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Una storia di

Lettera a te

l'autenticità è sempre un rischio, ma oggi voglio correrlo

minuti

Pubblicato il 12 novembre 2019 in Storie d’amore

Tags: #Lettera #Tu #Permanenza #Amore

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Carissimo,

ti scrivo perché vorrei provare a parlarti di me. Raccontarti cosa mi è successo. Ricordo bene ciò che hai detto a proposito di una lettera per me, beh voglio parlarti anch'io di me attraverso una lettera. E' per te. Spero tu non percepisca questo in modo intrusivo. Sai sono stata molto indecisa se scriverti e ancor più a mostrarti questo pezzo di me, fino all'ultimo, perché un po' me ne vergogno, un po' temo le conseguenze e un po' perché ho paura che questo mio intento possa essere preso come uno sconfinamento sgradito. Personalmente, sono molto suscettibile all'intrusione, perché ci sono vissuta e so benissimo quanto può dar fastidio un oggetto che entra prepotentemente oltre la nostra barriera. Io non vorrei proprio farti provare questo. Vorrei, semplicemente, raccontarti cosa mi è successo in questi mesi ed il perché di certe cose fatte. Facciamo un passo indietro..


Non avrei mai voluto perderti. Mai. Lo sai.


Ma le tue continue intermittenze erano sempre una stilettata in pieno cuore. Avevo cominciato a provare molta preoccupazione, sempre più spesso. Ogni volta che salivo sul treno, quando ci salutavamo, ti guardavo. Cercavo il tuo sguardo, ma tu eri puntualmente rivolto da un'altra parte. A telefono, girato di lato. Mai verso di me, che ero dietro il vetro. Tutte le volte, davanti questa scena, io iniziavo a piangere in silenzio. Io non c'ero. Nella tua mente io non c'ero, nella tua realtà io non c'ero, nel tuo cuore forse, io non c'ero. Ogni volta io mi chiedevo se ti avrei più rivisto. Cercavo di indovinare il tuo sguardo, di pesare i miei tocchi quando ti accarezzavo, perché avevo sempre il terrore che tu saresti fuggito appena mi fossi lasciata andare un po' di più. Cominciavo ad indovinare, come un bambino cerca di indovinare gli umori del padre per capire se quello è il momento giusto per esprimere il suo desiderio. Molte volte avrei voluto parlarti di quello che sentivo per te, ma ero terrorizzata che le tue braccia non avrebbero retto il mio salto verso di te. Temevo, spaventata, l'idea che mi avresti fatta cadere, e te ne saresti andato inorridito dai miei sentimenti. L'ultima volta che è successo, in me si è caricata una rabbia feroce. Di nuovo sperimentavo il fallimento dell'amore, di nuovo tu mi facevi rovinosamente cadere. Ed io di nuovo, mesi fa, decisi di attaccare il mio legame per te, sostituendoti. "Io non ho bisogno di te. Tu puoi essere tranquillamente sostituito da me in qualunque momento". Così, ho rifatto ciò che tendo a fare quando mi vedo respinta: taglio il legame. Nego l'importanza di quella persona nella mia vita mettendocene un'altra. Così, ecco la mia sicurezza. Lui era profondamente rapito da me e mi teneva come un sacro gioiello da custodire. Riversava su di me tutta l'importanza e la sacralità di una dea incarnata e questo in effetti mi riempiva molto. Anche troppo. Io fondamentalmente, inconsciamente, volevo fartela pagare. Volevo dimostrare e dimostrarti che io non avevo bisogno di te, perché in realtà c'era qualcuno che mi amava e me lo dimostrava. Volevo dimostrarti che io non ti amavo e che tu non eri insostituibile. Anzi.


Ma devi sapere che io ti portavo sempre con me.


Tu eri con me sempre, più o meno intensamente. Ma non volevo ammetterlo a nessuno. Tantomeno a me stessa. Sarebbe stato un presentarmi nuovamente vulnerabile ai miei occhi. Dolorosamente ancora innamorata di te. Non riuscivo a sopportarlo. Ma segretamente, nella mia parte più autentica e vulnerabile io seguivo tutto di te. Leggevo di te. Quando hai cominciato a scrivere di me, facevo fatica a crederci. Ma il mio cuore sentiva che quei racconti erano per me.


Ero così affranta, volevo parlarti, scriverti, dirti che per me era lo stesso. Tutto ciò che provavi, per me era lo stesso.


Ma mi sentivo tremendamente colpevole per ciò che provavo per te, perché avevo un ragazzo. C'era qualcuno che aveva aperto la porta del cuore per me, che era sempre lì al mio ritorno e che mai andava via. Mi sentivo sporca e ingrata e non riuscivo ad accettare l'idea che io continuavo ad amare te, che non c'eri, e che forse non mi volevi, quando accanto invece, avevo davvero una presenza reale ed interessata. Così ogni volta che pubblicavi un racconto per me, io provavo l'esperienza della claustrofobia. Andavo sul mare e piangevo mentre leggevo di te. Piangevo perché non riuscivo ad uscire da quella situazione. Volevo dirti che io c'ero, c'ero ed ero lì che ti stavo aspettando ma non potevo, perché il mio senso di colpa me lo impediva. Mi diceva che non potevo, che era troppo, davvero troppo da ingrati. Ma non volevo neanche non rispondere al tuo appello. Così ecco i miei racconti.


In modo velato, nascosto, falsamente distaccato, io cercavo di dirti quanto ti appartenevo. Ma avevo tanta paura di dirlo ad alta voce, coscientemente, perché mi sentivo colpevole agli occhi dell'altro. Mi sentivo un mostro. Ed ero arrabbiata con te.


Mi dicevo "sicuramente sta mentendo, è immaturo, mi sta usando perché ha voglia di una brava ragazza". Lui mi lascia sempre andare. Ma non c'era giorno in cui in qualche modo non ti sentivo. Pensa che cominciai a sentire dentro il momento in cui avresti scritto. E con mia grande sorpresa trovavo un nuovo racconto. Io ti sentivo dentro di me, sentivo come stavi, io ti sentivo. Ma puntualmente c'era un conflitto fortissimo tra dovere, rabbia, gratitudine per il bene ricevuto dall'altro e amore per te. Cominciai anche a fantasticare di te. Ad immaginare se chissà saresti venuto alla mia laurea. Chissà se saresti comparso durante una sorpresa. Ma tutto questo in una parte di me estremamente nascosta. Quando prendevo un po' più coscienza del mio sentimento, subito il conflitto si riapriva e subito avevo bisogno di scrivere e poi negare.


Ora, dopo tutto questo, forse puoi comprendere quanto il palesarsi del tuo sentimento fosse catastrofico per me.


Leggere nero su bianco che tu mi amavi e volevi venire da me mi mandò in panico. Non riuscivo ad accettare la responsabilità di amarti perché si sarebbe dovuto annunciare pubblicamente a me stessa e agli altri che ero stata una ingrata verso chi ogni giorno per mesi, era stato con me. Lui è stato quella madre amorevole e accogliente che io non ho mai avuto. Non riuscivo ad accettare l'idea di dover pugnalare mia madre. Mi sentivo troppo in colpa. Così, andando in panico, minacciata da una catastrofe imminente ho fatto quello che tendo a fare nei momenti di crisi: negare. Negavo il tuo amore, negavo il mio amore, negavo i tuoi gesti, negavo le mie intenzioni. Sentivo che le tue parole erano sincere, sentivo la tua grande vulnerabilità nell'aprirti a me, e ho sentito tutto il dolore che ti ho inferto poi, colpendoti. Ma una parte di me non voleva credere a ciò che avevi detto. Alla verità dei tuoi sentimenti. Avevo la cicatrice di te che ogni volta, prima o poi, mi avresti fatto cadere. Ogni volta con il presentimento che le braccia del tuo amore non avrebbero retto al mio cadere all'indietro, vulnerabile, verso di te. Quando io mi aprivo a te, c'era sempre il rischio che non avrei trovato le braccia pronte a sostenere il mio amore, ad accoglierlo e tenerlo, ma che lo avrebbero buttato a terra, non ricambiato. Avevo troppa paura di crederti, perché troppe volte finivi per andartene. Due anni sono tanti.


Alla fine ho trovato la forza di seguire il mio amore per te.


Ma ancora temporeggiavo per senso di colpa verso la memoria di chi avevo lasciato indietro. Avevo paura di non trovarti più, ma confidavo nel fatto che forse le braccia del tuo amore sarebbero state forti. Pensavo "se il sentimento è vero, persisterà". Ma poi alla fine, non ti ho trovato. Ed è stato come cadere ancora una volta. Ma me lo sono meritato, dopo tutto.

Eppure, nonostante la mia rabbia verso di te che ancora svanivi restava la sensazione che tu stavi mettendo in atto (inconsapevolmente) una ripicca verso di me. Le stesse parole, gli stessi discorsi, mi sembrava la replica del mio attacco, lo sfogo rabbioso di chi, ferito, vuole ferire a sua volta, rendendo pan per focaccia. Stizzita, ti ho lasciato cadere, anzi ho fatto di più. Ti ho detto "cancellami". E l'hai fatto, ti sei affrettato a sostituire ciò che parlava di me.


Ora il motivo di questa lettera è spiegare.


Spiegare cosa è successo dentro e fuori di me. Non pretendo che sia risolutiva o che produca un cambiamento miracoloso di qualche sorta. Ti ho fatto molto male. Certo mi piacerebbe riaverti con me. Non lo nego. Vorrei dirti anche che tutto quello che hai vissuto tu, nei sentimenti per me, l'ho vissuto anch'io, per te, e che quel "io sono il tuo compagno. Non ho mai smesso di esserlo nonostante tutte le fughe che ho messo in atto" è profondamente vero, perché lo sono anch'io.


"io sono la tua compagna. Non ho mai smesso di esserlo, nonostante tutte le fughe che ho messo in atto".


Io ti amo. E ti ho amato ogni giorno, segretamente, orgogliosamente, quando tu non c'eri.


Ma non avevo il coraggio di ammetterlo. Mi sentivo un mostro e avevo paura che tu non mi amassi. Mi dicevo: "quello non ti vuole, dopo tutto questo tempo smettila, smettila, smettila di sbattere la testa contro un muro che non vuole aprirti". Io ti ho sentito. Ogni giorno, per tutti questi anni. Più o meno consapevolmente, più o meno intensamente. Ma ero terrorizzata. Terrorizzata che tu non fossi vero. Che il tuo amore non fosse reale. Ed in colpa. In colpa per il mio desiderio. Se ho scritto questa lettera lunghissima (e me ne scuso ma non potevo riassumere di più) è perché voglio che tu sappia la verità. Non voglio niente, voglio solo che tu sappia che ti amo. Perché ora, in questo momento della mia vita non voglio più tenere i sentimenti dentro di me. E perdonami. Perdonami se ti ho respinto, perdona la mia ferocia. Ero solo terrorizzata. Temevo che il mio mondo falso sarebbe crollato e tutti avrebbero visto quanto io fossi stata ingrata, amando ancora te. Ma la verità la sappiamo noi due. E se questa lettera non dovesse portare a niente, se questa lettera sarà seguita da un "è troppo tardi" io starò male. Non lo nego. Ma mi consolo, perché so che per la prima volta nella mia vita io ho avuto il coraggio di dire al mio amore che lo amo, che l'ho sempre amato e che questa è tutta la mia verità. E voglio che tu lo sappia.


Tu sei in tutti i miei passi.

Con amore

G.



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