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Una storia di CinziaPerrone

Pietas verso gli animali

Ill diritto di non soffrire

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Pubblicato il 07 giugno 2019 in Giornalismo

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Ci chiediamo come mai l’ordinamento giuridico abbia escluso dalla categoria dei suoi soggetti, capaci di essere titolari di diritti, esseri comunque viventi quali gli animali, costruendo l’intero mondo giuridico intorno alla figura dell’uomo, con i suoi interessi, con le sue esigenze e con i suoi bisogni. L’animale è stato considerato nel corso dei secoli soltanto come un interesse o un bisogno dell'uomo, e solo per questo motivo a volte preso indirettamente in considerazione . Dobbiamo trovare ragioni valide per confutare questo stato di fatto che frustra la posizione dell’animale nella realtà giuridica. Con troppa superficialità, fino a non molto tempo fa, e forse ancora adesso, l' intero ambiente filosofico-giuridico escludeva senza mezzi termini che l' animale potesse essere considerato come soggetto di diritto . In molti, infatti, hanno notato, dopo analisi più attente sulla vita degli animali, che, non si tratta di una forma vuota e priva di qualsivoglia interiorità, ma al contrario, di un essere vivente capace di provare sentimenti diversi, dotato di un' intima essenza . Da una profonda riflessione, sul fatto che gli animali siano dotati di una propria psiche capaci di sensazioni, potremo dire, e in molti lo fanno, che ci troviamo di fronte a un’entità così vicina alla natura dell’uomo, che l’unico discrimine potrebbe rinvenirsi in quella "superiore" capacità di raziocinio. La natura di entrambi, dell' uomo e dell' animale, sarebbe la stessa; la differenza sarebbe soltanto di grado . Schopenhaeuer, ponendosi contro il primato incondizionato dell' uomo fra tutti i viventi di ispirazione giudaico-cristiana, riconosceva che nell' animale e nell' uomo il fondo essenziale e principale fosse identico e “che ciò che li distingue non consiste nell' elemento originario ma soltanto nell' elemento secondario, nell' intelletto e poiché ciò dipende soltanto da un maggiore sviluppo cerebrale, si tratta di una differenza somatica limitata a un singolo organo, al cervello, cioè a una differenza quantitativa. Secondo i moderni animalisti, che hanno recepito in parte queste idee, l' animale sarebbe sottoposto a una continua discriminazione da parte dell' uomo, scaturita dall' idea di supremazia della specie umana su tutte le altre, che l' uomo ha ricavato “ massimizzando il valore di ciò che sembrerebbe distinguerli dagli altri animali (l' uso della ragione) e minimizzando al contrario il «valore vita» che è invece di fatto comune a tutte le forme viventi. Visto che gli animali sono esseri dotati di propri sensi, capaci di provare dolore e piacere, proprio come noi, non si capisce il perché di questa situazione, che lascia l' animale in balia dell' uomo, il quale finisce inevitabilmente per farne l'oggetto dei suoi bisogni, quando esso ne avrebbe di suoi. Anche quando l’uomo stesso conferisce tutela e protezione all'animale, lo fa per un senso di umanità verso se stesso più che verso la bestia. Quello che protegge alla fine è il suo sentimento che viene offeso ad esempio come accade nel caso del reato di maltrattamenti sugli animali. Anche se la situazione sta mutando, alla luce dei recenti orientamenti giurisprudenziali e legislativi, bisogna constatare come “il discorso sugli animali continui ad avere il proprio baricentro in un discorso sull' uomo”. Dall' antropocentrismo - l’accusa più grave degli animalisti - sembra che non sia proprio possibile liberarsi, nemmeno proponendo nuove etiche con un esplicito carattere anziché antropocentrico biocentrico.” Sarà difficile riuscire ad attribuire all' animale una posizione paritaria alla nostra; riuscire a permettergli di essere titolare di diritti e situazioni giuridiche, non perché l’uomo gliene fa gentile concessione, ma perché in essi intrinsecamente già presenti. L’animale, non solo potrebbe meritare la qualifica di soggetto di diritto in virtù della sua essenza vitale, ma anche in funzione dell’”attività" che esso svolge nel nostro ordinamento giuridico. È innegabile come l’uomo sfrutti l’apporto collaborativo e la capacità lavorativa degli animali in svariati modi, intervenendo nei rapporti economici dell’uomo stesso come un’utilitas. Il diritto soggettivo dell’animale potrebbe sorgere proprio in quel momento. Se partiamo dalla nostra convinzione di avere dei doveri nei confronti degli animali, peraltro generalmente condivisa, potremo arrivare a dimostrare la tesi meno generalmente accettata che gli animali, al pari degli esseri umani, abbiano certi diritti. Kant sostiene che i nostri doveri relativi agli animali sono fondati sulla considerazione dei nostri doveri verso gli uomini; quindi per il filosofo il desiderio di essere crudeli con gli animali fa trasparire nelle persone una mancanza di umanità. E se oltre a questo senso di umanità, di cui parla Kant, in noi scattasse anche una percezione dei loro sentimenti? Vorrebbe dire che in quel momento noi considereremmo gli animali come nostri simili, attribuendogli il più fondamentale dei diritti: il diritto di non soffrire.



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