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Una storia di MirianaKuntz

Diamanti

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13 minuti

Pubblicato il 27 maggio 2019 in Storie d’amore

Tags: #amore #riflessioni #fine #storie #lei

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Non ho mai usato nessuno per rialzarmi, nemmeno quando qualcuno mi diceva che era li per me. L’ho sempre reputata una cosa sbagliata, per quanto, in amore, fare forza sulle spalle altrui, sia una cosa assai comune, e nella sua cadenza repentina, nasconde la bellezza più bella del mondo. È bello poter contare su qualcuno, quando esaurisci la tua forza, il tuo -amore- te ne dà un po' della sua, lo stesso avviene in reciprocità. È come avere una carica continua di coraggio ed energie. Fai cose sapendo che non sarai mai a digiuno, e non avrai mai le spalle scoperte. Chi si ama si protegge da ogni lato, e le frecce non arrivano in nessun costato, non infrangono alcuna casa. Non mi sono appoggiata però, perché ho sempre voluto farcela da sola, perché avevo timore di -pesare- che camminare con me sulla schiena fosse troppo pesante, seppur per brevi tratti. Quando perdevo sangue nuotavo comunque dentro vasche abitate da squali, e quando avevo paura, il massimo che facevo, era coprirmi le ginocchia e gridare. Ma non mi mostravo, le mie debolezze le tenevo fasciate sotto la maglietta. Avevo paura di non essere capita, ma soprattutto avevo paura che la persona al mio fianco si sentisse -infelice- Il mio unico desiderio è sempre stato quello di far sentire bene l’altra persona, anche se a volte capitava di togliere l’aria dai miei polmoni per donarla. A volte arrivavo a sera che mi sembrava di non saper più respirare. L’ossigeno era così poco che la testa sembrava scoppiare, e mi addormentavo sfinita sui miei cuscini disegnati, ma ero felice, perché la mia aria era stata nei suoi polmoni, e mi sembrava una cosa infinitamente magica. Non ho pesato su nessuno nella mia vita, ho sempre cercato di – pagarmi- tutto, in termini di azioni e tornaconto. Ho pagato tutto, spesso, anche cose che non avevo usato. Mi portavo avanti, per quando, forse un giorno, ne avrei avuto bisogno, così da prenderle senza vergogna. Non ho mai fatto pezzi di strada sulla schiena di un altro. Quando ero stanca mi fermavo sui gradini e tremavo. A volte continuavo a camminare senza sosta. Arrendermi è sempre stato vietato, talvolta quei divieti venivano proprio da me stessa. Ci sono stati momenti dove ero più stanca di altri, dove piangevo a dirotto ma negavo, o lo dicevo e aggiungevo subito dopo la frase– ora passa- Mi sembrava l’unico modo per non -dare fastidio- anche se la parola fastidio in una storia d’amore non dovrebbe comparire nemmeno per caso. Ho sempre dato tanto valore alle parole, soprattutto a quelle dette piangendo. Quando lui piangeva e mi diceva che gli mancavo, un po’ gli credevo, poi alla fine gli ho creduto sempre meno. Credo che non si possa provare la mancanza di qualcuno, trascinarla nuovamente nella tua vita, porle la sedia, offrirle una torta, e poi solo due ore dopo scordarsi di tutto: di come si è stati senza di lei, di che vita si faceva prima di lei, di che cosa mancasse di lei, quando lei non c’era. Ma tutto svanito. Di colpo. Tipico dei bambini, direi. I piccoli sono così, sbattono tanto i piedi a terra fino a che non gli compri un pallone, dopo che ci hanno fatto quattro tiri e rotto un po’ di muro, lo lasciano lì a prendere polvere fino al prossimo desiderio. A volte si ricordano di te, e fanno ancora qualche tiro, poi vogliono un nuovo modello, e alla fine a te non pensano più. Credo che un vaso crepato non torni più come prima, anche con una buona colla e un buon oro. Che chi lo guarda da fuori può apprezzarlo, ma chi nel vaso ci vive, sente gli spifferi dell’inverno, le claudicanti tinte sbiadite. Si sente tutto da lì dentro, peggio quando uno dei due gioca a -rilanciarlo-. Nel peggiore dei casi, il vaso cade di nuovo e si rompe. A volte il vaso non cade più, ma gioca selvaggiamente lungo il bordo per tutto il tempo. Quel andare e venire dal tavolo, quell’altalena di creta fa venire il mal di mare, ti fa sentire l’incertezza di tutto, e ti restituisce l’idea precisa che non si può vivere quell’amore con la paura costante di cadere dal bordo. Penso di aver dato troppo a chi non lo capiva, di aver spiegato infinitamente concetti che avrebbero dovuto essere chiari dall’inizio, che i miei occhi dovevano essere sempre asciutti, e invece piangevano sempre. Credo di aver fatto l’impossibile per una persona che in verità si limitava a fare i due quarti delle cose che avrebbe potuto fare per me. Delle cose che avrebbe potuto inventare per me. Le cose che per amore si inventano: il tempo che scarseggia, la pausa pranzo in cui si dimentica di mangiare, le notti insonni solo per raccontarsi il futuro, i complimenti infiniti anche se lei non ci crede. Credo di aver dato troppo a qualcuno che alla fine mi guardava solo di sbieco, quando ne aveva il tempo, quando quasi per gioco si ricordava di me. Che un giorno ridendo mi diceva che non valevo niente, e il giorno dopo si sentiva già perso senza di me. Che il giorno prima reputava -lei- il niente, e quello dopo -sicuro mi tratta meglio di te- Bugie… bugie…bugie. Le chiamo così quelle cose che mi facevo entrare dentro, e scioccamente pensavo fossero vere, e dedicate a me. Mangiavo bugie a colazione, a pranzo e a cena. Il loro sapore dolciastro era il mio piatto preferito. Non mi accorgevo che mi stavo cariando tutti i denti, e che alla fine ne sarei rimasta senza a furia di mangiare chiodi vestiti da cioccolato fondente. Non ho mai cercato complimenti o frasi carine, a meno che non fossero vere, a meno che non fossero spontanee. Ho sempre sognato di saltare il pranzo solo per la felicità di tenersi per mano, di dimenticare i conti e le fatture, perché si sta facendo l’amore. Di tenersi al caldo vicini vicini, mentre fuori piove. Invece vivevo una cosa che non esisteva, e che esisteva solo nella mia testa. Questo continuo farmi sentire in colpa, perché -devi- ma in realtà non dovevo un bel niente. Questo continuo perdonare i – se vai via mi uccido e la colpa sarà tua- -prenderò una brutta strada e tu piangerai- questi ricatti continui tipici dei vili, di chi ti vuole ma non ti vuole davvero, di chi vuole solo tenerti al guinzaglio, vederti in ginocchio, piangere e rinunciare ad un tuo pensiero, ad una tua idea, ad un tuo bisogno. E invece perdonavo, perdonavo sempre. Mettevo da parte il letame fingendo fossero fiori. Piangevo e mi asciugavo gli occhi, mi raccontavo che non era così, che erano solo parole, che chi mi amava non poteva farmi così male. Invece dentro, il cuore, si barricava dentro un muro di ferro, batteva a pena, le funzioni vitali sono calate al minimo storico, a volte non riesco a sentire nemmeno che batte, nemmeno i polmoni aprirsi, nemmeno la bocca bagnarsi. È come essere morti, ma senza saperlo. A distanza di tempo mi sono ritrovata nelle stesse cose senza poter difendermi da niente: a non avere dedicato un minuto se non quando mi allontanavo, a sentirmi staccare la chiamata se si arrivava sotto casa, a sentirmi dire che non è un problema se non ascolto musica ‘’alta’’ ma se Lei la ascolta buon per lei. In fondo a me manca ogni qualità, questo l’ho capito dal primo momento in cui mi sono infiltrata in questa storia che assomigliava più ad un buco nero che ad una stella. Una storia dove ci avrei perso solo io. Dove ci avrei perso comunque. Una storia dove c’è e ci sarebbe stata sempre una lei più brava di me, una che è cresciuta in una buona famiglia, dove La Joplin si dava la mano con La James per essere il sottofondo di natale. Io non sono una che si vanta, non mi piace lo sfarzo, ma a dieci anni ascoltavo Mina e a volte De andrè. E sempre a quell’età leggevo Pirandello, mentre i miei amici leggevano distrattamente i compiti di scuola, annoiandosi da morire. Non so se sono -speciale- o una dei tanti ‘’diversi’’ ma so che non sono cose che dico in giro, non racconto di aver vinto questo o quest’altro premio, di saper fare cose che gli altri sanno fare solo grazie a corsi formativi. Non mi piace. Non sarei io. Eppure noto che viene valutato sempre chi ha la faccia tosta, di chi sbatte i piedi e dice – io sono, io faccio, io sarò- e mi chiedo se anche in amore questo sia giusto. Le storie d’amore non sono un ufficio di collocamento, dove vince quello più bravo. Forse quando ami, non pensi nemmeno che un altro possa essere migliore. Vuoi solo lei, vuoi solo lui. Il mondo non esiste, puoi notare una barba, un libro, un accento, ma il resto non passa, non filtra, non riesce ad arrivare al cuore. Mi trovo imbarazzata nel dire che anche su questo lei è migliore di me: ascolta musica più bella, anzi lei ascolta Musica, io solo rumore. Mi chiedo se le canzoni che gli dedicavo non fossero ridicole allora. Se il -mio rumore- non lo disgustasse, se i testi che tanto mi ricordavano noi, altro non erano che parole messe in fila senza errori. A me piacevano perché senza troppe pretese mi ricordavano di noi, perché senza sfarzi raccontavano di cose che non avevamo ancora fatto, o di cose che avevamo già provato. Semplici e pulite. A filone unico, senza sbalzi di tensione. A volte ascolto Einaudi e piango, lui è uno di quelli che senza testo ti fa tremare il cuore. Immagino sempre le nuvole quando ascolto lui: nuvole che si trascinano nel cielo e vanno da un’altra parte, qualcuna è in coppia, qualcuna è semplicemente da sola, ma non ha paura. Mi è stato detto diverse volte che la persona che starà con me sarà dannata, che non ci sto con la testa, che creo problemi dal niente. Questo mi fa sentire sbagliata più di quanto non mi ci senta già, ma non credo che conoscermi sia una sfortuna totale. Quando voglio bene qualcuno darei tutto per quella persona, il mio carattere di fuoco è capace persino di vestirsi d’acqua. Nella terra dei miei silenzi ci pianto alberi di frutti da mangiare insieme. Il fuoco svanisce, e non fa più male. A volte appare, ma solo per creare un cerchio intorno contro i lupi cattivi e le meduse di terra. Il mio fuoco ha sempre cercato di proteggerlo, di innalzarlo rispetto al mondo melmoso, ma evidentemente il fuoco di qualcuna è più affascinante del mio. Credo che i mi manchi abbiano senso solo se c’è una mancanza reale, se ti mancano persino i suoi difetti, le sue giornate storte. Quando ami qualcuno non arrivi a dirgli – non voglio stress- perché lo stress non può esistere, sotto il suo pianto, la sua ira, o le sue richieste. Credo di non essere così malaccio, e di sapere amare. Non esiste un -sotto casa- da cui scappare, perché c’è troppa gente, c’è troppa luce o c’è troppa fame. Non esistono i silenzi dettati da leggi altrui, gli spazi invalicabili. Queste cose esistono però per me, e sono state per gran parte di questi anni – la legge delle mie giornate- Legge inviolabile, leggi senza ammenda. Leggi fasciste. Leggi nere. Leggi che ancora oggi mi sono state imposte, leggi che avrei dovuto imparare a capire, adesso, ma che ancora oggi mi sembrano solo segni su un muro senza significato. Geroglifici che fanno solo male, punti che giocano ad uccidermi. Non amo le altalene e per me le promesse hanno sempre un senso. Dire a qualcuno – sono qua- capirò i tuoi momenti no e le tue barriere- e poi rimangiarsi tutto in nome di una tranquillità mancata mi fa ridere un po’. Per rabbia e delusione, perché sono ingenua, perché credo sempre nei buoni propositi senza capire che sono solo parole in momenti di crisi, e non cose che avverranno davvero. Non si può piangere tanto per qualcuno e il giorno dopo pensare che se finisce tutto va bene comunque, a patto che non ci sia stress. Non amo i tappeti, nemmeno in casa, figuriamoci con le persone. Credo che ognuno abbia il valore che ha. Sulle altalene di parole ho le vertigini, perché per me la chiarezza è fondamentale. Chi fa un grave guaio ha due scelte: o va via, o impiega fino al suo ultimo osso e respiro per aggiustare le cose. Non si ha mai certezza di buon esito, ma chi ci crede davvero ci prova e non regala colpe a chi non rimargina le cicatrici sul cuore o a chi vuole alla fine solo starsene da solo. I tentativi sono tentativi, e forse è già un premio essere accanto a chi hai fatto tanto male, tanto da non sentirne la fatica dello sforzo. Dire che si merita solo lei, non è una bestemmia, né uno sgravo di meriti, ma credo che chiunque abbia un po’ di calore umano, un po’ di amore per sé stesso, non potrebbe mai legare la sua vita a qualcuno che dovrà sempre fare capo ad un’altra, a qualcuno che alla prima litigata vuole spingerti nei casini legali, o ucciderti moralmente col rimorso, o farti semplicemente del male. Legare la sua vita a qualcuno che ti ama part time, che se ha voglia sei la sua ragione di vita, ma se è stanco, è il letto ad esserlo, o il cibo, o il lavoro, o un’amica di infanzia. Credo molto nel valore dei posti, credo che il passato debba restare sempre passato, che l’amicizia sia in un’altra corsia, che il lavoro non compaia affatto nella stanza di sentimenti, e che il letto valga la pena di toccarlo solo per fare l’amore o addormentarsi sul suo petto.

Ora che ascolto Einaudi in una sera di maggio dove piove più di Novembre, capisco che a giustificare i -cattivi e gli egoisti- si perde solo vita e amore. Cose che non ti saranno mai restituite. Agli indecisi bisogna lasciare la loro indecisione, prendere lo zaino e partire. Ho passato tutta la mia vita a nascondermi perché non mi sentivo all’altezza, e ancora oggi, sotto l’urto di queste parole violente, mi sembra di non valere niente, di essere solo un giocattolo rotto che per reggersi sulle gambe ha bisogno di un altro.

Non è vero niente, questo riesco ancora a dirmelo, anche nel pianto. Ho sempre badato a me stessa, ho sempre evitato di toccare spalle altrui, anche se mi sarebbe piaciuto a volte, anche se gli altri lo facevano di continuo con me o con altra gente. Forse alcuni uomini sono destinati ad essere il bastone di sè stessi, e nonostante a volte i miei nemici siano più grandi e forti di me, fino ad oggi non sono ancora morta, e ancora lotto per non arrendermi a questa vita grigia. Le umiliazioni più grandi sono quelle che ho ricavato da quest’amore, da questa storia, da questa gente. Mi hanno fatto credere di essere solo una via di fuga, mi hanno fatto imparare a memoria i miei difetti, mi hanno resa debole, quando avrei dovuto solo essere fiera di me.

Non ho bisogno di gettare qualcuno nel fosso per alzarmi in piedi, lo faccio da molto più tempo di Lui. Non sono mai fuggita, non mi sono mai arresa, e non mi sono lasciata trasportare dalle onde del male. La mia aria la dividevo, pur non ricevendo nulla.

Adesso so che è stato sprecato ed inutile.

Non brillerai mai per chi conosce i diamanti.

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