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Una storia di Chrisma

Felicità Doppio Malto

Lei. Io sono più tipo da chiara leggera.

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3 minuti

Pubblicato il 06 marzo 2020 in Storie d’amore

Tags: #ansia #bar #birra #felicit #folla

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Mi sono bastati quei pochi minuti.

Sono stati attimi di panico contraddittori, che volevo che il tempo si bloccasse per farti smettere di guardarmi, con quel sorriso buono e le labbra rosse, e le tue amiche che dietro ridevano impietose.

Di cosa? Di me?

Cos’ho fatto che non va?

Tu ridi, qui tutti parlano, tutti ridono, con la loro felicità doppio malto chiusa in bottiglie troppo fragili, e io ti guardo, che sono più tipo da chiara leggera, perché a volte una Beck's mi basta.

E invece il mondo ha continuato a muoversi, a girare per i cazzi suoi, a unire i puntini ventiquattro acca, giorno dopo giorno, secondo dopo secondo.

- Come stai – mi chiedi e io ti dico bene, poi chiedo di te.

E tu annuisci, sorridi, e io vorrei solo perdere la vista, per registrare nella mente la tua immagine e fare in modo che rimanga per sempre lì.


… l’ho spiegata male.

L’ho spiegata brutta.


È come dire: fatti guardare un’ultima volta e poi prenditi i miei occhi, perché dopo aver guardato i tuoi non voglio usarli per null'altro, e voglio che sia il tuo viso, sorridente com’è ora, a essere l’ultima cosa che abbia impresso nella mente.

Ora è più chiaro. Pure un po’ più poetico.

E poi ci sono anche i miei amici, dietro di me, che fischiano e urlano, e fanno capire a tutti che mi piaci, e cazzo, va bene che si capiva anche prima, ma forse ridi perché ora ti guardo come un coglione e tu hai capito tutto.

Quindi? Hai capito? Hai capito tutto?

- Che bevi – mi chiedi. Hai la voce leggera, stringi la birra tra le mani, ti mostro la mia come a dire “guarda, bevo questa”, poi guardo il cellulare, cercando di avere l’aria annoiata, perché devi pensare di essere una cosa normale, regolare, quasi una perdita di tempo. Ma in realtà non riesco a sostenere il peso del tuo sguardo.

- È quasi finita – mi dici, ti dico di sì, ti dico che anche la tua Tennent’s è quasi finita.

- Andiamo a prenderne un’altra – fai, mi afferri il braccio, mi tiri, i miei amici urlano come se avessi segnato un rigore al novantesimo, le tue amiche parlottano, mi stanno sulle palle.

Sono timido e non lo sapevo. Sono… timido.

E ho poca capacità di spiegarmi.

- Altra Becks? – mi domandi, prendendo un portafogli enorme, che non so come tu abbia fatto a farlo entrare in quella borsetta di pelle nera, che ti dorme appesa sul fianco, con la cinghia che stringe attorno alla spalla del cappotto, ma io ti fermo, dico faccio io, prendo l’ultima banconota da dieci che mi è rimasta e penso che devo prelevare al primo sportello, e il cuore mi batte forte, tanto che credo tu riesca a sentirlo.

- Non preoccuparti – mi fai, ti guardo male, tu sorridi, hai fatto la tua parte, so che ci tieni, io sono cavaliere sotto sotto, la gente spinge, urla, ci buttano contro il bancone e il barista sudato ci guarda confuso, che secondo me manco ci sente.

- Due di queste! – urla lei, mi strappa la bottiglia vuota da mano, mi sorride, la mette sul bancone, io annuisco, faccio l’uomo e pago, poi lei mi tira di nuovo e andiamo fuori, e faccio a spallate con la gente mentre lei ci passa attraverso, come fosse incorporea. Sento la scia potente del suo profumo, rilasserebbe chiunque, mi accende. Bevo un sorso mentre ancora mi trascina.

- Dove sono andati? – mi chiede, dopo essersi girata a guardarmi. I miei amici e le sue amiche non ci sono più. Io faccio spallucce, lei è confusa, è bellissima, abbasso lo sguardo, sovrascrivo l’immagine.

- Cerchiamoli – mi fa, e io le chiedo se dobbiamo proprio. Sorride ancora, mi dà un bacio e mi dice no.

- No.


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