo numero della Rivista Letteraria Anterem. Ancor più nei suoi libri pregni di saggistica poetica come “Il giardino conteso” (*), in cui ogni singola allocuzione diventa esperienza poetica, attende cioè alla parola affinché l’essere si dispieghi e contenda ‘il giardino’ a quell’ingannevole apparire che: “..porta a un passo dall’esperienza originaria dell’esistenza e indica che testimoniare e custodire il senso di tale esperienza è un compito al quale non possiamo sottrarci”.

Ancor più significativo è il principio immateriale espresso nella ‘physis’, del quale fin dall’antichità si è cercato di cogliere il ‘senso’ d'una qualche 'realtà altra' in cui l’uomo è immerso nel suo divenire. Senso che l'autore de “Il giardino conteso” trasferisce nella seguente definizione: “La poesia impone di accettare l’essere nel mondo in cui si dà, e implica un interrogarsi sul venirci incontro della molteplicità, un interrogarci sul come la parola può salvaguardare l’essere dall’apparenza. La parola è poetica – e quindi vera – allorché fa sì che l’essere sia. È in questo ‘lasciar essere’ che la parola svela il senso (della poesia) ed è dunque presso di essa quando ne preserva la differenza”.

Differenza che, in quanto termine di opposizione e contrapposizione, interviene a spiegare le realtà particolari intrinseche della funzione poetica sottoposta al divenire che - egli afferma - "dev’essere immutabile, previo l’inconfutabilità del pensiero che l’ha espressa nel modo e nei termini del poeta, perché verità dell’essere". Onde per cui, come anche suggerisce il saggista, “..bisogna prendersi cura dell’assillante sofferenza (espressa nel poetare), esserne coscienti, al fine di perfezionare la conoscenza del bene congiunto di bellezza e verità”. Ancor chè, chiamati ad assentire all’affacciarsi dell’essere umano nel mondo, siamo in realtà indotti ad assistere "a restare in vita in accordo con il nostro incessante apparire".


Pre-storico si rivela l’incipit: "un non-luogo è il suo spazio", (afferente all'uomo e contenuto nel testo), soprattutto perché parte da una situazione pre-liminare di incertezza e disorientamento riconoscibili di un habitat qual è il mondo artificiale e (dis)ordinato che abitiamo, possiamo ben dire: "di appartenere fin dal principio, alla parola sorgiva, dove ogni cosa nasce per la prima volta ed appare, come di un’alba che non conoscerà mai il giorno. Per cui non c’è fine al principio e la parola è la porta aperta al regno anteriore e al suo tutto indiviso", assecondando così quanto affermato da S. Agostino nel dire che abitiamo quella stessa «terra invisibile e caotica che sta tra la forma e il niente, non formato e non niente, un senza-forma quasi niente».

Non ci resta che aprire un varco nell’ingens sylva, nel giardino che racchiude i morti e i viventi, essere e apparire, fiori e pietre, al tempo stesso di inoltrarci nelle dense tenebre di luce di cui noi stessi, quali incessantemente nascenti, siamo formati. Cioè nella profondità del tempo e nella frammentazione dello spazio in cui possiamo scorgere le ombre di figure così lontane dalla funzionalità del tempo e dello spazio da potervi rinvenire l’essenza stessa del nostro essere: lo stadio estatico del linguaggio in cui la parola si fa avanti sotto forma di incerta natura... forse il “tu” dei nascenti: “Noi apparteniamo al principio, viviamo ogni giorno il nostro apparire, ma non ne siamo coscienti. Non sappiamo riconoscere il puro scaturire, quel punto ortivo resta un enigma.

Siamo in quel non-luogo, precisa Meister Eckhart: «..dove il principio sempre genera il principio. La trasparenza che il principio annuncia non è rimando ad altro da sé, non è rinvio a un fuori, non è segno che qualcosa si lasci passare. Bensì principio – grazie al quale la luce si manifesta e risponde – fatto di materia inafferrabile, invisibile, più presente di ogni presenza, che ha per nome un nome non ancora pronunciato», e che Hölderlin puntualizza nella natura dell’enigma: «..di ciò che scaturisce puro. / Anche al canto è dato / svelarlo appena. Tu continuerai / come hai cominciato».


È questo un cammino fuori-memoria, tanto che l’andare a ritroso – così come il seguire il circolo del tempo – lo riapre continuamente, e continuamente fa sì che i nascenti siano chiamati a vivere, come impone Rilke: «Compiere ancora una volta la propria infanzia». Ovvero, compiere il cammino verso l’origine, verso l’inizio dell’esistenza, e stabilirne la direzione e il compito. Ma forse l’essere umano ancora non è in grado di sopportare intorno a sé e in sé l’essenza della natura, avverte Ermini: “..il puro scaturire che nella contesa con il tutto indiviso costituisce la vera sostanza del principio. L’apparire dell’essere è sempre enigmatico, talvolta ingannevole, in ogni caso incalcolabile. Così è pure il suo celarsi.

Il confronto è impietoso tra la caducità che tutto consuma e la natura immutabile e imperitura dell’essere.

Solo per un caso l’umano, effimero qual è, assiste a questa contesa e talvolta ne narra le vicende. Fatichiamo a riconoscerlo, ma l’apparenza non è uno spettacolo: le cose sono, i mari fluttuano, le nuvole passano, le costellazioni ruotano anche se nessuno c’è cui svelarsi. Addentrarci in questo territorio sconosciuto può mettere a soqquadro le nozioni acquisite e rendere incerto il nostro passo. Ma solo così, avanzando verso l’ignoto, possiamo renderci disponibili a nuove verità. È un cammino lungo il quale costantemente vanno preparate le condizioni affinché ognuno di noi possa dirigersi anche verso la comune essenza.

L’esposizione all’interminabile disvelarsi dell’essere impone a tutti noi di fare i conti con il fondamento: una causa sempre operante che – separando l’indiviso dalla potenza – dà perennemente origine al mondo. Qui impariamo che la parola è destinata a dire il vero dell’essere, a rivelarsi come il corretto movimento per rispondere alla sua chiamata. Per farlo, la parola deve spogliarsi dall’hybris umana, che induce l’uomo a proclamarsi signore della natura fino a farsi della natura il legislatore. Ma la realtà singolare delle cose ci dice che siamo incastonati nella sostanza del firmamento e come il firmamento siamo elementi illusori. Le tracce sensibili che seguiamo ci spingono sulle vie dell’errore.


Nello smarrimento scopriamo ogni volta sentieri nemmeno immaginabili fino a un attimo prima; scopriamo che a ogni interruzione nuovi percorsi invitano al cammino; siamo indotti ad assecondare i tracciati di una logica sequenziale messa continuamente sotto-sopra da sussulti altalenanti. In questo cammino incerto e accidentato muoviamo i nostri passi. Tuttavia è in questo inoltrarci nella molteplicità e nella dispersione, resta la fiducia di giungere, prima o poi, in prossimità di qualcosa di atemporale e incorruttibile: il pennino va ancora intinto nell’inchiostro, la mano non può tremare in questo rinnovato movimento, compiuto per accostarci a quello che Novalis chiama «fondamento dei sensi».

Assistiamo a un sempre nuovo manifestarsi dell’essere, che ci impone un sempre diverso modo di pensare. Assistiamo a un principio che mai smette di venire alla presenza. Siamo elementi di una realtà originaria che si manifesta solo in un “prima”: prima del respiro, nello schiudersi della corolla; prima del nome stesso, nel suo formarsi sotto l’inchiostro. È dunque “sotto l’inchiostro” che s’impone al poeta di imparare a vivere dopo il risveglio dalle illusioni; quando ciò che davvero interessa è l’impensato del pensiero, il non-detto delle parole. Ciò che s’impone come il collocarsi ai confini della letteratura, della retorica, della poetica, della stilistica, della filosofia, là dove può configurarsi un’originaria relazione dell’essere con l’esistente:

«Andare verso qualcosa e, nello stesso tempo, costruire quella cosa stessa.» Sarà proprio quell’andare e quel costruire che ci porterà verso “l’altrove poetico” ricercato dall’autore in quasi tutte le sue opere saggistiche, in cui viene affrontata la questione del linguaggio come apertura essenziale dell’uomo all’essere: “L’esposizione all’interminabile disvelarsi dell’essere impone a tutti noi di fare i conti con il fondamento: una causa sempre operante che – separando l’indiviso dalla potenza – dà perennemente origine al mondo.” Per quanto, seguire la via dell’esperienza poetica impone di orientarsi nel groviglio, di familiarizzare con le schegge e col frammento: una folata di vento, il moto del sole, il rumore di una pietra che cade. Seguirne il cammino impone di dire poeticamente quel medesimo che, manifestatosi della physis, si è poi ritirato nel nascondimento.


Ed eccolo “l’altrove” trovato dall’autore, nell’ombra del lavoro poetico che egli svolge al buio e che dà parola all’oscurità che ci assedia, ovvero al profondo-senza-fondo della luce: il fuori come dentro assoluto. Non la notte del tempo cronologico, ma un’altra notte che nessuna aurora può rischiarare. A quest’altra notte non può corrispondere nessun altro mattino. Proprio come la terra verso la quale ci dirigiamo, che altro non è che questa terra che abitiamo, dove da sempre già siamo: una terra che è proprio qui, pur essendo altrove. Un’altra notte senza mattino, sopra un’altra terra senza una nuova terra, è ciò che rimane indisvelato, ed è proprio ciò che nella parola viene custodito.

Luogo in cui la poesia prende la parola in modo che l’essere si faccia presente al fine di contendere il giardino all’ingannevole apparire, così per dire che non nasconde il proprio non-detto, ma incessantemente lo riprende, facendosi prossimo all’inaccessibile, e forse diventare l’inaccessibile stesso. Allo stesso modo in cui per avvicinarsi alla sostanza ultima del mondo, il dire poetico si proietta al di là del mondo insensato, fuor-viarsi e dissestare il principio di non contraddizione. Sarà nel corso di questo processo che dalla dimensione sotterranea potrà emergere la parola obliqua dell’errore e dell’imperfezione, la sola che può nominare quel luogo inospitale. In cui l’essenza della parola – ovvero ciò che impone alla parola di essere una vera parola – va pensata a partire dalla sua capacità di accogliere nel dire ciò che appare, per quello che è, in assenza di pregiudizi.

La funzione svelante della parola consiste nell’aver cura del non detto e nel custodirlo insieme all’oscurità del senso che non svela. Da cui il compito che Ermini porta avanti da una vita e al quale ha dato più di una risposta filosofica affermativa, assegnando al pensiero poetico la possibilità di confrontarsi con il pensiero filosofico e viceversa, sulla base della logica e della coerenza sistematica, quanto riunificare, in un solo luogo dell'anima, la domanda fondamentale di verità senza la presunzione di possederla. A questo fine, Ermini muove su due fronti che stanno in rapporto di reciprocità e fusione, concependo la scrittura come «tentativo di ripensare la domanda sul significato della vita».


In primis quello di ricercare in poesia «una lingua inaugurale, che consenta di riguadagnare la continuità originaria tra parola e mondo»; sul fronte critico nell’andare nel senso di «un ‘pensare’ che possa strettamente coniugarsi con il ‘poetare’». Inoltre, che «la prosa e la poesia costituiscono, nella scrittura di Ermini, un unico dispositivo di espressione [...] in una prosa che non è tanto una forma di prosa poetica o di poesia in prosa, quanto essa stessa forma di poesia; e, parallelamente, in un discorso poetico che non è poesia filosofica ma è esso stesso pensiero, e, sul piano stilistico, esso stesso saggio», ribadendo che «nella scrittura di Ermini prosa e poesia, poesia e pensiero, saggio e discorso poetico coesistono nel medesimo spazio linguistico e semantico».

Coesistenza che appare evidente nelle raccolte poetiche afferenti, come ‘Il compito terreno’ (2010), in cui leggiamo poesie paragonabili a «illuminazioni improvvise: frammenti di pensiero sul sorgere della vita dal magma dell'inconscio, e sul destino dell'animale-uomo, consapevole di morte, con un'attenzione alla vita e al destino umani che in altre opere, come nel saggio ‘Il secondo bene’ (2012), sfociano nella concretezza del sogno, che si «riveste del suo antico abito regale», diventando «uno dei tratti caratterizzanti l'esperienza poetica e di pensiero di Ermini».


Auguri 'amico della poesia' per una pronta ripresa della tua salute e un lieto 2020 che ti riconduca a noi.

Copertina del libro.
Copertina del libro.

Immagini per a-solo di poesia.

È in questo senso che in “Edeniche” ogni locuzione va letta e ponderata a fronte di una forma poetizzante della trasformazione ‘divina’ dell’umano sentire:

‘la forma perfetta dei cieli’

nel carattere albale di vaghe sembianze
proprie dello spirito che bagna la terra
dove soffre ogni pena l’umano che appare
è nota da tempo la compostezza dei morti
pur se occultata sulla linea di faglia
del moto affannoso di chi ancora vive
ignaro della forma perfetta dei cieli


Ma noi non possiamo dismettere l’idea di una possibile intesa tra gli umani, propensi come siamo all’affrancamento della pena giustamente/ingiustamente inflitta, semplicemente perché non ci è concesso dalla violenza delle necessità cui siamo sottoposti, onde per cui ‘il cantiere dell’uomo’ “nell’atto di sottrarsi all’apparenza”, rimane attivo “per bandire il vuoto dal giardino”:

‘il cantiere dell’uomo’

ha voci ovunque il cantiere dell’uomo
nel richiamare alla mente la casa natale
che spinge l’esule a uno stato di sconforto
in quanto elemento destinato alla fine
mentre più inerte si va facendo il preumano
per l’estendersi del male tra le forze discordanti
la cui violenza impedisce al giusto di tornare
privo di ali com’è alla volta del regno


Il presupposto di un ‘giardino indiviso’ appositamente creato da Flavio Ermini per questa silloge, riflette di una sorta di sovrapposizione architettonica tipica della costruzione spaziale della torre di Babele, di cui narra la Bibbia nel libro della Genesi, in cui l’uomo, nel tentativo di recuperare l’Eden perduto: “..volendo costituirsi quale superamento dell’illusoria preminenza sul mondo che lo circonda”, smarrisce definitivamente la propria dimensione (umana), per entrare «..nell’imperfetta sua aderenza al pietroso crinale / per un altissimo grado di estraneità alle tenebre»:

‘la parte indivisa del giardino’

nel crepuscolo cui guardiamo con molta apprensione
perdono vigore i corpi cadendo su rovi inospitali
e su se stessi si piegano e con l’uomo ancora cadono
perché la luce è così fioca da spegnersi d’un tratto
legata com’è alla parte indivisa del giardino


Scrive K. Kerényi: «Non si tratta qui di ‘spiegare’ il mito con un aspetto più o meno patologico della vita psichica di un individuo, ma di constatare come un tema mitologico altro non sia che l’espressione concreta di una struttura intemporale dell’inconscio umano». In altri termini, a differenza dell’intendimento della scuola psicoanalitica classica, «..la psicologia non è impegnata a ‘ridurre’ il mito a espressione di uno stato psicopatologico riccorente nell’uomo antico e moderno, ma tenta di mostrare come nella natura puramente formale dell’inconscio, si possano reperire le matrici universali dei temi mitologici che per la vastità e l’intensità del loro ricorrere debbono a ragione essere chiamati universali».

‘il giardino conteso’

su questa terra palmo a palmo depredata
implacabilmente il tempo ci aggredisce
in un devastante potere di annientamento
tumulandoci sotto strati spessi di macerie
che l’epoca sottrae alle aule del cielo
nel far sì che l’umano essere sia sostituito
da un susseguirsi ininterrotto di simulazioni
[…]


da ‘la tomba guerriera’
come accade alle rose sulla tomba guerriera
nel fare spazio a figure d’indefinibili forme
al cospetto di un chiaro verdetto di condanna


«Per Jung, l’immagine archetipica (il mito) non è l’archetipo, ma il prodotto del suo incessante operare. Spetta allo psicologo individuare la struttura formale che genera le infinite immagini che sorgono dall’inconscio, tentando di separare “ciò che compete all’operare della forma e ciò che compete al materiale investito da tale forza strutturatrice (percezioni, ricordi, contenuti mnestici sepolti e persino concrezioni complessuali)”. […] D’altra parte, il fatto che i motivi mitologici fino ad oggi venivano trattati abitualmente in campi di studio diversi e separati, come la filologia, l’etnologia, la storia culturale e la storia comparata delle religioni, non ha favorito molto il riconoscimento della loro universalità».


L’Autore:

Flavio Ermini (Verona, 1947), è poeta e saggista italiano, direttore della rivista di ricerca letteraria Anterem, fondata nel 1976 con Silvano Martini. Fa parte del comitato scientifico della rivista internazionale di poesia Osiris (Università di Deerfield, Massachusetts) e della rivista di critica letteraria Testuale. Dirige con Yves Bonnefoy, Umberto Galimberti e Vincenzo Vitiello la collana Opera Prima (Cierre Grafica). Collabora all'attività culturale degli Amici della Scala di Milano. I suoi testi sono stati tradotti in francese, inglese, slavo, spagnolo e russo.


Tra le sue pubblicazioni:

Poema n. 10. Tra pensiero e poesia’, (poesia 2001; edito in Francia nel 2007 da Champ Social),
Il moto apparente del sole’, premessa di Massimo Donà, Bergamo, Moretti&Vitali, 2006, Premio De risio, 2007.
Ali del colore’, immagini di Giovanna Fra, riflessione critica di Silvia Ferrari, Verona, Anterem Edizioni, 2007.
Il compito terreno dei mortali’ (poesia, 2010; edito in Francia nel 2012 da Lucie Éditions), ‘L'originaria contesa tra l'arco e la vita’, Bergamo, Moretti&Vitali, 2009, Premio Feronia-Città di Fiano 2010.
Il matrimonio del cielo con la terra. Materiali per un atlante’, Ruvo di Puglia, Tracce-Cahiers d'art, 2011.
Il secondo bene’. Saggio sul compito terreno dei mortali, postfazione di Franco Rella, Bergamo, Moretti&Vitali, 2012.
Essere il nemico’. Discorso sulla via estetica alla liberazione, Milano-Udine, Mimesis, 2013.
Rilke e la natura dell'oscurità’. Discorso sullo spazio intermedio che ospita i vivi e i morti, Milano, AlboVersorio, 2015.

"Il giardino conteso" - Moretti & Vitali, 2016.

Della fine” (prosa poetica, 2016), Moretti & Vitali, 2018.

Edeniche” - Configurazioni del principio – Raccolta poetica di Flavio Ermini - Moretti & Vitali Edit. 2019.


Sitografia:
ANTEREM – Rivista di Ricerca Letteraria: www.anteremedizioni.it Premio Lorenzo Montano: [email protected]zioni.it




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