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Una storia di GioMa46

A Mysteries Collector / 6

Mavruz in Me : Angeli Ribelli

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16 minuti

Pubblicato il 12 ottobre 2020 in Horror

Tags: #Angeli #Esorcismo #Esoterismo #Inferno #Mistero

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Mavruz in Me
Mavruz in Me

A Mysteries Collector / 6

Mavruz in Me : Angeli Ribelli

Di qua, di là, su per lo sasso tetro, vidi demon cornuti con gran sferze che li battien crudelmente di retro” che, altri non sono, che quei ‘cherubini neri’ insidiosamente crudeli, ch’io “ … vidi più di mille in su le porte da ciel piovuti …” (Dante), custodi delle bolge dell’ottavo cerchio dell’Inferno, unitisi a Lucifero dopo la caduta, atti a svolgere fraudolenza e falsità in cui si esplicita la loro appartenenza, esempio di scorrettezza e immoralità nell’opera del ‘Signore del male’ sulla terra.

Come già in altre bolge, sussiste un’evidente analogia tra la colpa punita e il rispettivo custode, in stretto rapporto col suo territorio di giurisdizione. Per cui, se nella prima bolgia sono puniti i seduttori, di cui i diavoli sono il massimo esempio, ècco che nella quinta bolgia sono puniti quanti esercitano il baratto, e barattiere si può considerare Lucifero stesso che, con l’astuzia e l’inganno, sottrae le anime al regno dei cieli, loro ambita destinazione. Così come nella nona bolgia, sono destinati i seminatori di scandali e di scismi, opera notoriamente diabolica che portò all’apostasia dei diavoli.

Poi l’addentar con più di cento raffi …”, questi persecutori crudeli, manifestano la loro spietata cattiveria per mezzo di una violenza prettamente fisica, e solo in parte morale: “Non altrimenti i cuoci a’ lor vassalli, fanno attuffare in mezzo la caldaia, la carne con li uncin, perché non galli” .

Fin qui il sommo Dante, che con l’appellativo di “diavol nero” rimanda a una defezione affatto casuale: “..caratterizzata da una particolare psicologia collettiva medievale: la grande eresia che sotto forme e nomi diversi fu il manicheismo” (Duby), cioè “..la credenza in due divinità, un dio del bene e un dio del male, rispettivamente creatore e signore della Terra. Ma il grande errore del manicheismo più o meno cosciente, per l’ortodossia cristiana, fu il mettere sullo stesso piano Dio e Satana, il Diavolo e il Dio buono. […] il pensiero e il comportamento degli uomini del tempo. […] Da una parte c’è Dio, dall’altra il Diavolo.

Questa grande divisione domina la vita morale, la vita sociale e quella politica. L’umanità è contesa fra due poteri che non conoscono né compromessi, né incontri. Un’azione è buona, se viene da Dio; un’altra è cattiva, se viene dal Diavolo. Nel giorno del Giudizio finale ci saranno i buoni che andranno in paradiso, e i cattivi che saranno gettati nell’inferno. […] Nera o bianca, questa è, senza vie di mezzo, la realtà degli uomini del Medioevo. D’altra parte il nero non è forse il colore del Diavolo e il bianco il colore degli angeli servitori fedeli di Dio?” (Le Goff).

Quel ‘diavolo’ che Agostino d’Ippona dice essere “Il potere divinatorio dei demoni […] che incita, in forme stupefacenti e invisibili, grazie alla leggerezza dei propri corpi, insinuandosi nei corpi degli uomini a loro insaputa e intrufolandosi nei loro pensieri attraverso alcune visioni fantastiche, sia da desti che da dormienti”. Al punto che la si direbbe storia rivisitata, leggenda, gossip, fumetto, niente a confronto da ciò che riesce a scatenare il mio Signore, e solo per il piacere di necrotizzare i morti e cibarsi dei loro cadaveri in decomposizione … gli eccessi, gli incubi, senza tuttavia mai smettere di sognare orrori inesplicabili.

Non s’intravede luogo dove sfuggire alle brame maligne del mio Signore, non c’è rimedio all’emorragia costante che fiotta dai suoi orifizi in tanti pezzi di vetro che lo straziano nel corpo e nell’anima.

Quasi egli s’imbeva di tutto il marciume del mondo e obblighi l’umanità a berne ogni stramaledetta goccia, fino in fondo, per poi riversarlo fra le coltri del letto imbrattandole di piscio marcio … che di rabbia tremano le pareti sporche di sangue che nessuno lava, che nessuno imbianca, se non perché s’attende una guerra ‘altra’ che faccia seguito a quelle innumerevoli già in corso.

«Ahhhh!», delira il mio Signore.

Mentre passano fuggevoli davanti ai suoi occhi bui come di pece, le immagini nefate dei suoi pensieri che, nel delirio pur si compiace di passare in rassegna: il combattente ucciso sul campo in Spagna, i fanti americani uccisi in Nuova Guinea, le donne vietnamite assassinate a Milay, i Marines che battono in ritirata nella Corea Settentrionale, le esplosioni nucleari a Muroroa, la pulizia etnica in Cecenia, nella ex Jugoslavia, in Bosnia, in Afganistan come in India, in Pakistan, in Africa, in Medio Oriente, ovunque, finanche dove non ci sono ‘nemici’ da combattere o dai quali difendersi, solo uomini contro uomini che sfidano l’irruenza, l’audacia, la sfrontatezza del potere, il cui sguardo più non si leva a rimirare quelle stelle misura del creato, perdute nell’attimo del distacco, che accolgono l’anima vagola del ‘mito’ del ranger che punisce e che uccide, per l’effimera superbia di cancellare un’ultima speranza di sopravvivenza.

«Ahhhh!»

Si lagna mentre ride il mio insaziabile Signore durante il dormiveglia che preannuncia il suo risveglio, rivoltandosi nel letto intriso di sangue pisciato … che dimentico della furia, del rancore e dell’odio che non ha mai sepolto nel profondo della sua anima devastante e aliena, è sempre pronto a formulare una qualche vendetta, l’equivalente di un riflesso distorto di eventi ‘possibili’ che la sua mente vaga non riesce a trattenere … che " Il vagare della mente si verifica durante tutte le attività, e questo mostra che la nostra vita (la sua come la mia) è pervasa, in misura davvero notevole, dal 'non-presente", (Killingsworth).

Ma è un sogghignare amaro il suo, una ridere distorto per lo scempio compiuto delle anime che durante il suo dormire tentano di scalare l’alta montagna del paradiso e che nell’intenzione del mio Signore, vanno assolutamente fermate … che la sola possibilità della loro immortalità lo terrorizza non poco, perché lo priverebbe del suo potere e lo vede perdente nel confronto/scontro diretto con l’essere superiore che pur egli riconosce in Dio. Seppure non ignora che lo status privilegiato, di anime elette non funge da presa di possesso dello spirito che fin qui le ha tenute in vita, egli si dice certo che non riusciranno nell’intento … che non essendo ciò riuscito a Lucifero (spirito divino) e ai suoi neofiti, di cui egli è degno plenipotenziario, tantomeno riuscirà ad alcuno, in ragione del fatto che gli angeli ribelli erano a loro volta insigniti dello spirito diabolicus, proprio della potenza di Dio, carente nell’intelletto umano perché incompleto, e che da solo può invertire la rotta degli accadimenti.

«Che ne sarebbe di lui se tutta l’umanità si elevasse all’altezza stessa di Dio creatore?», si chiede il mio Signore senza ottenere risposta, in quanto ciò che è dato, assume in altra sfera, una imprescindibile e irreversibile autonomia, a lui non data, e che lo esula dalla chiarificazione logica dei pensieri cui egli attende … che “l’immagine logica dei fatti è il pensiero” (Wittgenstein).

Come anche avviene in Trivial Pursuit, il detentore dei dadi assume il potere del gioco, si impossessa del destino dell’avversario, di tutti gli avversari possibili, e si riscatta dall’asservimento, dalla sottomissione, dalla schiavitù, così egli cede ai canoni perversi del ‘gioco’ che fa suo, soggetto al suo eremitaggio, al suo allontanamento da tutti e da tutto, finanche da quel ‘Dio’ che pure ha concesso il ricongiungimento di ogni sua creatura.

«Ahhhh! Ahhhh!», delira il mio Signore.

«Maaaavruz … cane figlio di cane … dove ti sei cacciato?»

Son qui, Mavruz, chiuso in me stesso, architetto dell’infinito universo, esploratore di matematiche sfere a me sconosciute, che asseconda il proprio Signore eguagliandolo nell’abbandonarsi al male, allontanando da sé il proprio ricongiungimento col divino.

Malgrado la mia ferrea volontà mi conduca per altro dove, la mano disabilitata perché rattrappita dall’incessante lavoro, spinge il carboncino nero lungo una linea discontinua che rende precaria la stabilità dell’intera costruzione e che, una volta cancellata permetterà al ‘fuori’ di espandersi al di ‘dentro’ del margine del disegno, nell’area perimetrale che la mente malata del mio Signore estende oltre le reali possibilità di contenimento. Altrettanto impossibile è arrestare la macchia rosso sangue che continua a scolare sulla tovaglia bianca stesa sulla mensa/ara/tavola che il mio Signore reclama dev’essere apparecchiata per la cena.

E già i macellai, affilati i coltellacci massacrano le prede: magi persiani, sacerdoti ebrei, preti copti e cristiani, musulmani, indù, buddisti, are crisma, testimoni di Geova, valdesi, zingari, e tutti gli altri adoratori di Dio che, invitati al ‘gioco al massacro’ del suo desco, sono chiamati a ripercorre per intero il corso della storia. Onde ‘giocare con la vita o contro la vita’ è una componente ludica presente in forme e modalità diverse nei passatempi del mio Signore e nelle feste ch’egli ha desunto da altre culture, nei riti della fertilità come nelle feste dionisiache, nei carnascialia come nella tauromachia, e nelle discipline antropologiche filosofico-teologiche che, accomunate dalla sua genialità, arrivano a conclusioni anche molto distanti fra loro, a causa d’una intrinseca polisemicità, in cui vengono considerate in qualità di “forza attiva per l’evoluzione affettiva ed umana”, non solo “cognitiva e di apprendimento”, (Vygotskji) che egli pone al proprio malefico servigio.

Né va dimenticato che l'elemento base del ‘gioco’ è per molti versi l’alea (Piaget), cioè la fortuna, il ‘caso’, per cui è molto significativo il fattore incognita, che assume valenza di mistero e di enigma, come prerogativa di rischio costante. L’alea infatti, così come in molti giochi d’azzardo o di percorso in cui sono coinvolti più giocatori, verosimilmente spinge la ‘vitalità insita nella materia’ a inventare sempre nuove forme, nuove possibilità, come dire, di escamotage. Più esattamente consente al mio Signore di riempire lo spazio svuotato dalle scorie del passato di tutto ciò che è vitalità pronta a riversarsi in altri mondi, e a ricevere dall’infinito universo, il folgorante imprinting di altre esistenze, per lasciarsi invadere al dunque, dalla luce accecante d'‘altro’ sapere. Come di molecole invisibili che i venti cosmici catturano e trasportano, in un processo di trasformazione infinita della materia, che distrugge quelle che sono le forme ma non la loro memoria. Cosa che permette al mio Signore di manovrare il destino degli altri verso la disfatta.

«Maaaavruz! Maaaavruz, sei tu?»

Son io, Mavruz, chiuso in me stesso, il giocatore d’azzardo che, pur condannato alla resistenza passiva, si ribella alla violenza perpetrata dal suo Signore, col rischio di dover barare, di compiacersi della disobbedienza, quasi “che indignarsi, (dissociarsi, disobbedire) in modo costruttivo è pari al proprio valore civile”, per colui che cerca nuovi modi di lottare e di esercitare le ragioni della propria coscienza come risoluzione del conflitto tra obbligo e dovere. Onde, il primo dovrebbe predominare sul secondo, in ragione del fatto che “ogni individuo, alla presenza di valori disponibili ad alcuna maggioranza, deve seguire i dettami della propria coscienza, e solo dopo, semmai, le imposizioni di un governo” (Thoreau), di una società, di uno stato di potere.

Tuttavia qui, nella restaurata cattedrale,che si scorge nel nuovo disegno approntato sul cartoncino, oltre al mistero gotico che pur la contiene e che non si è ancora finita di ampliare, s’aggiunge, l’imponente costruzione dell’enigma del monastero medievale, con le sue celle buie, le sue segrete profonde, i suoi colonnati ipostili, i suoi chiostri aerei adibiti ad accogliere i ‘santi’ sconsacrati che per qualche ragione hanno dato una svolta alla propria vita e a quella della Chiesa. E sono scienziati, filosofi, poeti, artisti, letterati, teologi del calibro di Martin Lutero, Giordano Bruno, il sommo Dante, Galileo Galilei, Leonardo Da Vinci, Michelangelo Buonarroti, Michelangelo Merisi detto il Caravaggio … e prelati, papi, martiri, re e regine, quanti hanno attraversato i secoli fino ad arrivare a noi, e che il mio Signore incontra nottetempo nelle stanze segrete loro assegnate, sotto la rocca spazzata dal vento malvagio che amplifica la sua voce in un’onda sonora che fa esplodere le menti di chi l’ascolta.

«Maaaavruz!!!!!!!! … chi c’è lì con te?», grida il mio Signore e la sua voce attraversa le volte e fa tremare le guglie più alte.

Sono loro mio Signore, i fantasmi di sempre che tornano ad affacciarsi nell’ombra che li contiene, e sono volti di Gorgoni e Meduse, Serpenti piumati e Gargouille fantastici, Gnomi e Angeli ribelli che rubati alla pietra, traspaiono inquieti sotto le maschere imperscrutabili rivestite di vecchie palandrane consunte, cinture di corde annodate, cappucci monacali, come per un carnevale di cenere e di fango accumulato nei secoli. Cupi travestimenti per un’allegoria che del ‘rito di morte e di resurrezione’ sembrano conservare soltanto l’aspetto più orrendo, della danza macabra che si svolge nei cimiteri, e nelle apocalissi che si consumano all’interno delle chiese.

«Mavruz, te lo ordino, portami da loro!»

Comanda il mio Signore, col suo sguardo umido attraverso le palpebre pesanti, appiccicose, che cola come il succo di una pianta carnivora assetata di linfa sanguinolenta. Un’emorragia di forza, ma anche di dolore, lo stesso che porta al mio lutto, alla mia sofferenza, all’angoscia che mi lascia svuotato, irriconoscibile, ridotto a una scorza secca e grinzosa, come una piaga che innaturalmente cicatrizzata si ricopre di grumi bavosi, di ecchimosi purulente, di coaguli di materia dolente. Come d'incubo risalito da chissà quali strati della mente, forse ancor più della mia esistenza, la spessa cicatrice della memoria s’avvale qui del ricordo di antiche lotte fratricide, scaturite per la sopravvivenza, per un territorio, per una scelta eterna e scellerata di sopraffazione e di prevaricazione, un’insieme di viscido putridume con il quale il mio Signore riempie lo spazio vitale dei suoi pensieri.

Non sempre mi è possibile rendere efficaci gli sforzi che pure metto in atto con pacata discrezione … ché l’appropriazione, l’assimilazione, l’annullamento dell’agire che mi impongo, è legato ai temi della Verità, più durevole del Tempo. Ma forse è stupido da parte mia pensarlo, di certo non l’unico né l’ultimo, certamente dopo Adorno e Horkheimer che nei loro studi hanno considerata l’umana ‘stupidità’, come l’esito tragico di un domandare senza ottenere risposte. E sono quelle domande rimaste senza risposta a segnare un dolore che danneggia la mia già esile volontà, introducendosi con forza nella sfiducia che ho di me stesso. È questo un fenomeno assai noto alla psicologia e alla psicanalisi, sintetizzato in quanto “Il domandante si colpevolizza perché rimane nel dubbio di non aver saputo porre nella forma giusta o alla persona giusta la domanda che non ha ottenuto risposta” (Galimberti).

Affinché questa trasposizione possa riuscire è necessario attentare al ‘diritto di avere diritti’, che rende possibile soggiogare la fiducia riposta dal mio Signore, e che presuppone una forte accettazione dell’altro come scelta, della diversità di genere come risorsa di una possibile reciprocità, dell’affinità esposta nel ‘dono’ (Mauss). Così come nelle ‘dinamiche donative’ in cui la fiducia ha bisogno d’essere ricambiata, nel bisogno di liberarsi quanto prima dall’obbligo di gratitudine verso chi e per ciò che si è ricevuto. Per quanto, come nel mio specifico caso, per cui il dono ricevuto dal mio Signore non è ricambiabile, finisco per innescare azioni non dovute di dipendenza e sottomissione che non obbediscono ad alcun dovere, che nessuno avrebbe il diritto di reclamare e che per questo chiedono rispetto e riconoscenza che non trovano.

«Ma come tradurre questa mia vicenda che astrattamente stravolge il senso di ogni cosa, di ogni mio giorno, di ogni mia notte passata insonne, in una lingua forbita eppure incomprensibile?»

È infatti a causa di un problema di ‘lingua’ che i miei costanti progetti di felicità si trasformano in incubi, e che le mie aspettative di ‘sonno’ finiscono per perdersi in labirinti infiniti che mi costringono a incedere su e giù per la stanza da letto senza trovare fermezza. Succube di sguardi severi che ancora, dopo mesi, anni, secoli, tornano a fulminarmi in qualche sogno angoscioso, come un male invisibile che riduce la mente a quell’unica brace di fuoco che pure giace silenziosa sotto la cenere accumulatasi nel tempo, a ricordarmi la mobilia andata bruciata nel camino, l’eco assordante delle voci racchiuse nei libri che hanno alimentato le lingue di fuoco, le innumerevoli pagine scritte e gettate alle fiamme, l’avvamparsi dei dipinti che s’accartocciano su se stessi di cui rivedo le fuggevoli figure, i volti, i ritagli di schiene e di membra scarnificate, come frammenti staccati di corpi che non arrivano a ricomporsi in quelle che sono state un tempo unità viventi.

«Mavruz, Mavruz, sei tu?», torna a chiamare il mio Signore, al termine di questo giorno che non conosce fine.

Son io, Mavruz, chiuso in me stesso, fautore di infinite trame che, vago nel mio solitario nulla, che cerco senza posa il mio domani, che piango silenzioso sul mio destino.

«Mavruz, Mavruz, che mai ne farò di te, me lo dici?»

Domanda il mio Signore, quando già, il sole morente accoltellato inonda di rosso il soffitto della stanza e discende come maschera mostruosa sul suo viso intriso di dolore, mentre fuori della porta sprangata qualcuno tende le mani in cerca di asilo, lo supplica di aprire, mentre altri lo sfuggono al solo sentire il suo profondo sospiro. A nulla serve implorare, voler fermare nei suoi occhi la malvagità dello sguardo che incombe, certo che non si fermerà davanti a nessuno, e dire che vorrei gridargli contro, maledirlo, mentre affogo in questa eterna notte di tenebre, con gli occhi aperti, cercando luce che mi accechi, ma so già che non mi ascolterà, perché egli non ascolta nessuno.

Son io quell'angelo ribelle con la faccia oscurata dalla mia stessa ombra che, chino sul libro della vita, graffio con pennino che mai fu d'oro, le mie ragioni contro le sentenze ingiuste che il mio Signore blatera costante, spingendosi alla violenza verbale con parole che sfuggono al suo controllo. Non sono il solo, ci sono altri angeli ribelli che d'ora in ora catapultano a migliaia sulle Città, e s'aggirano peccaminosi in cerca di anime da violare, e che infine trovano, accalappiano e rapiscono lungo le strade solitarie e abbandonate, dovunque regna l'ingiustizia e la fame, dovunque sventola una bandiera o si disegnano confini, dovunque la terra si rimescola nel fango e il puzzo di escrementi che toglie il respiro … Sì, dovunque c'è una repressione in atto, dovunque è negata la libertà, contestata, sconfessata … Meschino me, per aver detto sì, che quello che un tempo avevo pensato impossibile è infine accaduto … Sì, noi tutti, l’umanità intera in verità ha permesso che tutto ciò accadesse.

«In fondo, soltanto le menti meschine hanno meschine aspirazioni!», rantola il mio Signore facendomi trasalire, che sedutosi improvvisamente sul letto come stesse precipitando dalla cima del mondo, medita sull’umana estinzione, diffondendo esalazioni di morte. E grida “..violate! soffocate! distruggete!”, reprimendo ogni barlume di giustizia col mortaio e col cannone, sul fronte dell'odierna globalizzazione, mentre già la trappola del passato insidia questo nostro tempo, restituendo l'immagine oscura di un emulo futuro. Noi tutti del resto, alienati, deviati, allucinati, disgiunti crediamo ancora ciò che abbiamo sempre creduto, che forse, col tempo, troveremo altre dimensioni di benessere, altre situazioni non omologate, Città Ideali ove raggiungere gli esseri infiniti che noi siamo, onde abbattere ogni singolo muro, ogni individualistica omertà; anche se noi tutti pensavamo che sarebbe stato possibile, che saremmo stati capaci di fare tutto ciò che non eravamo capaci di fare. Adesso è tardi, troppo tardi …


«Mavruz, mi avverte il reverendo Bergson che manchi agli appuntamenti, tu sai ch’egli è qui per te, non dimenticarlo.»

«Non l’ho dimenticato Padre Priore, è solo che mi sfugge il Tempo, e non me lo ritrovo…»

«Mavruz rammenta, il tempo che si perde oggi non lo recuperai domani, sarà comunque passato, comunque perso. Medita su quanto ti dico e fai in modo di non lasciare che il tempo ti passi accanto senza l’ausilio della ragione. Adesso va, il reverendo Bergson ti aspetta.»


«Finis, nusquam..»















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