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Una storia di Psycopanz

Black Bunny Face

Capitolo 3

246 visualizzazioni

5 minuti

Pubblicato il 02 novembre 2018 in Avventura

Tags: #coniglio #dottore #mamma #bianco #fine

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"Questo posto è una merda .. sporcizia ovunque e disordine inconcepibile .. ogni volta farti visita mi mette i brividi"

Questo è stato il primo pensiero nato in quella mente bacata di mia madre e pensare che fino a qualche mese fa la mia testa era un copia incolla della sua.

Ricordo ancora l'esplosione in banca, veloce fredda e devastante. Il sangue schizzare sulle vetrate infrante e lo stesso vetro che si conficca in profondità nella carne .. nella mia pelle bianca e viva .. nella nera pelle del cadavere con la faccia da coniglio .. la sua cicatrice.

Le urla dei pochi superstiti, le luci gialle e le banconote sparse ovunque. La sensazione di non sentire più nulla e di non avere alcun controllo del proprio corpo.

Quel giorno, quel maledetto giorno ha cambiato drasticamente la mia vita, nel bene e nel male, ed ora sono solo una donna dal volto devastato, la classica persona che in strada vien colpita da infiniti sguardi repentini che puntano a terra nel momento in cui pena e disgusto diventano insopportabili .. nel momento in cui il mostro che stai fissando si accorge di essere il bersaglio della curiosità che si cela negli occhi.

Qualcuno ha aperto la finestra di questa bianca e triste stanza d'ospedale facendo cadere sul pavimento asettico l'involucro di uno dei miei amati cioccolatini alla ciliegia. Qualche mese fa, vedere quella carta trasparente sul pavimento mi avrebbe disturbato parecchio e pur di raccoglierla avrei ignorato completamente le mie gambe indolenzite in via di guarigione e mi sarei letteralmente gettata a terra per raccoglierla.

Il dolore sarebbe stato straziante ma l'idea di 'mettere al loro posto le cose' avrebbe sedato quel 'quasi' suicidio degli arti inferiori.

Oggi invece, non mi frega letteralmente un cazzo e sorridendo mi accingo nel gesto estremo di gettare a terra le cartine trasparenti rimaste sul comodino.

Una pioggia di cristalli di carta trasparente ondeggia nell'aria spinta dalla mia soddisfazione mista a liberazione che pensavo fosse irraggiungibile. Quel giorno in quella banca l'esplosione esterna e materiale ha coperto l'implosione dei miei neuroni ed il cambiamento della mia anima. In ambulanza nel tragitto verso l'ospedale, un operatore ha avvolto la mia bocca con uno strano marchingegno che emanava qualcosa di simile all'aria .. un lembo delle mie labbra era visibilmente rimasto scoperto ed io non ho battuto ciglio.

Il concetto astratto dell'aria mi ricorda la vita infernale vissuta con mia madre, con colei che ha giocato con la mia materia grigia .. con quel mostro che ha tramandato la sua perversione nel fragile ed immaturo corpo di una ragazza adolescente.

"Lo sai che l'aria che respiri non è pulita? Lo sai che lo schifo che entra dalle tue narici un giorno ti divorerà dall'interno?" e dicendolo mi porgeva uno straccio con cui ogni fottuto giorno ero costretta a convivere. Ogni cosa doveva essere assolutamente pulita ed in ordine. Ricordo il suo andare in perlustrazione per controllare il mio operato e la sua rabbia nel comprendere che la polvere per l'ennesima volta aveva vinto la sua battaglia.

Mio padre aveva intuito ben presto che quella convivenza non era sana ed una sera di Gennaio decise di porre fine alle sue ben nascoste sofferenze. Ricordo ancora il profumo del dopobarba depositato sul suo giaccone ed il suo abbraccio violento di quelli che tolgono il respiro.

Avevo circa dodici o tredici anni quando abbandonò quella casa posseduta dal mostro dell'ordine e quella sera sussurrandomi all'orecchio un dolce e sofferto "ti voglio bene" lasciò nella mia tasca un cioccolatino ed un pezzo di carta su cui pochi istanti prima aveva sputato il suo malessere. Non ho mai avuto il coraggio di leggerlo. Non so se devo immaginarlo con il collo spezzato sommerso da strati di terra o sorridente a cena con la sua nuova famiglia. Io odio mio padre .. io amo mio padre.

Sicuramente, con lui quella sera si è dileguata anche la speranza di non essere contagiata in prima persona dalla malattia .. la 'stronza' con l'avanzare lento del tempo purtroppo ha colpito anche me. Ho deciso di perdonare mia madre nello stesso momento in cui ho capito che il suo comportamento era giusto e che una vita 'pulita' era la sola ed unica strada percorribile. La mia vendetta invece ha preso luogo solo oggi, dopo la rapina, dato che lei oramai si alimenta di soli psicofarmaci ed io invece mi sono liberata della sua folle e stupida malattia.

A breve è il turno delle visite. Quell'affascinante dottore anche stamane entrerà nella mia stanza e nelle sue parole sentirò l'avvicinarsi della mia libertà. Ho deciso di cambiare drasticamente vita .. di regalarmi un nuovo inizio. Non ho idea di cosa mi riserverà il futuro, di certo darò fuoco ai mille stracci che invadono casa e getterò con violenza contro la parete della cucina quel telecomando nero che sovente ha sporcato il mio sonno. Voglio vederlo esplodere .. voglio vederlo a pezzi.

Ho bisogno di assaporare l'adrenalina .. di sporcarmi le mani e di vivere il pericolo a pieno. Mi giro verso il comodino e tra gli avanzi del pranzo schifoso consumato in parte pochi istanti prima rivedo la prima pagina del quotidiano che conservo con folle amore.

Quello in cui viene con minuzioso dettaglio raccontato l'episodio della rapina in banca. Una foto, in centro pagina ritrae il corpo del nero coniglio .. del mio eroe .. della persona che ho amato, fatto scappare e incontrato nuovamente in un giorno in cui il destino a deciso di chiudere il suo cerchio.

Lo osservo attentamente .. i miei occhi iniziano a lacrimare .. sorrido.

All'improvviso il telefono cellulare inizia a squillare e finalmente arriva la tanto attesa chiamata che attendevo da giorni. Nel display la scritta 'Gatto'.

"Eccomi .. dimmi tutto"

"La tua maschera è arrivata mia cara"


White Bunny Face.


Una vecchia moribonda bruciata dalla droga e fanatica degli anni d'oro è distesa sul letto accanto al mio. Guarda alla televisione un documentario nostalgico sul concerto di Woodstock.

La colonna sonora è 'White Rabbit' dei Jefferson Airplane.


Il cerchio non è ancora chiuso.

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