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Una storia di AlessandroCiviero

"Persone che potresti conoscere" di Joann Sfar

recensione

193 visualizzazioni

10 minuti

Pubblicato il 06 luglio 2019 in Recensioni

Tags: #Joann #Sfar #facebook #romanzo #ironia

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Questo è un romanzo scritto da un autore di fumetti e pretende di essere una storia autobiografica che probabilmente non si allontana nemmeno tanto da quello che potrebbe succedere a qualcuno di noi. Sembra complicato, ma non lo è.

“Persone che potresti conoscere” è la sezione di facebook in cui il famigerato social network ti propina una pletora di profili di altri utenti, dall’annuario dei volti, e ti istiga a cliccare su aggiungi, in modo da implementare la tua lista di pseudo conoscenti. Per la grande gioia del buon vecchio Zuckerberg e le sue spirali commerciali ad effetto imbuto.

Tutto prende piede da qui, e finirà, come anticipato dall’autore che narra in prima persona, in una caserma della gendarmeria di Parigi. Certo, perché quello che ci propina oggi facebook, non sempre è genuino.

La storia è quella di un artista quarantenne, con alle spalle un matrimonio fallito, o che sta per fallire, un difficile rapporto con gli animali, che ama senza essere ricambiato, e la presenza effimera di due figli che sembrano essere molto più saggi dei genitori. L’autore del romanzo è, al contempo, sceneggiatore, regista e fumettaro francese, ebreo di origine algerina, con quelli che sembrano essere i sintomi della sindrome di Woody Allen: un rapporto complicato e morboso con il sesso, le donne e il suo analista che, per inciso, a volte sembra coincidere con se stesso.

Interessanti sono gli spunti di riflessione sulla vita moderna, sulla contemporaneità, sullo status quo delle cose, e a volte l’autore sembra rimpiangere un passato francamente nemmeno molto lontano.

Il protagonista un giorno decide di dare l’amicizia su facebook ad una ragazza sconosciuta, molto più giovane di lui, tra quelle proposte da “persone che potresti conoscere”. Forse per noia, perché sta attraversando un periodo complicato della sua vita, per vedere l’effetto che fa, oppure, come dice egli stesso: “è quello che accade quando uno di quarant’anni vede una ragazza molto bella: si beve il cervello.” Sì, perché Lili, la ragazza che ognuno di noi potrebbe conoscere, è molto bella, ha una sorella gemella che fa la modella, una famiglia che la ripudia e, tutt’ad un tratto, si scopre che è pure malata di leucemia. Come si fa a non amare una ragazza così sfigata, e bella? Infatti Joann se ne innamora, pur non conoscendola, non avendola mai vista se non in qualche foto, e non avendola mai incontrata. Questo potrebbe sembrare complicato, quasi impossibile, ma non lo è; non lo è affatto, al giorno d’oggi.

La vita del nostro eroe sembra una tragicomica accozzaglia di alti e bassi, con punte di orgoglio da personaggio arrivato e baratri profondi da nerd irrisolto. Sfar è discretamente famoso nel suo Paese, tanto da essere riconosciuto quando porta a spasso il cane per il quartiere. Possiede qualità artistiche poliedriche e una certa vena letteraria, sia ironica, sia riflessiva.

Così, citando un po’ a caso, ci si può fare un’idea di quello che egli cerca di comunicare. “Scrivere è qualcosa che ti tormenta e vuoi farlo uscire. «Tutto a posto» è il contrario. Ogni «tutto a posto» sentito conforterà l’autore nell’idea che qualsiasi comunicazione con l’esterno è destinata al fallimento”. Qui il problema è l’empatia, o l’incapacità di impedire a se stessi di mettersi in contatto col mondo esterno. E rendersi conto che il mondo non corrisponde all’immagine che ci si fa di esso. Quindi è inutile aprirsi agli altri. “Se il bambino smette di piangere, credo sia una sconfitta.” Allora non resta che rifugiarsi nella irrealtà, o nella fiction, diremmo oggi, per chiedersi: “che cos’è una sceneggiatura? È la scoperta degli effetti e delle cause.

La saggezza spiccia dei figli del protagonista è ben riassunta in questa proposizione: “Due anni fa mia figlia mi disse che dovevo smettere di cercare una donna e che avrei fatto meglio ad avere un cane perché «da meno da fare ed è altrettanto affettuoso». Probabilmente scherzava”. Qui Sfar gioca sull’ironia, forse per esorcizzare i suoi rimpianti, o forse per prendersi poco sul serio.

Nasce quindi una lunga digressione sul rapporto tra il protagonista e gli animali domestici, polemizzando con “i miei simili, che imparino finalmente a trattarsi l’un l’altro come trattano i cani. Voglio dire che se potessimo amarci quanto amiamo i cani, questo risolverebbe non soltanto questioni di razzismo, ma anche molti problemi di coppia.” Scopriamo, nel corso del romanzo, che il travagliato rapporto con gli amici animali, costringerà il protagonista a comportarsi come e peggio di chi criticava, finendo perfino per assumere un educatore, per impedire al suo cane iperattivo di continuare ad attentare la vita dei suoi gatti. Una situazione paradossale, molto alleniana, tanto da far ammettere al protagonista che “finge di vivere”, come il personaggio del serial Dexter. Più avanti avrà da dire che: “si guarda il mondo, letteralmente, da dietro lenti colorate dal linguaggio, sia esso visuale o simbolico.”

L’attività primaria di Sfar è la creazione di fumetti, sia per la parte letteraria, sia per la parte grafica, ed usa il romanzo come una vetrina per pubblicizzare la sua opera principale: Il gatto del rabbino. Un fumetto fantastico dove il gatto di un ebreo algerino, ad un tratto, acquista il potere di parlare, dopo aver mangiato il pappagallo di casa e si innamora della figlia del rabbino… C’è da sorridere ancora prima di aver visto di cosa si tratta, o forse no.

Si intuisce uno sfondo filosofico, nell’opera di Sfar, sia in questo romanzo e presumo anche nella sua produzione artistica, solo dal titolo del fumetto, che non ho letto. Sicuramente c’è molto rispetto per la cultura, per i libri, il teatro, il cinema e le arti a tutto tondo. Più innanzi, nel cuore del romanzo, si intuisce anche la sua critica alla cultura globalizzata che, attraverso soprattutto internet, la TV, o i mass media in generale, introduce una novità deleteria: “attirare l’attenzione senza mai provocare qualcosa di soddisfacente”. Con la malcelata brama di rendere tutti gli individui consumatori insoddisfatti, al di là del tipo di prodotto proposto, culturale o meno.

Questo cosa c’entra con facebook e Lili? In buona sostanza è la stessa dimensione appena descritta che ci fa scegliere tra le persone che “potremo conoscere”, solo quelle che effettivamente ci attirano perché hanno una bella foto da mostrare. È lo stesso concetto di desiderare una cosa, senza potersela permettere, o che non riusciremo a raggiungere facilmente. “Non so in nome di quale gerarchia razziale si sia deciso che gli occhi chiari valgono più degli occhi castani, ma in ogni caso su di me funziona. Nella foto, sembra una Ornella Muti-e-fatti-i cazzi-tuoi che mi piace.” In questo frangente l’autore spiega come il protagonista, se stesso, sia superficiale come tutti nei casi della vita e sia attirato dall’apparenza, fin anche a mitizzarla, e a crearne un’icona da preservare statica e forgiata sulle proprie convinzioni, piuttosto che sulla realtà. Questo spiega il suo difficile rapporto con l’altro sesso, fatto di relazioni superficiali, storie di una-botta-e-via e cose di questo tenore, generalmente collegate a persone inconsistenti, frivole e di dubbia moralità. Per questo un’amicizia virtuale di facebook può risultare più sincera e reale dei rapporti concreti. “Ci piace Milo Manara perché è riuscito a riconciliare la visione virginale di fronte alla quale ci si prosterna e la zoccola che ci piacerebbe rivoltare da tutte le parti dicendole: «Vieni qui te, sì, adoro il tuo culo» Lili è la mia Vergine Maria”.

Anche i problemi sociologici vengono trattati con ironia e alla luce di questa diffidenza tra il mondo reale e concreto e quello virtuale e immaginario. Il problema razziale, il problema del rapporto tra ebrei e arabi, il problema della questione palestinese, vista da chi vorrebbe risolvere tutto in maniera semplicistica, dicendosi, in definitiva, che la razza ebraica e quella araba, e di conseguenza le due culture, sono troppo compenetrate da renderle quasi tra di loro imprescindibili.

Poi c’è il rapporto con Lili, l’amica virtuale. Esso si dipana tra il primo contatto visivo, come già descritto, e la fase successiva, in cui ci sono scambi epistolari (e-mail), numeri di telefono, contatti skype, dove risulta evidente la preminenza di lei su di lui. Joann non vede mai la sua Lili, ma egli è indotto da lei a farsi vedere, a parlagli, a subirne la personalità, arrivando ad umiliarsi. Nel momento topico del possibile incontro, ecco che lei sfugge, scantona, si rende effimera e torna ad essere una semplice immagine virtuale, dietro lo schermo. “Non se ne esce. È inutile lamentarsi del fatto che passiamo troppo tempo di fronte ad uno schermo. Non si torna indietro. Non è possibile darsi una disciplina, brilla troppo, è troppo divertente.” Constata lui amaramente. Egli tenta anche di divincolarsi, di fare il duro, ma lei sembra sempre più forte, sempre un passo avanti e costruisce un’immagine di sé sempre più velata da fatti straordinari, compassionevoli, mirabili. E lui torna a cascarci.

L’apocalisse, se vogliamo credere alla Bibbia, è il momento in cui le parole non possono più descrivere il mondo”. Questa è per l’autore l’importanza della comunicazione, ma purtroppo, più avanti, asserisce che: “Nessuna informazione è mai vera. Si limita a tradurre lo stato emozionale di un popolo in un dato momento.” Sembra molto di attualità, se pensiamo a quello che ci propinano i notiziari e i commentatori. “Bombardare ogni essere umano di un numero di informazioni superiore a quello che i suoi occhi e le sue orecchie possono gestire equivale a negare la realtà.” Un altro interessante spunto di riflessione.

Il protagonista e l’autore si spinge oltre quando richiama temi delicati come il terrorismo, la guerra santa o il rapporto con le altre culture, lui, francese di religione ebraica e di famiglia algerina. Lo fa però con oculatezza, con cognizione di causa, introducendo uno strano personaggio, palestinese arabo, dal cuore sensibile ed incline alla comprensione. Si chiama, guarda caso, Jihad, ed ha un mentore che gli rammenta: “Ti chiami Jihad. Che significa «guerra santa». Ma è santa perché è nella tua testa. Di solito si rappresenta la jihad come una battaglia con la sciabola in mano, ma in verità si dovrebbe cominciare con il prendere la scopa per fare pulizia eliminando tutte le brutte inclinazioni che si hanno in testa. Ecco, la tua jihad è una guerra di idee contro il male che è nella testa, e contro quello che non funziona nel mondo”. Sarebbe bello fosse tutto così semplice, eppure questa diatriba tra il nostro es ed il nostro ego, direbbe Freud, non ci impedisce di fare cazzate. Ma il punto è che Dio non ci impedisce di fare cazzate, purché capiamo che è questa la guerra santa che ognuno di noi deve combattere. Quella per eliminare il male da noi stessi e raggiungere la felicità. Quello che le religioni hanno travisato, che i capi sapienti e i loro manipolatori hanno tradotto, ci impedisce di fatto quello che Dio vuole per noi, cioè che troviamo la felicità e che per fare questo siamo tutti allo stesso livello. Papi e bestemmiatori. Predicatori e miscredenti. Il problema è il potere, e come si vive il nostro rapporto con il potere. In definitiva “lo scarto tra ciò che si vive e il modi in cui ne dobbiamo rendere conto determina la buona salute del mondo.

Alla fine, quando tutto sembra compromesso, quando si è scoperto che gran parte di ciò che ci circonda è falso, incomunicabile ed egoistico, può accadere che il protagonista si renda finalmente conto che Lili, la persona che potresti conoscere, non è altro che un’anomalia del mondo e che invece il suo cane e lo strappo a questa anomalia. Quando le persone vere ti abbandonano e non resta che il virtuale, ci si accorge che la sua inconsistenza è deleteria, anzi, forse è finta, e gravemente tossica. Il protagonista cerca di sfilarsi, accorgendosi che la sua amica non è altro che una montatura, una finzione, costruita per irretire o ammaliare personaggi più o meno famose dello spettacolo o della vita pubblica. Non resta che uscirne usando l’indifferenza, la freddezza, la ritirata strategica, accorgendosi che non è abbastanza. Ma allora quale può essere la vera soluzione?

Amare il prossimo. Anche se a volte può risultare molto pericoloso, amare il prossimo è anche l’unico modo per essere artisti. L’importante è che il prossimo sia concreto e reale e che “il sentimento amoroso è questo: la scoperta nel cuore del reale di una persona che si è sognata prima di incontrarla.


NOTA: tutti i “virgolettati” nel testo sono brani di Joann Sfar.



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