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Una storia di RossellaDettori

Questa storia è presente nel magazine Racconti di Leonvalle

DESNUDA

578 visualizzazioni

3 minuti

Pubblicato il 12 maggio 2020 in Giornalismo

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Diario privato, Dicembre 2019


Sono anch'io una vittima.
Non so di chi, non so di che cosa, esattamente.
Ho dei sospetti. Di preciso, so solo che, da qualche giorno, i colleghi universitari hanno cambiato totalmente atteggiamento e che, nella cittadina in cui vivo, persino nel mio quartiere, qualcuno mi ha tolto improvvisamente ed inspiegabilmente il saluto.
Alcuni esempi: ad una studentessa, che era sempre stata abbastanza affabile con me, la settimana scorsa è sfuggito un “Porcona!” nel vedermi, senza affatto preoccuparsi di non farsi udire.
Ho cercato di convincermi di aver frainteso, ma quella parola, così ben scandita, era stata scagliata con una violenza impossibile da ignorare.
Più tardi, presso l'aula, poco prima della lezione, ho scorto altri ragazzi che guardavano in gruppo lo schermo di un cellulare. Uno sghignazzava, un altro pareva interdetto, il terzo era visibilmente schifato.
Poi hanno rivolto lo sguardo verso di me, tutti e tre, stavolta con la medesima espressione giudicante.
Anche allora ho fatto finta di niente.
Che cos'altro avrei potuto fare, del resto?
“Paranoie” mi sono detta. Ho seguito la lezione attenta come sempre, in compagnia delle colleghe che preferisco. Ho pranzato da sola al solito baretto, studiato in biblioteca, quasi dimenticando tutto.
C'era giusto un mesto sottofondo in me, un'inquietudine, un disagio sordo che bruciava l'anima.
“Ma che cosa succede?”
Ieri sera, infine, mi sono recata in pizzeria.
In attesa del mio cibo da asporto, sostavo ignara presso la cassa.
Giusto il tempo di voltarmi verso un chiacchiericcio a me vicino, e riecco quello sguardo. Più duro, anzi.
Sei lanciafiamme al posto di tre paia di occhi femminili.
Nuovamente, ho tentato di convincermi di stare mistificando il nulla.
Ho ripreso a farmi i fatti miei, voltandomi ancora verso la cassa.
Ma quando smetto di vedere, sento.
“Guarda che faccia da tipa seria!” dice una.
“Sì, come no…” ironizza un'altra.
“Parlo solo dei lineamenti!” ribadisce la prima.
“Non ce l'hanno con me, non può essere…” ho pensato.
E non ho osato voltarmi più.
Ma infine è arrivato il mio ordine e, pagato il conto, è stato poi impossibile non imbattersi ancora una volta in quell’esame visivo impietoso.
Così, mentre tornavo a casa, con l’anima su un rogo peggiore del primo, inevitabilmente il mio cervello ha passato in rassegna le mie ultime relazioni intime.
Ho tratto conforto dal mio approfondito, per quanto rapido, esame di coscienza, ma un “eppure” echeggiava nell'aria.
A casa, dopo cena, ho trovato un messaggio privato su Facebook: una cara amica; ho ricambiato i suoi saluti.
Scherzi, divagazioni su trivialità.
Ma ad un tratto, ho perso contatto con il cursore.
Tra gli utenti memorizzati nella lista, che ora scorreva verso il basso, uno mi ha colpita.
Non avrebbe potuto essere altrimenti: aveva i miei stessi nome e cognome!
“Ma chi è questa persona?”
Ho riletto la conversazione, che avevo totalmente rimosso dalla mente.
Era una sorta di corteggiatore, che avevo liquidato in poche righe.
Ora, rimossa la sua foto dal profilo, si faceva chiamare come me.
“Per fare cosa?”
Indagare sulle responsabilità personali pare ormai impossibile.
Se non altro, una ricerca mirata sul web mi rincuora, chiarendomi cosa deve essere avvenuto.
Si tratta di una mistificazione, certo, ma non della mia mente.
Una mistificazione tecnologica, che odora di vendetta.


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