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Una storia di OrnellaStocco

Questa storia è presente nel magazine Storie di Donne

7 Aprile 1944

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6 minuti

Pubblicato il 07 aprile 2019 in Altro

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Il giorno più lungo


7 aprile 1944



Le sirene come un urlo straziante squarciarono l'aria tersa, il cielo azzurro e la sacralità della settimana Santa. La giornata era iniziata come sempre; il caffè fatto con la “moka” spandeva il suo profumo per tutta la casa. Le finestre erano state aperte di buon’ora per fare entrare l'aria frizzante di quel giorno di primavera.

I miei genitori vivevano in quel piccolo ma elegante appartamento in centro a Treviso, sopra il negozio “Paradiso dei Bambini” da quando si erano sposati in una fredda giornata di gennaio di quello stesso anno. Ricordo l'unica foto del loro matrimonio, purtroppo smarrita, dove seri e impettiti guardavano l'obiettivo.

Mio padre vestiva un elegante cappotto doppio petto color cammello mentre mia madre indossava un tailleur scuro accompagnato da un cappello in feltro dal taglio maschile molto in voga in quegli anni. Il sogno di mia madre, di sposarsi in chiesa con l'abito bianco, svanì nel contesto di un periodo non felice per l'intero paese e per la sua personale situazione che non prevedeva l'abito virginale. Il matrimonio avvenne in una stanza del municipio con solo i testimoni, nessun ornamento, niente lancio di riso, niente bouquet per la sposa.

Un matrimonio triste e organizzato in tutta fretta. L'austerità della cerimonia era in sintonia con la giornata invernale e l'atmosfera che si respirava in città in quei giorni.

Nonostante le nozze consumate in fretta mia madre quella mattina del 7 aprile del 1944 era allegra. Mancavano pochi giorni al compimento del suo ventesimo compleanno e una ragazza di vent'anni non può essere triste neanche in tempo di guerra. Era sposata a un bellissimo uomo di cui si era innamorata solo un anno prima e lo aveva sposato da soli quattro mesi portando con se il suo segreto che, a parte mio padre, nessuno sapeva; era in attesa di un figlio. A quel tempo per una ragazza era una vergogna doversi sposare già in attesa di un figlio.

Quando mio padre la condusse a Mestre per conoscere i futuri suoceri abbassò lo sguardo sentendosi avvampare il viso quando gli chiesero il motivo di tanta fretta.

“Vi conoscete da pochi mesi, perché hai tanta premura Olga?”. Mia madre non riuscì a guardare in volto mia nonna, mio padre con una scusa si allontanò dal salottino dove si stava svolgendo quella precipitosa riunione di famiglia. Mio nonno fumava il sigaro in silenzio.

Cercando di rimanere serena e non insospettire mia nonna e mio nonno, che molto probabilmente avevano già fiutato qualche cosa mia madre con un filo di voce rispose: “Abbiamo trovato un bell'appartamentino in affitto in centro a Treviso e molto probabilmente verrò assunta come impiegata nello studio del Dottor Taggia, lo stipendio è buono e ci dispiaceva perdere l'occasione. Non è facile trovare appartamenti in affitto in centro...”.

Mia madre era nata e aveva sempre vissuto in città, non la sfiorava neanche l'idea di andare a vivere in campagna, neanche la periferia la attirava. Ricordo un giorno lontano, io bambina di otto anni camminavo presa per mano da mia mamma. Ad un certo punto si fermò davanti ad un bel palazzo nel centro storico.

“Guarda Ornella io da piccola abitavo lì”. Con l'innocenza di una bambina chiesi a mia madre se da piccola lei fosse ricca.

“Sì , la mia mamma, cioè tua nonna materna che non hai mai conosciuto ha sposato in seconde nozze un nobile che però non è tuo nonno...”. Non capii molto di tutto quel discorso ma nel vedere il palazzo dove aveva vissuto mia mamma mi sentii una piccola principessa. Poi le cose cambiarono per lei e per la sua famiglia. Ma mia madre ha sempre voluto vivere in centro, non più in palazzi storici ma per tutta la sua vita non si è mai spostata dalla città.

Mancavano pochi mesi al parto e lei aveva già sferruzzato il corredino. Azzurro. Perché era convinta che sarebbe nato un maschio.

-Vado a prendere il giornale...- Mio padre in quei giorni che precedevano la Pasqua si era concesso una breve vacanza. Il suo lavoro di rappresentante lo portava spesso fuori regione.

Mia madre un po' ne soffriva e lo aveva pregato di stare a casa con lei quella settimana.

Era il venerdì Santo. La giornata di Pasqua prometteva un bel sole caldo. Avrebbero trascorso la festività a casa di mia zia Luisa la sorella più piccola di mio padre l'unica di tutti i cognati, mio padre aveva altri undici tra sorelle e fratelli, con cui mia madre si era trovata bene fin da loro primo incontro.

Il pranzo era quasi pronto. La tavola apparecchiata in modo semplice con la tovaglia a quadretti stava per essere completata. Come da tradizione mia mamma aveva preparato i bigoli in salsa.

Per la sera aveva in mente un passato di verdura. Quelli erano i giorni di “magro” che la tradizione Cristiana imponeva. Ma in quel periodo i giorni di magro erano tutti i giorni. La carne era un lusso per pochi. Anche uova e formaggio. Solo chi abitava in campagna in qualche modo tra conigli e galline riusciva a salvarsi. Ma per i miei genitori quello era un periodo di attesa. Giovani e felici poco importava mangiare pane e formaggio.

Era da poco passata l'una e mia madre si affacciò al piccolo balcone che dava su Via Manin per vedere se mio padre stava tornando a casa. Improvvisamente il cielo si oscurò. Strano pensò mia madre fino a un attimo fa c'era il sole. Appena finito questo pensiero il suono della sirena antiaerea la fece rientrare in casa terrorizzata. In quel momento sentì il passo veloce di mio padre sulle scale. -Presto Olga, presto andiamo via...- Prese mia madre per mano e corsero giù per le scale. Fuori in strada la gente sembrava impazzita. Mia madre alzò lo sguardo al cielo. Non erano le nuvole a nascondere il sole bensì decine di aerei da bombardamento.

- Presto corri andiamo al rifugio...- Mio padre e mia madre corsero lungo Via Manin, sbucarono in Piazza del Duomo. Si sentiva già il sibilo delle bombe e le prime esplosioni che provenivano dalla stazione dei treni vero bersaglio dell'incursione aerea. Mia mamma faceva fatica a correre, inciampò e cadde. Si rialzò e si rimisero a correre.

- No Gino, non voglio andare sotto terra...corriamo verso la campagna...al rifugio no...-

Mio padre cercò di insistere dicendo che nel rifugio sarebbero stati al sicuro ma mia madre era irremovibile. Sotto terra da viva non ci voleva andare. Quella fu la loro salvezza. I molti morti che ci furono in quel tremendo giorno a Treviso erano quasi tutte persone donne uomini e bambini che avevano cercato riparo nei rifugi. Corsero fuori città rifugiandosi in un campo dove esattamente dodici anni dopo andarono ad abitare e dove nacqui io. Si salvarono. Mio fratello venne alla luce tre mesi dopo. Mia madre è morta nell'aprile del 2009. Il venerdì Santo.

Pochi giorni prima del suo ottantacinquesimo compleanno.



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