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Una storia di GioMa46

Questa storia è presente nel magazine TUTT'ALTRE STORIE

Bla, bla, bla …

(...parole, parolacce, per non dire delle pentecane).

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3 minuti

Pubblicato il 18 novembre 2019 in Giornalismo

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Senza altre parole.
Senza altre parole.

Bla, bla, bla … parole, parolacce, per non dire delle pentecane.

Dietro le quinte del parlamento.


La deprecabile governabilità del binomio giallorosso da poco instauratosi sugli scranni del Parlamento si è già arenata sul ‘fondo melmoso’ delle medesime idiosincrasie che sentiamo ripetere da tempo immemore, come il ritornello della nota canzone: “..parole, parole, parole”.

Tant’è che è diventata ormai sinonimo di smaccata ironia: “parole, parolacce e sproloqui” giornalieri, ed eseguita da tutti gli spalti da una parte e dall’altra, come mai prima si era sentito ripetere, neppure dai garzoni (leggi borgatari) dei più malfamati mercati rionali.

Ma gli insulti tra i due (anche dei tre) non sembrano bastare, mentre i 'fatti' stentano ancora a prendere il via, da sembre arenati sul fondo ‘merdoso’ degli intenti, per lo più lasciati sulla carta da culo, la cui puzza invade le strade e le piazze della Capitale che vive sugli allori di quella Roma definita (da chi non ha mai veduto altro) ‘la più bella città del mondo’.


Val bene un’immagine romantica della città, per quanto sia abbandonata a se stessa, diventata invivibile per l'accumulo di immondizia che di giorno dopo giorno sale dai bordi delle strade (e non solo), e che ormai arriva all’altezza dei primi piani dei palazzi, per non dire dei monumenti, tanto è stata trasformata in una discarica a cielo aperto, senza ispezioni e manutenzioni di quelle aree di giurisdizione pubblica che più abbisognano di cure specifiche. Noi romani ben sappiamo che l' 'immondizia' vera e prorpia sta dentro il Campidoglio, ancor prima che in Parlamento, riversata da chi: rossi, gialli, verdi e turchini, tutti assieme, di volta in volta vi si alternano, venuti, come si suol dire, in romanesco: 'a cagare fuori dalla tazza del cesso'.


Credo noi tutti ricordiamo quando Venditti cantava: “..quanto sei bella Roma quanno è sera” e continuava con “..quanno piove”. Quando piove?, che ne volete sapere Voi se non siete mai capitati a Roma quando piove, quando gli ombrelli colorati vengono sostituiti dalle calosce e le mascherine antismog diventano mute da palombari. Cioè, è tutto un dire, perché: quando la ‘monnezza’ comincia a sciogliersi in liquami puzzolenti negli acquitrini che hanno riempito le innumerevoli buche stradali; quando le fogne incontinenti straripano e si trasformano in fossati maleodoranti che sprofondano nel sottosuolo. Allora sì che i romani, come del resto i turisti e i clandestini, smettono di cantare e, piuttosto versano lacrime amare, per questa Roma 'caput mundi' che imprecano contro ... ma non contro Nerone, che anzi ne auspicano il ritorno per vederla bruciare nel fuoco ristoratore.


Per non dire poi delle ‘pentecane’ (leggi ‘sorche’ in romanesco), grasse come porcelli che si arrampicano fin sulle auto in sosta per farsi una doccia d’acqua pulita. E di quei gabbiani cosiddetti ‘reali’ per la loro grossa costituzione che, lasciate le sponde del biondo Tevere s’intrufolano nelle case e incominciano a volteggiare attorno ai frigoriferi.

Entrambi ‘sorche’ e ‘gabbiani’ non sono poi così diversi da quei parlamentari che ben si nutrono, a nostre spese, di cibi prelibati e manicaretti nei ristoranti 'pregiati' del circondario, e pontificano sulla 'differenziata', ‘alla faccia di quanti tirano a campare’ con quattro baiocchi di pensione, raccimolati dopo aver sputato amaro per 40 anni nei posti di lavoro.


Di quanti, haimè, si ritrovano oggi a frugare nei cassonetti dell’immondizia … quella sì che è davvero ‘differenziata’.



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